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Non è facile diventare italiani



Ma Abdul, somalo "rinato a Settimo", non demorde


di Emanuele Franzoso


Abdul con Rolando BianchiVengo da un altro mondo ma non mi sento un ospite a Torino”. Il protagonista di questa storia ha 24 anni e le sue vicissitudini potrebbero richiamare una canzone di Caparezza. Ma Abdullahi non viene dalla luna. Cinque anni fa è arrivato in Italia dopo sei mesi di viaggio iniziato a Mogadiscio, dove non è nemmeno possibile ottenere un regolare documento per l'espatrio. “Ho viaggiato per settimane in Sudan e in Etiopia, dove sono stato anche rinchiuso in prigione insieme alla comitiva con cui viaggiavo, poi siamo stati liberati e il viaggio è ripreso” , ricorda Abdul – come si fa chiamare, accorciando il suo nome (“si memorizza più in fretta”). 

I suoi occhi non riescono a nascondere la difficoltà a ricordare la fuga dalla sua terra, proseguita nel deserto su un fuoristrada per sette giorni. Quindi l'arrivo in Libia dove è rimasto per quattro mesi, necessari a trovare i soldi per pagare il viaggio su un barcone con persone sconosciute. “Dall'epoca di Gheddafi a oggi, la situazione in Libia non è cambiata molto”, spiega. “In Libia esistono ancora le prigioni private e forme di discriminazione di ogni genere, e non è semplice avere una tutela legale o trovare organizzazioni che si occupino dei richiedenti asilo” - che non sono semplici migranti ma uomini e donne, spesso giovani, che scappano da persecuzioni e guerre. Il viaggio in nave, dal soprannome poco rassicurante di “Titanic”, ha rotte che possono variare, esattamente come il loro costo. “Io sono partito da Tripoli pagando 900 dollari (anche attraversare il deserto e gli altri spostamenti o cauzioni hanno un costo, ndr) e dopo un giorno e una notte in mare, insieme ad altre quaranta persone, siamo arrivati davanti alle coste italiane. Abbiamo avuto fortuna, me lo ripeto ancora, pensando alle migliaia di persone che non ce l'hanno fatta” prosegue. 

Con la Professoressa EnzaUna data che non dimenticherà mai è il 23 giugno 2008: dopo quattro giorni a Lampedusa, infatti, Abdullahi è stato trasferito a Settimo Torinese, presso il centro “Fenoglio” gestito dalla Croce Rossa, dove è rinato. A Torino in quei mesi si era insediata una delle Commissioni per il riconoscimento dello status di rifugiato e Abdul fu tra i primi a sottoporsi al colloquio, con esito positivo e avvio dell'iter per l'asilo. “Nel mio Paese non ho mai conosciuto la pace, per questo sono stato costretto a scappare. All'Italia devo tanto perché mi ha accolto, salvato e ospitato. Devo tanto soprattutto a quegli italiani che ogni giorno, riconoscendosi nei valori dell'accoglienza, aiutano e sostengono me e i miei fratelli rifugiati. Non sono nato in Italia ma oggi posso dire che sono rinato qui, precisamente a Settimo Torinese, essendo cittadino e quindi non più un ospite, in Piemonte lavoro seriamente, pago le tasse e partecipo alla vita sociale. Per questo mi sento parte di questa società”. 

La sua è una storia positiva, nonostante le difficoltà comuni a tutti: in Italia ha trovato accoglienza, formazione, poi un lavoro grazie al quale ha potuto affittare un alloggio a Torino. Ha provato anche a riprendere gli studi, interrotti al primo anno di Legge nella capitale somala. Ma la borsa di studio si è rivelata un miraggio, anzi, un'illusione: “Due anni fa ho provato a entrare a Scienze Politiche ma non sono riuscito a ottenere la borsa di studio, nonostante risultassi idoneo. Perciò, non potendo contare sull'appoggio della mia famiglia che è rimasta in Somalia, ho iniziato a lavorare”. Un po' di rammarico c'è, ma Abdullahi Ahmed non dispera, nel frattempo si dà da fare e magari un giorno riproverà a iscriversi. Non è venuto in Italia per trovare fortuna ma è fuggito dalla guerra ininterrotta dal 1991, che ha visto e vissuto fin dai primi anni di vita. L'alternativa sarebbe stata restare e, facilmente, vedersi costretto a imbracciare un fucile. Nulla di più lontano dal suo animo pacifista, come dimostra la maglietta che indossa, con lo slogan “Io ho un'altra cultura: la Pace” (sulla testa un cappellino della sua squadra del cuore, il Torino). 

