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Il Museo e Fondazione Accorsi, Torino

IL MUSEO ACCORSI
Alberto Cottino

 

Il sogno del Settecento di Pietro Accorsi
Il Museo di Arti Decorative della Fondazione Accorsi, inaugurato il 3 dicembre 1999, nasce dal ricco lascito di Pietro Accorsi (Torino 1891-1982), uno dei più importanti antiquari europei del XX secolo, generosamente destinato per volontà  testamentaria alla pubblica fruizione. Il museo è ubicato al piano nobile di un palazzo della fine del '600 posto sull'asse viario di via Po progettato da Amedeo di Castellamonte, che fu sede della galleria dove l'antiquario lavorò per più di sessant'anni, mentre i mobili e gli oggetti oggi esposti appartenevano in gran parte alla sua casa privata ubicata sulla collina torinese, come testimonia una serie di vecchie fotografie. L'allestimento ripropone il gusto del Fondatore, il suo modo di concepire l'arredamento, che in sostanza era un'interpretazione personale, ancorché e arredamenti credibile, intelligente e frutto dell'esperienza, della concezione settecentesca dell'arredamento. In questo senso il Museo Accorsi è stato concepito come una casa-museo, una casa calda, abitata, da cui il proprietario si sia assentato da pochissimo. Il "sogno del Settecento" di Accorsi rappresentava nella prima metà  del XX secolo un'alternativa se vogliamo anche piuttosto sorprendente rispetto all'interesse dominante in Italia - come in Europa e negli Stati Uniti - per il Medio Evo ed il Rinascimento.  

La casa-museo fra tradizione e innovazione
Il percorso espositivo è composto da 27 sale e si compone di arredi che spaziano soprattutto dal XVII secolo alla prima metà  del XIX e di oggetti di diverse epoche. La prima parte è costituita da vetrine che espongono una superba collezione di cristalli di Baccarat, miniature, argenterie, porcellane (spicca tra tutti un servizio di Frankenthal da 160 pezzi datato 1771), probabilmente donato dall'Elettore di Sassonia al cardinale Antici Mattei. La seconda parte ripropone gli ambienti della casa di Accorsi arredati soprattutto con mobili piemontesi, francesi, veneziani.

 Medioevo e Rinascimento
Il visitatore può ammirare fin dal portico sottostante l'ingresso diversi frammenti di sculture e capitelli databili al Duecento ed al Trecento.
In una delle prime sale si può vedere una delle più significative sculture quattrocentesche ritrovate in Piemonte: la cosiddetta Madonna delle Nevi, una Madonna col Bambino in legno con tracce di doratura e policromia risalente verosimilmente alla fine del Quattrocento e proveniente dall'antica cascina del Vibernone presso Chieri. Non sappiamo molto sull'origine e l'autore di questa rara e notevole scultura che presenta certamente un ascendente nordico chiaramente avvertibile nella tipologia dei volti tondeggianti e raffinati e nella gran cascata dei panneggi dalle spesse pieghe un po' squadrate.

 

Il Seicento
Più numerosi e di alto livello sono gli arredi appartenenti al XVII secolo: quasi tutto l'arredo della cucina ad esempio, con circa 500 oggetti d'uso talvolta di origine popolare ma proprio per questo spesso curiosi perché oggi in disuso e gustosi nella loro foggia. Tra i mobili spiccano una bellissima piattaia piemontese a massello, particolare nelle dimensioni in quanto presenta tre sportelli nella parte inferiore e un cabinet francese dei primi del Seicento. Tra i dipinti di quest'epoca, il più significativo è senz'altro la piccola pala d'altare di eccellente qualità  del più grande esponente della Controriforma attivo in Piemonte, Guglielmo Caccia detto Il Moncalvo (Montabone, Acqui Terme, 1568-Moncalvo 1625). Rappresenta la Madonna col Bambino, Santa Maria Maddalena, San Francesco e due committenti, ritratti con robusto e vigoroso realismo, caratteristica non rara nel pittore, ma poco sottolineata finora dagli studiosi.

