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Montiglio Monferrato
IL CASTELLO DI MONTIGLIO
Testo e immagini
Franco Caresio
Le limpide architetture del castello di Montiglio, dominate da una torre e articolate in corpi discontinui e non allineati sullo stesso filo di facciata, segnano nettamente il profilo dell'anfiteatro di colline sulla destra della valletta formata dal torrente Versa, nel basso Monferrato astigiano.
Il castello, atipico nella sua strutturazione dovuta sia ai rifacimenti del XV e XVIII secolo sia all'essere stato per secoli un feudo di "signoria consortile", ha origini molto antiche, anche se difficilmente accertabili con sicurezza.
Si erge maestoso alla sommità di una delle colline più alte alla destra del torrente Versa, dove passava l'antica strada che collegava centri imopirtanti già all'epoca dei Romani: Industria, ora Monteu da Po, e Hasta, l'odierna Asti. Una strada importante anche nei secoli successivi, e sulla quale convergeva il traffico di merci e pellegrini provenienti da e diretti verso i valichi valdostani. Dunque è plausibile che già intorno alla metà del X secolo si sia realizzata una struttura difensiva. Di certo, due secoli più tardi alcune potenti famiglie del Monferrato astigiano, già feudatarie di altri paesi e terre e con poteri signorili anche a Montiglio, si riunirono in un "consortile": ogni famiglia costruì sulla sommità della collina la propria casa-forte o castello indipendente, anche se tutte le strutture erano collegate l'una all'altra in modo da garantire la massima efficienza difensiva.
Il complesso fortificato si presentava anticamente con un impianto a forma di U, difeso da un potente dongione al centro, con merlatura ghibellina a coda di rondine. Oggi ha una pianta a forma di L, irregolare e allungata, e sono ancora ben riconoscibili le antiche case-torri delle varie famiglie, che prospettano su terrazzamenti a più livelli.
Gli interventi operati tra Sei e Settecento diedero maggiore uniformità al complesso, e i quattro principali edifici vennero adattati a residenza signorile. Diversi elementi segnalano ancora l'antichità delle costruzioni, a cominciare dall'impianto generale e proseguendo con le due ampie e raffinate bifore con colonnina centrale che illuminano un vasto salone con volte a crociera costolonate, archi a ogiva e un monumentale camino; la porta a tutto sesto; le finestre con cornice in pietra alternata a mattone; il basamento del castello, con le quattro stanze a volte molto alte, che rappresentano la parte originaria e che si apre sulla corte esterna (da secoli diventata la strada che conduce alla porta occidentale).
E molte sono le parti dovute a rimaneggiamenti e ricostruzioni settecenteschi, specialmente nell'ala nord-est: lo scalone signorile, il salone a pianta ellittica o Sala della musica, un terrazzo sovrastato dalla torre, un portico che si apre sul giardino a nord. Nello stesso periodo, alcuni dei grandi scantinati furono attrezzati per la lavorazione e la conservazione del vino.
Al di sotto degli edifici e di parte dei terrapieni del castello si aprono pozzi profondi e cunicoli scavati nel tufo e nelle argille compatte, e la tradizione popolare non ha mancato di produrre leggende su lunghissimi percorsi segreti verso le colline vicine. In realtà la maggior parte di queste strutture sotterranee, in gran parte ancora agibili, facevano parte in realtà di un sistema di approvvigionamento e di riserva idrica, indispensabile nel caso di prolungati assedi.
Il vero gioiello del castello di Montiglio Monferrato è tuttavia la piccola cappella castrense dedicata a Sant'Andrea, oggi isolata nel parco ma anticamente collegata all'edificio fortificato.
Di semplice impianto ad aula unica con volte a crociera, la cappella conserva larghi frammenti di affreschi risalenti alla prima metà del Trecento che costituiscono una delle testimonianze più preziose e suggestive dell'arte di quel periodo. Su due registri sovrapposti (la parte inferiore della parete era invece dipinta con un finto drappeggio rosso) e con un andamento a "nastro continuo", sono rappresentati episodi della Vita di Cristo. Le parti conservate rivelano la mano di un grande quanto ignoto maestro, probabilmente di cultura e di formazione tardogotica lombarda, ma che conosceva la lezione della scuola toscana, e senese in particolare, successiva all'opera di Giotto. Le rappresentazioni sono vivaci e sofferte, e vanno poste in relazione con gli affreschi più antichi della non lontana abbazia di Santa Maria di Vezzolano.
2007

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