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3. Mondovì: un museo per il Galletto

CERAMICA IN PIEMONTE

Mondovì
un museo per il galletto
Testi: Orlando Perera

Le immagini di questa sezione appartengono alla collezione Levi
e sono state fornite dal Comune di Mondovì

Fino a non molti anni fa, questi piatti allegri e colorati erano assai popolari, specie nelle campagne. Se poi recavano dipinto un galletto col piumaggio variegato, nessun dubbio: "È un Mondovì!". Le stoviglie prodotte per un secolo e mezzo dai Musso, Besio, Tomatis, Beltrandi nelle fumose fabbriche dei rioni Carassone o Pian Della Valle, in Mondovì Breo, ai piedi del "Monte Regale", sono uno dei simboli dell'arte ceramica italiana. Non che abbiano mai raggiunto il prestigio delle manifatture di Faenza, Bassano del Grappa o Deruta, ma la vivacità  delle decorazioni, i prezzi economici e la loro diffusione fin nei più remoti mercati del Meridione ne ha fatto un genere assai amato dalle famiglie. Le ceramiche di Mondovì si usavano tutti i giorni sul desco, oppure tutti i giorni ricordavano da una parete, dalla madia, una massima di saggezza popolare, un avvenimento storico, un improvvisato poeta. Le terraglie che uscivano dai vecchi stabilimenti di mattoni, oggi tutti scomparsi; i sistemi produttivi sospesi tra artigianato ed industria, inadatti ad affrontare la modernità ; gli uomini e le donne, operai, Furicc (apprendisti) e Maiolichere, che in quegli stabilimenti consumarono la propria vita, formano il tessuto di una vicenda nostalgica, che vale la pena raccontare.
Non si sa esattamente quando e come sia cominciata la produzione della ceramica a Mondovì. I pezzi più antichi in nostro possesso non risalgono oltre l'inizio dell'Ottocento. A quell'epoca data la sfortunata impresa del medico Francesco Perotti e delle sue raffinate maioliche dai bordi a pizzo e gli impasti marmorizzati. Talmente raffinate, che qualcuno dubita si possano assimilare ai popolari prodotti monregalesi. Perotti andrà  in rovina per mancanza di materie prime, le argille fini, che servono ad elevare la qualità  del prodotto, e che doveva importare dall'estero a costi altissimi. Queste ceramiche sono oggi autentici pezzi da collezione, di grande rarità . Dopo altre iniziative più o meno dilettantesche, la prima vera fabbrica viene fondata dal savonese Benedetto Musso, che nel 1811 acquista un opificio in disuso in zona Carassone e comincia produrre terraglie, sfruttando la forza motrice delle acque del torrente Ellero.
La produzione di ceramica richiedeva in antico tre condizioni per essere avviata: abbondanza di materia prima, cave d'argilla "figulina", cioè adatta ad essere foggiata, in zone facilmente accessibili; boschi estesi, da cui ricavare legna e carbone per i forni di cottura, e appunto corsi d'acqua per azionare i rudimentali macchinari. Nel Monregalese ci sono tutte e tre, e così si spiega storicamente lo sviluppo di questa produzione nella zona. Musso è il vero fondatore della "Vecchia Mondovì", una ceramica fine, fatta d'argille bianche all'uso inglese, detta tenera per distinguerla da quella forte "feldspatica", e riconoscibile, oltre che dalla vivacità  dei colori, dal caratteristico ornato azzurro sui bordi.
Nel 1841 compare un nome destinato a lunga fama, Giuseppe Besio di Albissola. La Besio, guidata per molti decenni da Marco Levi, una figura storica della ceramica monregalese, è l'unico marchio oggi superstite, sia pure in forma assai diversa. Le altre aziende, Tomatis, Beltrandi, Messa, Barberis, La Vittoria, e altri, lungo l'Ottocento conosceranno momenti di grande sviluppo. Tutte insieme, queste fabbriche davano lavoro a centinaia di operai e costituivano la principale risorsa economica per l'intera l'area. Fino agli anni Trenta del Novecento continuano ad occupare un migliaio d'operai, ma già  con la Grande Guerra comincia un declino senza ritorno, e alla fine della seconda guerra mondiale sopravvivono poche aziende.
