Testata Piemonte-Magazine.it
Versione Italiana del Sito Versione Inglese del Sito Logo Archivio Piemonte Mese

Segnala questo articolo

Benedetta Cibrario

  
IL "SINGOLARE SILENZIO" DELLA NEVE
Sotto cieli noncuranti è il secondo romanzo di Benedetta Cibrario, 
e la neve accompagna le vicende dei protagonisti 

 

Marina Rota

 

   

Vittoria Cibrario e Marina RotaIn pubblico non si piange. Una signora non lavora. Dopo cena i signori si ritirano per i sigari e il Porto, mentre le signore parlano in salotto. Ma non di bambini perché, oltre alle tre 's' di salute, soldi e servitù, non è elegante farne oggetto di conversazione. I ricevimenti troppo sfarzosi sono volgari. È inammissibile che sia una cameriera ad aprire la porta, per cui nemmeno in caso di tracollo economico si può licenziare uno dei camerieri. E, soprattutto, “Innamorarsi, che vorrà mai dire?” “Sposarsi per amore, che volgarità!”, come esclama la Granmammà della protagonista. Innamorarsi è cosa bizzarra, e comunque assolutamente insufficiente a giustificare un matrimonio.

Questi i principi di una famiglia aristocratica torinese d’inizio Novecento, che costringerà la ragazza protagonista di Rossovermiglio’ a scegliere il futuro marito in una lista di cinque pretendenti scritta su un foglietto azzurro. Lei, pur avvertendo dentro di sé un confuso senso di ribellione, accetterà un marito sconosciuto al quale la accomuna solo l’amore per i cavalli, votandosi a un destino infelice che cercherà di contrastare prendendo faticosamente consapevolezza di se stessa.

Chissà quanti lettori piemontesi di Rossovermiglio avranno riconosciuto in quelli descritti i cliché delle grandi famiglie di una volta, dettati più dal rigore sabaudo che dal blasone. E chissà quanti, immaginando i tratti belli e alteri della protagonista, li avranno identificati con quelli dell’autrice del libro, Benedetta Cibrario, vincitrice del premio Campiello 2008; e si saranno sentiti orgogliosi, anche un po’ campanilisticamente, di questa scrittrice che, vissuta per anni in Inghilterra e ora residente a Milano, appartiene pur sempre a una nota, aristocratica famiglia torinese. 

Ed effettivamente la creatura letteraria potrebbe davvero assomigliare alla Cibrario che adesso conversa con noi in un suggestivo locale di Casalborgone, raccontandoci come questa figura femminile le sia stata ispirata, a Londra, da un ritratto di Sargent che raffigurava una malinconica nobildonna vittoriana. Socievole ma schiva, esile ma forte, sorriso aperto e sguardo determinato, la scrittrice rappresenta infatti un insieme di affascinanti contrasti dietro ai quali si intuisce una classe aristocratica. 

Ma lei, Benedetta, che cosa si riconosce in comune con la protagonista?

Mi riconosco simile nel desiderio di ribellione al quale però si oppone sempre una certa vigliaccheria, dovuta forse anche alla mancanza  di una vera volontà…”. 

Benedetta Cibrario alla presentazione del libroNessuna affinità, invece con la passione della ragazza di Rossovermiglio per i cavalli e quella per il vino – il rossovermiglio, appunto - che la indurrà a trasformare la vecchia tenuta toscana ereditata dalla famiglia in moderna azienda vinicola. 

Dice Benedetta: “Queste passioni, che richiedono dedizione e perseveranza come quella per un uomo, sono invenzione pura, anche se ho rispetto e attrazione verso tutti coloro che svolgono attività legate alla terra. Fare il vino, in particolare, è un mestiere che costringe a fronteggiare tante variabili: l’azzardo del clima, la cura dei dettagli, la fatica… una bella metafora della vita, oltre che della scrittura”.

La Cibrario parla a ragion veduta, dal momento che ha iniziato a scrivere tutti i giorni da quando aveva 13 anni (“La scrittura, commenta, è come la ginnastica o la cucina: la si deve praticare sempre”), benché solo qualche anno fa abbia deciso di dedicarsi al romanzo. 

La pubblicazione è stata immediata?’

No, tutt’altro. In primo luogo, Rossovermiglio ha avuto una gestazione lunghissima: l’ho scritto e riscritto per anni. Una volta terminato, l’ho mandato a qualche editore che lo ha rifiutato, finché uno ne è stato talmente entusiasta da pubblicarlo immediatamente. Il libro continua tuttora a essere comprato e amato”.

