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Santa Maria di Lucedio

SANTA MARIA DI LUCEDIO
Trino Vercellese

Testo e foto
Franco Caresio

 

Furono due le grandi fondazioni monastiche (una benedettina, l’altra cistercense) nella vasta pianura sulla sinistra del fiume Po tra Crescentino e Trino, a breve distanza l’una dall’altra. La denominazione attuale di “abbazia di Lucedio” indica l’insediamento più recente e ingloba la fondazione più antica e di maggior rilievo in termini storici, quella di San Genuario. Due abbazie tuttavia ben distinte in termini istituzionali, nella concezione stessa della loro presenza sul territorio e divise da un arco temporale di alcuni secoli, anche se in qualche modo una fu erede dell’altra ed entrambe sono da ricollegarsi ad una antica tradizione di civiltà che la fine dell’Impero Romano aveva spazzato via e la cui ricostruzione fu avviata proprio dai monaci.

La prima fondazione fu certamente quella dei benedettini, nelle terre dell’attuale abitato di Crescentino, e la frazione di San Genuario ne tramanda il nome, famoso per tutto l’alto Medioevo. La tradizione assegna alla fine del VI secolo una prima presenza monastica benedettina ad opera di San Fausto, discepolo di San Benedetto, ma la data dovrebbe essere posticipata di oltre un secolo e sarebbe da considerare nell’ambito della politica longobarda di recupero e di controllo sociale ed economico del territorio. Il fondatore sarebbe stato Gauderi, ufficiale del re Ariperto II, che sulle rive del torrente Lamporo avrebbe dato vita alla prima comunità benedettina, ponendola sotto la protezione di San Michele,  e pochi anni dopo, nel 707, lo stesso Ariperto II avrebbe confermato al cenobio vasti possedimenti su entrambe le sponde del Po fra gli attuali Crescentino, Brusasco, Verrua Savoia, Ronsecco e Trino. Nell’843, alla denominazione di San Michele si aggiunse quella di San Genuario, martire romano le cui reliquie erano state donate all’abbazia dall’imperatore Lotario, e gradualmente la nuova denominazione fece cadere in disuso l’antica dedicazione a San Michele, rimanendo solo quella di San Genuario. I documenti rimasti presentano una grande quantità di liti e dissidi con l’episcopato vercellese per l’immunità e la libertà del cenobio dall'interferenza religiosa locale, appellandosi a una dipendenza diretta a San Pietro e al Papato. Di questo clima di lotte che coinvolgeva pesantemente i poteri religiosi e civili, locali e centrali, è preziosa testimonianza la vicenda di Guglielmo da Volpiano che, nato sull’Isola di San Giulio, a Orta, al monastero di San Genuario venne “offerto” dai genitori nel 969, quando non aveva che sette anni, e vi rimase sino a quando Maiolo, uno dei più grandi abati di Cluny, lo portò con sè in Francia facendone uno dei suoi più stretti collaboratori nella riforma monastica cluniacense.

Il periodo di maggior splendore dell’antica abbazia di San Genuario è compreso la la fine del IX e la prima metà del XII secolo, quando il suo patrimonio fondiario aveva assunto dimensioni impressionanti e la sua signoria feudale si estendeva a diversi centri del Vercellese e del Casalese. 

I “monaci bianchi”, i cistercensi, giunsero circa quattro secoli dopo la fondazione di San Genuario, quando già l’antica abbazia dava segni di una crisi religiosa irreversibile, e la vicinanza non fu sempre idilliaca. Avviarono la costruzione dell’abbazia nel 1123 e la dedicarono, come loro abitudine, a Santa Maria. Ed è molto probabile che la stessa denominazione di Lucedio, con il richiamo fonetico alla luce, sia da assegnare agli stessi cistercensi ai quali è sicuramente da attribuire la ripresa su grande scala del risanamento e della bonifica dei terreni impaludati, del disboscamento, dello scavo di canali e della organizzazione agricola. 

Proprio ai cistercensi pare da attribuire l'introduzione della coltura del riso nei possedimenti e nelle grange che facevano capo all'abbazia e che si estendevano fino al Monferrato e al Canavese.

Come tutte le abbazie, ai primi secoli di espansione e ricchezza ne segurono altri di declino, fino alla secolarizzazione nel 1784, quando le proprietà abbaziali passarono all'Ordine Mauriziano e successivamente furono cedute da Napoleone al cognato, il principe Borghese, vendute a una società facente capo a Cavour e infine ad altri privati, Negli anni Settanta dell'Ottocento il re Vittorio Emanuele II attribuì ai possedimenti il titolo di Principato, e nel 1937 la proprietà fu acquistata dal conte Paolo Cavalli d'Olivola.

Ma i passaggi di proprietà non coincisero con la manutenzione delle strutture, che subirono un triste declino, durato fino all'inizio del terzo millennio, quando, finalmente risolte le questioni della proprietà (acquisita dalla Provincia al prezzo simbolico di un euro) iniziarono i restauri, che procedono di pari passo con gli scavi archeologici utili a comprendere la configurazione originale del complesso e stanno anche riportando l'abbazia nei percorsi turistici.

   

 


 

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