Com'erano fatte queste famose terraglie? Che spazio occupavano sul mercato e nei desideri della gente?
La risposta è semplice. Erano un prodotto popolare, allegro, adatto alle tavole più umili. Costavano poco, ma non mancavano di una certa loro eleganza. Le figure senza pretese erano semplicemente affidate al gusto e all'abilità  delle operaie, caratteristica che resterà  costante nel tempo. Le figurine - fiori, casette, facce di soldati o di donne, il tipico galletto (che però non è esclusivo di Mondovì, e compare in numerose altre zone) - sono tratteggiate con pochi tratti di pennello sul "biscotto", la prima cottura. Una seconda cottura segue per fissare vernici e decori. Orgoglio del decoratore, o della decoratrice, era la precisione del tratto: la figurina doveva essere completata in pochi minuti, senza bisogno di ritocchi. Molto ricca anche la serie dei motti popolari o scherzosi, avvenimenti storici o familiari immortalati nella ceramica.
Anche il ciclo fantastico di questi oggetti era totale. Carichi di simboli elementari e potenti, la loro funzione nell'immaginario era sottilmente pedagogica, poggiando sull'esaltazione di valori fondamentali. Il desco, in primo luogo, simbolo dell'unità  familiare, le casette, i galletti con il piumaggio variopinto, talismani di virilità  ed opulenza, l'ornamento elegante, che rifletteva l'aspirazione al decoro delle esistenze, la vivacità  del colore, segno d'amore per la vita. La memoria si posa a questo punto sulla massa oscura e dimenticata delle generazioni di Maioliché e di Maiolichère, che per un secolo e mezzo hanno speso le loro energie migliori nelle fabbriche monregalesi, in condizioni di lavoro che oggi sarebbero impensabili. Turni di dodici-quindici ore, anche per donne e ragazzi. La silicosi accompagnava come in viatico fatale chi arrivava alla pensione e non moriva prima. La vita di Mondovì era condizionata dalla ceramica, i ritmi collettivi scanditi dalle sirene degli stabilimenti.
Che cosa sopravvive oggi di questo mondo singolare, in cui l'aspra fatica del lavoro era curiosamente riscattata dalla leggiadria del prodotto. Nulla o poco più rimane di un patrimonio tecnico e produttivo ai suoi tempi rinomato. Dunque il Galletto di Mondovì ha cessato definitivamente di cantare? A prima vista sembrerebbe di sì. Ma forse non tutto è perduto. Nessuno pensa di resuscitare le fabbriche dei Besio e dei Musso, è chiaro, e tuttavia si tenta qualche forma di rilancio, soprattutto sul fronte culturale e della difesa delle tradizioni. Il progetto-cardine è l'istituzione di un Museo della Ceramica. Il Comune ha ottenuto l'antico Palazzo Faussone di Germagnano a Mondovì Piazza per ospitarvi le splendide collezioni di Carlo Baggioli e di Marco Levi, milleottocento pezzi raccolti in decenni di amorevoli ricerche, che raccontano la storia delle ceramica "Vecchia Mondovì" dai primi dell'Ottocento agli anni Sessanta del secolo appena trascorso. Altra trincea di resistenza, la Cooperativa Ceramica Vecchia Mondovì, promossa dallo stesso Dottor Levi nel 1986. Alcuni volontari, ex-dipendenti delle aziende locali, prestano la loro opera con entusiasmo e continuano a mantenere viva l'antica arte del decoro colorato, spugne e filetti eseguiti a pennello, fiori e galletti e molti altri soggetti di fantasia.

 


 

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