Il Settecento

Mobili piemontesi 
Tra gli arredi, il pezzo certamente più importante e conosciuto è il mobile a doppio corpo firmato e datato 1738 ("Petrus Piffettus invenit, fecit et sculpsit") da Pietro Piffetti (Torino 1701-1777), uno dei più grandi creatori di mobili europei del Settecento, per dirla con Alvar Gonzà lez Palacios"il maggiore ebanista della penisola nel Settecento ma anche uno dei più originali protagonisti del supremo arredamento dell'intero mondo occidentale". Il grandioso doppio corpo di proprietà  della Fondazione Accorsi, impiallacciato di legni rari con avorio, tartaruga, madreperla, di fantasiosa sagoma mistilinea di gusto pienamente barocco nel gioco di profili concavi e convessi d'intonazione architettonica, è alto 350 cm e presenta la parte inferiore a cassettone con scrivania a sportello ribaltabile, mentre la superiore, retta da eleganti mensole a voluta, è ad alzata con due battenti apribili. La decorazione è ricchissima, persino esuberante, e costituisce un elemento fondamentale della particolare scenografia del mobile: sull'alzata, al centro, spicca un medaglione ovale incorniciato da tipici motivi rocaille (tra cui la conchiglia) raffigurante una scena di matrimonio (secondo Viale, plausibilmente, Alessandro e Rossana). Questa seconda ipotesi è avvalorata anche dal cartiglio visibile sotto un altro medaglione istoriato posto sulla ribalta, appena sopra la firma dell'artista, che riporta la scritta augurale"Perpetuum nodis" e dal bellissimo amorino con freccia scolpito in legno dorato posto sul fastigio (assai prossimo al gusto di Francesco Ladatte, ma la firma «sculpsitâ» accanto al nome di Piffetti potrebbe persino suggerire un suo diretto impegno nell'esecuzione). Sui fianchi e sul piano della ribalta sono visibili medaglioni in avorio raffiguranti le personificazioni delle Quattro parti del mondo.
Il Museo conserva alcune altre opere del grande ebanista torinese: non documentato, ma attendibilmente attribuito è un bellissimo cassettone impiallacciato a tre cassetti in marqueterie a rombi, con intarsi a festoni floreali in avorio e madreperla sia sulla fronte e sui fianchi che sul piano, su cui sono intarsiati anche alcuni oggetti a trompe-l'oeil (penna, occhiali e coltello). La forma del mobile è meno esuberante, più pacata del precedente, i contorni si fanno più sobri e le proporzioni più plausibili, pur senza che l'artista sappia rinunciare al dettaglio bizzarro, fantasioso, rappresentato in questo caso dal piano orizzontale che scende a onda, quasi fosse una finissima tovaglia di lino, o dal piede con il risvolto a ricciolo. Si tratta di una fase del Piffetti certamente meno conclamata, ma non per questo meno creativa in cui sembra prendere le distanze dal periodo più squisitamente rococò di vent'anni prima, e che caratterizza in toto la fase tarda dell'artista.
Piffetti è anche autore di tavolini da centro di fattura squisitamente elegante e leggera: il museo della Fondazione ne conserva uno impiallacciato in legno violetto e palissandro, con intarsi in avorio sul piano, sui fianchi e sulle gambe, ricurve e terminanti con piedi bronzei a zoccolo di capra. La decorazione intarsiata del piano presenta un bellissimo motivo a fiori e fogliami lungo il bordo mistilineo ed al centro un medaglione a volute vegetali, mentre il piano stesso viene vivacizzato dal particolare disegno formato dalle venature del legno, che si ripete lungo tutta la superficie, secondo una tipologia che l'autore ripete altre volte, ad esempio in un bellissimo tavolino conservato a Palazzo Reale (ma forse proveniente dalla Villa della Regina).
Altro pezzo unico è il cassettone con scrivania a sportello ribaltabile e con armadio, di fattura piemontese e sobrie proporzioni, interamente ricoperto di placche di maiolica policroma di Pesaro. Rispetto al doppio corpo di Piffetti ed a quello appena illustrato, le linee del mobile si sono irrigidite e schematizzate (a parte il coronamento in alto, di andamento lievemente curvilineo, elegantemente ripreso dalla forma degli sportelli), così come imponevano i dettami stilistici del periodo di transizione all'incipiente gusto neoclassico (siamo probabilmente intorno al 1775), ma quello che qui veramente conta è la luminosità  conferitagli dal fondo bianco della maiolica che gli dona un' eleganza ed una preziosità  senza eguali nella grande ebanisteria europea di quel periodo. Le formelle di maiolica raffigurano mazzi di fiori, paesaggi e marine, questi ultimi nel gusto di Claude Joseph Vernet e secondo il Viale sono state fabbricate su misura dalla manifattura pesarese Callegari e Casali. Tra le molte possedute dal Museo spicca una grande specchiera, da datarsi a poco prima della metà  del secolo, che s'impone per l'eccezionale leggerezza dell'intaglio in legno dorato, che ne snellisce le dimensioni e ne dinamizza i contorni, imprimendole un inconfondibile carattere barocchetto, ormai all'estremo di un gusto che stava inesorabilmente per tramontare.
Dalla seconda metà  del Seicento a tutto il Settecento si diffonde in Europa il gusto per la chinoiserie, grazie anche all'attività  della Compagnia delle Indie che, attraverso intensi rapporti commerciali con l'Oriente, importò a Londra e ad Amsterdam una grande quantità  di porcellane (sconosciuta in Europa), stoffe, carte da parati eccetera, da cui si diffusero in tutto il continente per arredare le sale dei palazzi delle famiglie regnanti o della grande nobiltà  à  la page. Nel salone centrale del museo Accorsi è esposta una importante serie di papier peints cinesi, forse ancora tardo-seicenteschi (databili quindi all'inizio della dinastia Ch'ing, regno K'ang-shi), raffiguranti gustose scenette di vita quotidiana, secondo il tipico gusto di ispirazione realistica, ma dal tratto fortemente stilizzato, proprio di quella cultura pittorica: la composizione è rigorosamente paratattica, priva dei concetti occidentali di spazio e prospettiva, le figure sono create dalla linea ed appaiono piatte, prive cioè di chiaroscuro e quindi di volume, ma vivacemente policrome, ciò che conferisce alle scene una sciolta e caratteristica narratività . Nel percorso espositivo si notino anche alcune sovrapporte a cineserie, più tarde, ed anche un bellissimo tavolino piemontese di elegante forma barocchetta (si notino le lunghe gambe arcuate e la crociera con il grosso nodo centrale che si riallaccia forse ad un gusto più antico) con vassoio asportabile, decorato sul piano con motivi naturalistici e a cineserie (1750 circa).

