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Il cioccolato in Piemonte - parte I

 IL CIOCCOLATO IN PIEMONTE

Testi di Mario Marsero
Foto di Lucilla Cremoni

Adattamento della pubblicazione cartacea omonima realizzata nel 1999 
dalla Michelangelo Carta Editore per Regione Piemonte
 

In Piemonte l'arte dolciaria ha radici profonde. Qui sono nati i primi cioccolatini, i gianduiotti, oltre a una varietà inesauribile di prodotti a base di cacao (gianduiotti, cremini, praline, uova pasquali, creme e gelati) e di confetteria (torroni, marrons glacés, caramelle, pastiglie, bonbon, gelatine).
Torino è la capitale storica dei dolci, e gli artigiani piemontesi hanno creato innumerevoli delizie, ispirato consuetudini e mode, ed hanno posto le basi dell'industria dolciaria nazionale. 
Questa tradizione, che nasce nelle corti sabaude, tocca il suo culmine negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, quando il settore occupa migliaia di addetti e produce tonnellate di prodotti dolciari in un assortimento incredibilmente vasto. 
  

Il cacao arriva in Piemonte

Alla fine del Cinquecento il cacao fa il suo ingresso in Piemonte direttamente dalla corte di Spagna. In Piemonte viene portato da Emanuele Filiberto di Savoia, generale degli eserciti spagnoli proprio sotto l'imperatore Carlo V. 
La diffusione della nuova bevanda nei salotti della nobiltà  subalpina avviene però in seguito al matrimonio tra Caterina, figlia di Filippo II, con Carlo Emanuele I. 
Proprio dagli ambienti di corte provengono i primi fabbricanti e venditori di cioccolata il cui capostipite è Giò Battista Ari, autorizzato nel 1678 da ui Madama Reale a "vendere pubblicamente la cioccolata in bevanda per anni sei prossimi dalla data della presente". 
Per fare la cioccolata questi artigiani passano sul fuoco le fave del cacao in modo da poterle essiccare e pelare, le pestano in un mortaio ben caldo, quindi le macinano con lo zucchero usando una mazza di ferro su un piano di pietra riscaldato. Infine aggiungono aromi e altri ingredienti. Alcuni fabbricano la "Cioccolata della Sanità " (Santé), aromatizzata con cannella e così chiamata per distinguerla da altre qualità , ottenute miscelando droghe, farine e chissà  che altro.

     

Dalla cioccolata al cioccolato
Nel Settecento, l'esperienza dei cioccolatieri torinesi è determinante per la messa a punto di quelle lavorazioni meccaniche fondamentali per passare dalla cioccolata in bevanda ad una pasta di cioccolato morbida, omogenea e consistente. 
Molti Valdesi sopravvissuti alle persecuzioni erano migrati dalla Francia in Piemonte provvisti di patenti di cioccolatiere. Non a caso i grandi nomi dell'industria cioccolatiera piemontese (e svizzera) sono di origine valdese, come Caffarel, Prochet, Talmone, Cailler, Malan.
Proprio a Torino vengono messe a punto alcune lavorazioni, oltre che la ricetta, per ottenere anche un buon cioccolato. 
Nei primi dell'Ottocento il capoluogo subalpino diventa un centro di formazione per i garzoni da bottega che vengono (a pagamento!) da tutta Europa per perfezionare e approfondire l'arte della cioccolateria.
Sul piano industriale il primo passo importante lo compie Caffarel all'inizio del XIX secolo. Il fondatore, Paolo Caffarelli, aveva acquistato nel 1826 una piccola conceria sulle rive del canale della Pellerina, per far girare con la ruota idraulica quei pochi e rudimentali macchinari che erano "in uso pel macinamento delle droghe che concorrono alla fabbricazione del cioccolatto". Viene installato anche una specie di mescolatore, un frantoio per le olive adattato alla lavorazione del cioccolato: un'idea semplice, ma rivoluzionaria. Con questa nuova macchina si producono fino a 700 libre di cioccolato il giorno (circa 350 kg). Poco dopo, Caffarel acquista un altro macchinario idraulico per raffinare la pasta di cacao e mescolare lo zucchero e la vaniglia, operazione fino ad allora eseguita manualmente.

 

Cioccolatini e gianduiotti
Trovato il sistema per fare il cioccolato, compaiono anche i primi cioccolatini, Diablotin e Givu, grossi come ghiande (in dialetto, appunto, givu), ottenuti da una pasta tirata a mano e foggiata in modo grossolano. Da queste prime esperienze nella metà  dell'Ottocento nasce il gianduiotto, il celebre cioccolatino dalla caratteristica forma a spicchio. Da sempre viene prodotto con cioccolato Gianduia, una pasta tenera e morbida a base di cacao, zucchero, burro di cacao e le famose nocciole "tonde e gentili" del Piemonte.
Il suo sapore è frutto di una scelta attenta e di un dosaggio equilibrato fra gli ingredienti. Il colore bruno cambia di intensità  a seconda delle varietà  di cacao utilizzate in miscela. La caratteristica forma deriva invece dagli antichi sistemi manuali di lavorazione. Gli abili cioccolatieri impastavano gli ingredienti fino a ottenere una viscosità  e consistenza ottimali e foggiavano manualmente i gianduiotti utilizzando due coltelle rettangolari. 
Nell'Ottocento, quando non si conosceva ancora il cioccolato al latte, la pasta Gianduia era considerata la migliore e i prodotti della cioccolateria piemontese venivano esportati ovunque. Alcuni cronisti sostengono che la pasta Gianduia sia nata da uno stato di necessità : Napoleone con il blocco continentale aveva reso quasi impossibile il rifornimento di cacao ai cioccolatieri piemontesi, facendo aumentare a dismisura il prezzo della materia prima. Per continuare a produrre, gli ingegnosi ciculaté subalpini pensarono allora di unire al cacao un frutto di casa, le nocciole, dopo averle opportunamente tostate.
L'idea di amalgamare al cioccolato le nocciole tostate e tritate pare sia venuta al cioccolatiere Michele Prochet, titolare del laboratorio "Prochet Gay e C." in Piazza San Carlo 1, a Torino.
Già  nel 1852 Prochet produceva questa pasta di cioccolato e nocciole ma solo qualche anno dopo, in occasione delle Gianduieidi (così si chiamavano allora le festività  del Carnevale a Torino), decise di mettere in commercio uno strano e singolare cioccolatino a base di pasta Gianduia. Fu in quell'occasione che Gianduia ebbe modo di assaggiare questo nuovo prodotto: lo trovò squisito e decise di chiamarlo con il proprio nome.
A differenza di altri cioccolatini, il gianduiotto non nasce "nudo", bensì "vestito", cioè protetto e impreziosito da stagnole dorate, argentate, damascate: una vera e propria novità  nell'Ottocento. Da allora, nonostante il mutare di gusti, mode e stili di vita, il gianduiotto mantiene le sue caratteristiche e continua ad essere ambasciatore delle virtù dolciarie di Torino e del Piemonte.


 

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