La personalità della protagonista di Rossovermiglio, la cui storia iniziale è non a caso intrecciata con richiami alla Bella addormentata nel bosco di Perrault, resta soffocata dalle convenzioni, e solo a fatica si affranca da un destino di sottomissione…

Il mio intento era proprio quello di raccontare la storia di una coscienza femminile che si risveglia, che acquisisce la consapevolezza dei propri desideri, fisici e sensuali oltre che spirituali. Ma questo risveglio può essere doloroso perché ci fa comprendere le nostre debolezze, gli insuccessi, ci fa scoprire fragili ed esposti alla solitudine”.

All’evoluzione personale della protagonista fanno da controcanto le trasformazioni del Paese nel corso di quasi tutto il ‘900: la seconda guerra mondiale, il fascismo, il desiderio di rinascita, visti attraverso l’ottica eccentrica della high society torinese. Ad esempio la Granmammà, dopo aver assistito incuriosita alla visita di Mussolini in piazza San Carlo, è colpita soprattutto dal fatto che il duce indossi un soprabito grigio di mattina, e il fascismo viene liquidato in modo tranchant come un’imperdonabile caduta di stile: si può dire che in quell’ambiente il giudizio di forma si sovrapponesse a quello etico?

Già, il soprabito grigio era inammissibile di mattina”, sorride la Cibrario. “Una società conservatrice tende a considerare la tradizione un valore assoluto e ogni deviazione di stile un elemento sostanziale, da bollare come improprio. Quella società altoborghese di inizio secolo è stata incapace di giudicare la complessità di quanto stava accadendo; una forma di cecità che ha avuto effetti devastanti”.

Nell’infelicità di un matrimonio in cui la passione per i cavalli rimane l’unico elemento in comune fra due estranei, la prima libera scelta della protagonista è quella di innamorarsi, e di vivere questo amore fino in fondo, sfidando tutte le sue paure e tutte le convenzioni. Lui è l’affascinante Trott, incontrato a un ricevimento dei Passerano già durante il viaggio di nozze, rivisto casualmente in piazza Carignano e poi compagno di una passeggiata sul lungo Po, in cui si respira romantico appagamento, ma anche, già, un senso di sfuggenza. Spiega l’autrice: “Trott è un uomo scelto prima con la titubanza dell’educazione, poi con ferma determinazione; un amore romantico che appaga la voglia di sognare della protagonista, l’esigenza di abbandonarsi in cui convivono la paura della delusione e la promessa di felicità che tutti rincorriamo”.

Solo apparentemente lontano dalle tematiche di Rossovermiglio è Sotto cieli noncuranti, la seconda bella prova di Benedetta Cibrario: un racconto d’inverno torinese, con frequenti escursioni in un paesino della Val di Susa ammantato di neve; inventato ma così reale da farlo riconoscere, come racconta Benedetta, da tanti lettori: “In Val di Susa ho trascorso due anni da ragazzina, e il paese del romanzo conserva le caratteristiche di quei luoghi. Poi a 14 anni mi sono trasferita a Torino, dove ho frequentato liceo e università e ho abitato finché non mi sono sposata. Mi sento molto legata a Torino e ci torno appena posso. Torino è di una bellezza misteriosa, discreta, ricca di sfumature da indagare, delle quali talvolta mi rendo conto proprio scrivendone. Una città che ispira’’. 

Il titolo evocativo del libro è tratto dalla poesia Questo lato della verità di Dylan Thomas, dedicata al figlio Llewelyn. “Un titolo, rivela la Cibrario, nel quale sono inciampata quando già ero a metà romanzo”. 

È una storia di lutti, di abbandoni, di sorti incrociate che si snodano “sotto cieli noncuranti d’innocenza e di colpa”; e della sofferenza di chi resta, cercando motivi per non soccombere a un dolore devastante. I protagonisti sono un bambino che muore cadendo dalla finestra della sua camera, una madre ammutolita dal dolore, la moglie del magistrato Giovanni Corrias, chiamato a indagare sulla vicenda, investita da un’auto in piazza Maria Teresa; le tre bambine Corrias rimaste orfane della madre; Claudia, l’amante abbandonata dal padre del bambino; Violaine, una giovane poliziotta della Val di Susa. E la neve. Che continua a cadere, alla vigilia di Natale. La neve: quasi se ne respira il silenzio ovattato; neve che copre, che consola dal dolore, o forse lo cristallizza. Nella sospensione temporale che crea e “che si annuncia con un singolare silenzio” tre voci femminili raccontano, come in un rito antico, l’insensatezza della morte: l’amante abbandonata, la madre del bambino caduto, e una delle tre figlie del commissario Corrias rimaste orfane di madre. Lei è Matilde, 12 anni, una sensibilità che le fa percepire il dolore degli altri e il disordine improvviso di una quotidianità della quale vorrebbe ricomporre i frammenti; una bambina bizzarra e fantasiosa che, ricorrendo a rituali e piccole manie, come appaiare i guanti o allineare gli oggetti, tenta di riprendere il controllo di una realtà diventata troppo dura per lei. Perché affidare proprio a questa bambina la parte della protagonista?