Con OgbonneA vent'anni c'è spazio anche per i sogni, come costruirsi un futuro e magari tornare a casa. In questi anni Abdul ha sempre aiutato la sua famiglia grazie al lavoro di mediatore interculturale, ottenuto dopo corsi specifici. Il prossimo obiettivo è la cittadinanza italiana. “Non avrei pensato di richiederla e nemmeno sapevo se sarei arrivato in Italia o in un altro Paese ma adesso, nonostante sia difficile, dato che non posso tornare nel mio Paese ho deciso di provarci”, rivela. Ma non è semplice diventare italiani: per un rifugiato servono cinque anni di residenza e un lavoro stabile e continuativo negli ultimi tre. Fra un mese ad Abdul scadrà la cassa integrazione in deroga e a quel punto mancheranno pochi mesi al possesso di di tutte le credenziali necessarie. Lui non si perde d'animo. Nel frattempo racconta la sua storia nelle scuole medie e superiori di Torino e provincia, rispondendo alle domande, a volte provocatorie, degli studenti. “L'esperienza nelle scuole mi sta arricchendo”, racconta nel suo impeccabile italiano. “Qualcuno mi chiede come mai molti miei connazionali rovistino nell'immondizia oppure dormano per strada, e io racconto cosa significa essere un richiedente asilo o un immigrato oggi, poi espongo i dati di chi vive in Italia dopo essere fuggito da un Paese in guerra e ogni volta i ragazzi si stupiscono delle cifre contenute rispetto alla percezione comune e ad altri Paesi europei: in Italia ci sono 58.000 rifugiati su 5 milioni di stranieri, mentre in Germania ce ne sono dieci volte di più”

L'anima del progetto nelle scuole, organizzato da Mysound e Almateatro, è Enza Levatè, la “professoressa Enza”, come la chiama per sottolineare la stima per una “migrante italiana” (“I miei genitori, originari di Napoli, sono arrivati al nord negli anni Settanta e io ho studiato e lavorato a Londra per molti anni”, racconta Levatè). La collaborazione nasce da alcuni progetti teatrali. Anche questa è integrazione, e se l'Italia non coincide esattamente con quella sognata durante il viaggio-fuga, non è nemmeno da buttare: “Ai giovani che incontro, italiani o figli di stranieri - le seconde generazioni insomma - ricordo che l'Italia, ad esempio, ha una scuola pubblica e una sanità che non tutti i paesi del mondo possono vantare (in Somalia dall'inizio degli anni Novanta le scuole sono privatizzate e molte famiglie non possono mandare i figli a scuola ndr.). E poi in Italia c'è la pace”. 
Abdullahi è attivo anche fuori dal Piemonte, e ha partecipato a Stanze, un docu-film dei fratelli De Serio in cui racconta il suo viaggio, l'accoglienza e le difficoltà vissute da un rifugiato - quindi non un immigrato qualunque. “Il percorso da fare, anche in Italia, è ancora lungo”, spiega, “Esiste ancora un sistema basato sull'emergenza, ma manca una legge organica sull'asilo (oltre alla mancanza di una legge strutturale sull'immigrazione aggiornata ndr.), un fenomeno che non è solo emergenza o problema ma può rappresentare anche una risorsa. Quando si fugge dalla guerra spesso non si sceglie dove andare, le convenzioni internazionali danno diritti ma nello stesso tempo alcuni regolamenti li tolgono, costringendo la permanenza dei rifugiati nei paesi di prima accoglienza, anche se manca lavoro e lo si potrebbe cercare altrove”. 

Un ultimo messaggio da lanciare ai giovani che convivono con la crisi? “Non arrendersi mai, rispettare gli altri e il proprio Stato, ricordandosi che in Italia ci sono anche molte cose che funzionano meglio che altrove, dove ad esempio scuola e sanità non sono accessibili a tutti. Infine da immigrato e rifugiato mi permetto di sottolineare che se i giovani lasciano l'Italia per andare all'estero, un sentimento che percepisco diffuso, è difficile pensare a un futuro per questo Paese”.  


 

 

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 Hanno collaborato a questo numero:

Nico Ivaldi

Domenico Agasso
Raffaella Bucci
Federico Callegaro
Emanuele Franzoso
Alberto Marzocchi - Giorgio Ruta

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