Mobili non piemontesi
Rara e di elegantissima fattura è la camera veneziana, formata da un letto, due comodini, un cassettone ed un piccolo doppio corpo, tutti laccati a fondo azzurro con delicate decorazioni dipinte a fiori ed uccelli. Databili entro la metà  del Settecento, sono mobili di minuta dimensione e di forma particolare ma mossa e leggiadra, tipica del gusto barocchetto elaborato in laguna e sottolineata dai bordi mistilinei in lacca chiara, che nel doppio corpo sembra gonfiarsi nella parte inferiore per poi improvvisamente slanciarsi verticalmente nell'alzatina ad un'unica luce, mentre nel cassettone tende ad allargarsi espandendosi orizzontalmente. Completano l'arredo un cassettoncino da corredo in legno laccato e dorato a fondo azzurro più chiaro, con piano in marmo giallo di Siena ed eleganti decorazioni dipinte a color ocra raffiguranti festoni e mazzi di fiori ed una piccola angoliera in legno laccato a fondo azzurro, con sportellino e decorazione policroma a fiori ed uccelli.
Il Museo della Fondazione Accorsi possiede anche alcune notevoli opere d'arte francesi: tra queste un fascinoso arazzo della Manifattura di Gobelin, risalente al 1740 circa raffigurante il Matrimonio di don Chisciotte, realizzato su cartoni di Coypel. Numerosi dipinti dei migliori maestri piemontesi del secolo caratterizzano il percorso espositivo: tra questi, oltre alla Cuoca e al Mercato di Pianezza di Pietro Domenico Olivero (1679-1755) e ad un grande, sontuoso ritratto di Carlo Emanuele III della ritrattista di corte Maria Giovanna Clementi detta La Clementina (1690-1761), assai significativa è la raccolta di opere di Vittorio Amedeo Cignaroli (Torino, 1730-1800). Si tratta di un gruppo che comprende sovrapporte, due bellissime angoliere dipinte a paesaggio e, soprattutto, sei grandi tele di formato verticale (cm. 246x173), di accertata provenienza sabauda (in tempi più recenti presso il castello di Carpeneto a La Loggia), raffiguranti Scene di Caccia ambientate nei pressi del Po nella piana a sud di Torino. Si tratta di veri e propri capolavori del maestro, esponente più illustre del ramo piemontese della nota famiglia di pittori veronesi. Si segnalano anche i Piaceri della vita campestre, variante del celebre dipinto di François Boucher ora al Louvre, il gruppo dei Sette Sacramenti realizzato nel 1733 da Pierre-Charles Tremolières dalla nota serie di Giuseppe Maria Crespi ora a Dresda, ed infine uno straordinario album di acquerelli, commissionato dalla città  di Torino ai principali pittori piemontesi intorno al 1870 per donarli al Principe Amedeo divenuto Re di Spagna. 