Perchè Matilde ha uno sguardo aperto, libero, non viziato dalle sovrastrutture che ingombrano gli adulti. Lei avverte il dolore del padre che si manifesta con l’indifferenza verso le figlie, o al contrario con un eccesso d’affetto. Segue il percorso delle nuvole, e tutto le parla della madre morta: la scia degli aerei che formano due ‘x’ sono i suoi baci; perfino nella targa di un’auto coperta dalla neve riconosce un suo messaggio d’amore. Matilde sa vedere oltre le apparenze proprio perché è inesperta, coraggiosa, ingenua e generosa.” 

Anche Violaine, la poliziotta laureata in psicologia che coadiuva il magistrato Corrias nelle indagini sul bambino caduto, è sopravvissuta a un trauma: un terribile incidente sciistico che le ha pregiudicato una carriera agonistica…

Si, anche questo è un lutto e il romanzo si può leggere come il racconto delle reazioni a un dolore che pare insopportabile. Come si sopravvive alla morte di un figlio, di una madre, all’abbandono di chi amiamo, ma anche a un incidente che manda in frantumi una promettente carriera agonistica?. Violaine viene dall’ambiente duro delle gare di sci, ha grinta e rigore perchè abituata alla fatica, ma ha conservato un tratto infantile che le consente di entrare in contatto con Matilde e le sue sorelle”.

Apparentemente diverse, si diceva, le tematiche del libro risultano invece le stesse del romanzo d’esordio della Cibrario: l’esigenza spesso insoddisfatta di intessere rapporti profondi e autentici, il senso di solitudine, la fatica quotidiana del vivere… Ma, a proposito di fatiche quotidiane, come la mettiamo fra la concentrazione richiesta dalla scrittura e quattro figli ? 

La famiglia di per sé è una specie di lavoro interessante, bellissimo, ma in conflitto con qualunque altro tipo di occupazione; anche con la scrittura, che non richiede orari prefissati, ma esige un isolamento che raramente ci si può concedere. Comunque l’equilibrio si può trovare, basta non pretendere la perfezione…” e racconta, ridendo un po’ imbarazzata, di essere andata di corsa dal panettiere prima di partire da Milano, e di aver lasciato ai figli ogni sorta di focacce, dicendo loro: “Questo è il pranzo, mangiate pure davanti alla televisione”.

Sarà stato complesso costruire il romanzo secondo una struttura polifonica, attraverso i racconti di tre voci femminili…

È stato più semplice di quanto pensassi. Forse perché sono composta, come tutti, da tante sfaccettature; o forse perché, scrivendo il romanzo, mi sono dedicata a un personaggio per volta, senza approfondirne contemporaneamente un altro”.

Tre voci. Ma sarà quella della piccola Matilde a far prevalere le ragioni della vita, chiudendo il cerchio e attribuendo, alla fine, una composta armonia a questo romanzo di grande forza evocativa che l’intreccio narrativo potrebbe rendere, altrimenti, disperato. Sottolinea Benedetta: “Matilde capisce che alla perdita della madre non c’è rimedio, ma che si può imparare a convivere col dolore, nell’attesa che il tempo ne smussi le punte più aspre. È il potenziale della giovinezza”. 

Ed è anche la forza della speranza che guida tutti noi, quando, dopo un lutto o un abbandono, continuiamo a cercare con il coraggio e il cuore di Matilde, sotto una coltre di neve, oltre un silenzio, dietro uno sguardo innamorato divenuto distante, il messaggio, il segno di riconoscimento di chi non c’è più.

 

 2010

 


 

 


 

CERCA NEGLI ARTICOLI
Ci sono 2040 articoli

Iceman - Oetzi a Pinerolo

Immagini del silenzio - Cabiria - 2006

CioccolaTò 2006

Il castello di Montalto Dora

Parco Naturale Alpe Veglia Devero

Carlo Magno e le Alpi

L'incantesimo dei sensi - 2006

Napoleone e il Piemonte - 2006

Visioni - Garis, Nicola, Tallone e Vigliaturo - 2005

Lamborghini 63-'03 - 2003

Progetto & Arredo e Restructura 2005

Il castello di Masino

Metafore & Trasparenze - 2005

Simbolismo e Liberty ad Alessandria

Urbana

L'oro della Bessa

Robert Mapplethorpe alla Promotrice

Avigliana

Il Sacro Monte di Oropa

La birra