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Vecchi e nuovi poveri

 

La mensa dell'Esercito della Salvezza a Torino


di Alberto Marzocchi e Giorgio Ruta


“Qui frasi dolci”. C'è un vassoio all'ingresso della mensa di Via Principe Tommaso: contiene aforismi, come fossero Baci Perugina. Li prendono uomini e donne che hanno bisogno di un pasto. Entrano con barbe incolte e cappotti malconci. Sono i nuovi poveri di Torino, quelli che una volta avevano un lavoro e una famiglia. Gente normale, verrebbe da dire. Ora ognuno ha la propria sfortunata storia da raccontare. Entrano ordinati dopo aver aspettato davanti al portone; scelgono il proprio posto e attendono il pasto. Non si levano né i berretti né i soprabiti, come se il freddo potesse tirar loro un sinistro pure lì dentro.

La mensa di Via Principe Tommaso è gestita dall'Esercito della Salvezza, un’organizzazione cristiana diffusa in tutto il mondo. Al suo interno ci sono sergenti e colonnelli. E a Torino cercano di combattere la povertà armati di piatti di pasta. O con un negozietto al pianterreno provvisto di indumenti, coperte e giocattoli che si possono ottenere tramite un’offerta volontaria.

La crisi, qui, si tocca con mano. Ci sono persone che fino al giorno prima avresti potuto incontrare in un teatro o sedute al ristorante. A Torino i senzatetto sono duemila. Lo dice una ricerca promossa dal Ministero del Lavoro, insieme all’Istat e alla Caritas, e realizzata da Fio.Psd. Torino è la quarta città italiana col maggior numero di poveri. La paura, però, è che crescano ancora nei prossimi anni. Al momento i nuclei familiari senza casa e reddito sono centoventi. Ma ci sono seimila persone che rischiano di essere presto sotto la soglia di povertà. 

“Io, ex metalmeccanico senza un pasto”

Giovanni, invece, l’ha già superata. Ha cinquantadue anni e una vita passata in fabbrica a creare freni per treni e segnaletiche ferroviarie. Ora non ha più nulla, perché l’azienda per cui lavorava ha chiuso la saracinesca e insieme ai suoi colleghi si è trovato per strada.  “Io, ci racconta Giovanni con gli occhi lucidi, ho versato i contributi per trentasette anni. Me ne mancavano cinque per ottenere la pensione. Quando l’azienda ha iniziato a esternalizzare i lavori ad alcune cooperative, con lo svantaggio che ti potevano licenziare su due piedi, ho scelto di andarci. L’alternativa erano due anni di mobilità. Prendevo sei euro lordi all’ora. Ma poi l’azienda è fallita. Ho sempre fatto il metalmeccanico, continua parlando lentamente, e ora sono vecchio e nessuno mi vuole. Preferiscono i giovani. Io ormai non posso essere utile, ma come campo?”. 

Tra i tavoli della mensa c'è pure Roberto. Un signore sulla sessantina, capelli pettinati, camicia e maglioncino. Sembra un ragioniere con i suoi occhialini.  “Ho lavorato alla Mondadori a Torino fino al '91 come impiegato commesso. Poi un bel giorno è arrivato Berlusconi e ci ha mandati tutti a casa”. Roberto ha cominciato a lavorare nei bar e nelle pizzerie. Ma il tempo passava e la vita si faceva sempre più difficile. Ed oggi è qui. Assieme ai vecchi e nuovi poveri.

La famiglia è in crisi

I militari dell’Esercito della Salvezza sorridono mentre portano da mangiare ai loro ospiti. Due cuoche siciliane, come fossero chef stellati, passano tra i tavoli per accertarsi che i loro piatti siano stati graditi.  “Siamo una grande famiglia qui dentro e c'è reciproco rispetto” ci spiega il sergente Armando Pagliacci. Fuori, però, il problema può essere proprio la famiglia. Come nel caso di Anna, trent’anni, che ora condivide la giornata solo con il cane. Anna, dopo l’ennesima lite coni i genitori, è stata cacciata di casa. Oggi non riesce a trovare un lavoro e non ha molta voglia di parlare. Sta seduta con Roberto e Giovanni. Come il suo esistono tanti altri casi. Ce lo dice una ricerca della Compagnia San Paolo, secondo cui i quattro quinti delle richieste d’aiuto giunte all’Ufficio Pio provengono da famiglie monogenitoriali o senza lavoro. Solo nel 2012, la Compagnia San Paolo ha prestato soccorso a ben tremila nuclei familiari di questo genere.

