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2. Castellamonte: stufe e non solo

CERAMICA IN PIEMONTE
Testi: Orlando Perera
Immagini: Enrico Formica

CASTELLAMONTE
stufe e non solo

La fortuna della ceramica di Castellamonte comincia un paio di secoli fa. Le cronache del tempo registrano due nomi in particolare, Reasso e Antonietti. Dalle loro fornaci escono probabilmente i capitelli e i vasi che si possono tuttora ammirare sulla facciata della Chiesa di San Rocco (1777). A fine Settecento, in località  Campagna, c'è anche una fornace che produce porcellana, di proprietà  del conte Carlo di San Martino. Non durerà  molto. In questo periodo si afferma invece quella che diventerà  la produzione tipica di Castellamonte, le stufe di ceramica. Un sacerdote di simpatie illuministe, Don Andrea Cassano, introduce nella piccola azienda di cui è proprietario le scoperte del fisico americano Benjamin Franklin (al quale è oggi dedicato un vicolo della cittadina) sull'induzione del calore. Pietro Reasso realizza il primo caminetto a circolazione d'aria nel suo laboratorio in Frazione San Rocco e lo vende al prezzo per allora astronomico di trecento lire. 
Tutto l'Ottocento sarà  un periodo di grande sviluppo, i piccoli laboratori di ceramica si espandono, si trasformano in vaste fabbriche con molti dipendenti ed un'estesa rete commerciale. Nel 1814 nasce la più antica azienda ancora esistente, fondata da Enrico Pagliero in Canton Morlino, verso Cuorgné. Fra i protagonisti dell'Ottocento bisogna ricordare Antonio Galeazzi, pavese, che intorno alla metà  del secolo fonda un'impresa con tecnologie assai avanzate. Lavora ogni anno mille tonnellate d'argilla e produce di tutto: caminetti, stufe, vasellame, tubi e refrattari per l'industria. 
Il culmine della crescita Castellamonte lo tocca con Giacomo Buscaglione, d'origine biellese: alla fine del secolo, dalle sue quattro fornaci, che danno lavoro a quaranta persone, escono centocinquantamila pezzi l'anno. La ditta produce stufe, caminetti, refrattari per uso edilizio ed industriale, ma conserva il gusto della tradizione con medaglioni, comignoli, balaustre, vasellame d'ogni tipo. Anche dalle altre fabbriche escono oggetti per noi misteriosi. La Tofeja, pignatta a quattro manici che prende il nome dalla ricetta canavesana (ma la pentola si chiama cupot); la S-cionfeta e ilCucu, coppetta e fornello per la Bagna Cauda; il Piceul, brocca per l'acqua; la Gavia per scremare il latte, o, in versione più capiente, per preparare la liscivia da bucato; il Fugun, un braciere quadrato usato sulle tavole come un barbecue. Senza dimenticare i Pitociu, fantocci scaramantici di terracotta issati un tempo sul culmine dei tetti. 
 

Lo sviluppo produttivo porta anche una crescita sociale: fenomeno tipico di Castellamonte è il sorgere di numerose società  operaie di mutuo soccorso. Con la svolta del Novecento comincia il declino. Le terrecotte sono a poco a poco soppiantate da nuovi materiali, metalli soprattutto, e nuove tecnologie, le stufe dai termosifoni. Per fortuna è un declino lento: ancora nel primo dopoguerra le aziende canavesane danno lavoro ad un migliaio d'operai. Dopo la seconda Guerra Mondiale, si registra una parziale ripresa, limitata però ai refrattari e ad elementi per l'edilizia ed il riscaldamento. Nell'Italia degli anni Cinquanta, le sale d'attesa delle stazioni e le aule scolastiche sono ancora riscaldate con le stufe di ceramica, più o meno le stesse, in versione popolare, di quelle imponenti istallate da secoli nei castelli di Aglié o Masino. 
Il tracollo arriva con gli anni Settanta. La crisi dell'acciaio mette fuori gioco anche la produzione di refrattari per le acciaierie, con una caduta verticale degli occupati, ridotti ad una quarantina in tutto. Ne segue la dispersione d'un patrimonio tecnico e d'archeologia industriale senza confronti. 
Nel frattempo, però, si riaffaccia qualche motivo di speranza. Il principale è la nascita, nel 1961, della Mostra d'Arte e Industria Ceramica, per iniziativa di Enrico Carmassi, Preside dell'Istituto Statale d'Arte "Felice Faccio", e del Sindaco di allora, Carlo Trabucco. Sede naturale, all'aperto, la celebre Rotonda, la scenografica Incompiuta d'Alessandro Antonelli, simbolo di Castellamonte. La Mostra si propone due scopi principali: primo, tenere desto l'interesse sulla tradizione locale, collegandola con quella delle altre città  della ceramica. Secondo, sviluppare un nuovo rapporto fra artigianato ed arte, dando spazio agli artisti locali e richiamandone alcuni di fama internazionale. Negli anni Sessanta del secolo passato arrivano a Castellamonte Italo Cremona, Sandro Cherchi, Arturo Martini. In anni più recenti Enrico Baj, nel '94, e Arnaldo Pomodoro nel '95, che lascia un segno imperituro: l'arco in formelle di cotto davanti al Municipio, dieci metri di base per cinque d'altezza, come richiamo all'arco absidale della Rotonda. 

Diverso il discorso per le stufe. Gli anni Ottanta-Novanta hanno visto un forte ritorno d'interesse per la stufa di Castellamonte, in parte per il diffondersi delle seconde case in montagna o delle case dei vecchi ristrutturate, dove era troppo complicato installare caldaia e termosifoni. In parte per il gusto di arredare la casa con un pezzo unico, costruito secondo una tradizione secolare. Castellamonte è infatti rimasto l'unico centro italiano dove si producono stufe in ghisa con le formelle di ceramica, realizzate negli stampi o forme di gesso. Considerata la complessità  del sistema artigianale, un pezzo per volta, la produzione è abbastanza elevata. Dai quattro laboratori ancora in attività  escono quattro-cinquecento esemplari l'anno, di solito uno diverso dall'altro. Ma, nonostante le innovazioni, l'area di mercato non si è allargata. Il problema di questi prodotti è che sono troppo ingombranti: è difficile immaginare l'agente dei produttori di Castellamonte che gira con la valigia del campionario. Neppure si può pensare che qualche negoziante serbi in magazzino un assortimento, sia pur minimo, di questi piccoli ma costosi monumenti al calore domestico. Insomma, tutte le stufe si fanno su ordinazione e su misura, proprio secondo i più nobili principi dell'artigianato. È chiaro, tuttavia, che né stufe né stoviglie bastano da sole a rianimare una tradizione così ricca. Si avverte la necessità  di significati più profondi, di una ricerca artistica, appunto, per associare anche la più umile pignatta ad un valore creativo, che giustifichi il maggiore costo rispetto al prodotto di serie. Le chiavi di questo processo sono la Mostra della Ceramica e l'Istituto Statale d'Arte "Felice Faccio", che dagli anni Venti custodisce e tramanda le regole degli antichi ceramisti con le sue tre sezioni: arte della ceramica; disegno d'architettura ed arredamento; arte del tessuto, moda e costume. Dalla scuola escono anche progettisti, disegnatori, grafici. Altra istituzione vitale per il futuro di artigiani ed artisti è il Museo della Ceramica "Città  di Castellamonte", aperto nel 1993, nel settecentesco Palazzo dei Conti Botton.


 


 

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