Arredi ed oggetti neoclassici e della prima metà  dell'Ottocento

Tra le opere neoclassiche spicca una coppia di cantoniere con sportello centrale lavorate finemente ad intaglio nel gusto di Giuseppe Maria Bonzanigo (circa 1780-90), probabilmente opera dell'ebanista che negli ultimi anni sta emergendo come uno dei principali dell'epoca, Francesco Bolgié (morto nel 1825). Il centro del pannello è caratterizzato da una decorazione a girali di acanto che si dipanano da una figura di bambino posta al centro su fondo laccato verde, mentre la mensa è in marmo rosa screziato. Circa alla stessa epoca appartiene un elegante cassettone piemontese a mezzaluna con tre cassetti, decorato in policromia con fondo color crema e bordi azzurri, con bordi e lesene scolpiti nel gusto del Bonzanigo e pitture sulla fronte e sui fianchi rappresentanti freschi festoni e mazzi di fiori attribuibili forse, data la loro qualità  esecutiva, al noto pittore di nature morte Angelo Vacca sr. Infine, un'altra specchiera da camino, databile intorno al 1780: inserita in una raffinatissima cornice intagliata e dorata, è caratterizzata da una ricca decorazione in legno intagliato, dorato e dipinto di gusto tendente ormai al neoclassico, prossimo a Giuseppe Maria Bonzanigo, a cascate di fiori e frutti, ghirlande, corone, fiaccole e faretre.

Notizie utili
La Fondazione Pietro Accorsi è in Via Po 55, tel. 011.8129116.
Dal 3 dicembre 1999 a oggi gli ospiti del Museo di Arti Decorative della Fondazione Accorsi hanno dimostrato di gradire tale istituzione intervenendo sempre più numerosi agli inviti proposti loro dal suo team, presieduto dal Cavalier Giulio Ometto e diretto dal professor Alberto Cottino. Nel 2001 i visitatori hanno sfiorato la cifra di 33.000 di contro ai 31.000 del 2000, risultato che per un museo d'arte antica colto e raffinato come questo è eccezionale, e lo pone tra i più visitati del Piemonte. In Italia la casa-museo è diventato un polo culturale primario sia dal punto di vista scientifico, sia da quello della grande divulgazione, coinvolgendo sempre di più un pubblico variegato nella scoperta della grande arte settecentesca e facendo una grande opera educativa sulle scuole. Il salotto accorsiano seduce per l'inestimabile valore della sua collezione e per le inesauribili manifestazioni di cui è protagonista, la cui ricchezza lo rende unico nel panorama museale italiano. Elemento portante della filosofia del Museo è quello di soddisfare gli interessi e le curiosità  culturali del visitatore, fornendogli le chiavi di lettura necessarie per la comprensione degli oggetti esposti. Con notevole frequenza vengono offerti appuntamenti di prestigio. Dalle visite guidate quotidiane alle visite a tema, come fondamentale completamento delle precedenti, per un'approfondita valutazione degli aspetti storico - artistici di ogni oggetto, attraverso letture formali, tecniche e conservative e ai percorsi per portatori di handicap. Dalle conferenze ai concerti, agli spettacoli teatrali, alle performance poetiche. Dalle lezioni e dai corsi di storia dell'arte all'attività  didattica per scuole, gruppi e famiglie.  Sensazionale il lavoro svolto dalla Sezione Didattica, che dal novembre del 2000 ha coinvolto più di 8000 ragazzi e di 100 associazioni, collaborando con l'Ufficio I Ragazzi del 2006 della Città  di Torino, con le Università  della Terza Età , con l'Unione Italiana Sordomuti - Sezione di Torino, e con la Scuola Media per Ciechi di via Nizza a Torino.

2003 


 

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