I quattro ingegneri di via Ormea

Ogni volta che apriamo ci sono circa sessanta persone che aspettano qui fuori per poter entrare a mangiare. Ci sono, precisa Armando, molti migranti, ma gli italiani aumentano ogni giorno”. Secondo il rapporto Caritas del 2012 sulla povertà, infatti, tra gli utenti che si rivolgono ai centri di ascolto gli italiani sono passati dal 23,1% del 2009 al 28,9% del 2011. Lo stesso rapporto mette in evidenza come il fenomeno della nuova povertà si stia ampliando. Le casalinghe che chiedono aiuto alla Caritas sono aumentate dal 2,7% al 7,5%, mentre sono diminuiti gli analfabeti dal 7,9% al 3,3%. Il dato, secondo gli analisti dell’organismo pastorale, indica che sempre più persone qualificate e con un grado di istruzione medio-alto non superano la soglia di povertà. “Tra i nostri ospiti, ricorda la cuoca siciliana, ci sono state sia persone con problemi legati alla droga, che professori e dottori”. E Giovanni aggiunge: “Quattro ingegneri cinquantenni frequentano la mensa di Via Ormea. Per non parlare del caporeparto di un’industria di Beinasco”. 

La situazione è preoccupante. Da quanto vediamo nel nostro centro d’ascolto diocesano”, analizza Pierluigi Dovis, direttore della Caritas di Torino. “In due anni sono raddoppiati i nuovi bisognosi. Ma la cosa che più mi preoccupa è che la maggior parte dei nuovi arrivati sono persone che fino a due anni fa avevano un lavoro, un reddito ed una casa”.

3500 sfratti in pochi mesi

Nella guida della povertà torinese il vero problema sembra essere l'alloggio. Per mangiare, ci spiegano, si può sempre trovare una mensa aperta. C’è il Cottolengo, la più grande in città; poi quella di via Nizza, oppure la Mensa del Povero di Via Guinicelli. Trovare un letto è più difficile:  “I dormitori comunali, dichiara un frequentatore della mensa, non sono moltissimi, devi prenotare o stare in coda diverse ore, al freddo. I dormitori dispongono generalmente di venti-venticinque posti letto e se si esauriscono devi cercarti un altro luogo in cui passare la notte. Quando ti chiamano e hai diritto al pernottamento, invece, ci puoi stare al massimo un mese. Poi si ricomincia daccapo”. E così le stazioni diventano dormitori – ma solo dopo le 4:30 del mattino perché prima sono chiuse – e i pronto soccorsi si riempiono di senzatetto.  “C’è una direttiva che impedisce di cacciarci dai pronto soccorsi e così la tarda notte ci ripariamo dal freddo. Sono molto più caldi dei dormitori che allestiscono nelle stazioni” ci racconta un uomo.

Il direttore della Caritas lancia un grido d’allarme: “Bisogna fare rete tra le istituzioni e i cittadini. Un affitto di 800 euro al mese, spiega Dovis, è una spesa che molte famiglie non possono permettersi. La soluzione potrebbe essere quella di rilanciare l’edilizia popolare”. 

Attualmente ci sono 18.000 richieste di alloggi popolari, ma il paradosso è che il Comune di Torino ha trentamila alloggi sfitti. 


Questo articolo ha ricevuto una menzione d'onore alla VI edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Economia e Artigianato




 

 

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 Hanno collaborato a questo numero:

Nico Ivaldi

Domenico Agasso
Raffaella Bucci
Federico Callegaro
Emanuele Franzoso
Alberto Marzocchi - Giorgio Ruta

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