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Funghi a Giaveno - 2006

29 settembre - 8 ottobre 2006
FUNGHI IN FESTA 
Giaveno celebra Re Porcino

di Alda Rosati-Peys
Immagini: Archivio Comune di Giaveno 

Una volta, andare per funghi era un tranquillo passatempo, a meno di non essere dei bolajé professionisti, di quelli che i funghi poi li portano al mercato per venderli. Ma negli ultimi decenni la cerca dei funghi finiva spesso per diventare una scorreria di vandali. Le orde di cercatori invadenti calpestavano tutto, usavano rastrelli e zappe e spesso, se trovavano pochi funghi, si davano alla razzia, portandosi a casa frutta, nocciole, castagne, uova, fingendo di non sapere di trovarsi in una proprietà  privata. Così, oggi, se si vuole andar per funghi bisogna munirsi dell'apposito tesserino rilasciato dal Comune o dalla Comunità  Montana di riferimento. I barbari continuano ad esistere e a fare razzia, e ben si sa che un solo fungaiolo maleducato fa più danni di dieci cercatori tranquilli, ma almeno il sistema ha contribuito a limitare i danni.
Tanto, i fungaioli migliori restano gli indigeni. Loro non cercano: loro trovano, perché vanno a colpo sicuro, sanno cosa c'è e dove, l'unica vera sfida è arrivarci prima del vicino, fargli credere che no, domani ho da fare, poi tanto quest'anno funghi non ne mangio, sai, la gastrite, la sciatica, i reumi. E poi sgusciar fuori, col favore delle tenebre, e infilarsi nei boschi e inerpicarsi su per la montagna a trovare le fungaie "di famiglia".
Tutti gli altri, villeggianti o pendolari micologici, possono anche essere bravi, ma non c'è paragone. Però sono antropologicamente interessanti, dimmi come vai a funghi e ti dirò chi sei. Ci sono quelli che vanno a funghi ma in realtà  vogliono soprattutto fare una sgambata nei boschi, cercando posti impervi e selvaggi dove la probabilità  di trovare funghi è pari a quella di trovare un galeone spagnolo e alla fine, se capita, è il fungo che trova loro, ma l'importante è stare all'aria aperta. Ci sono i confusionari, che cercano come segugi e non vedono un fungo che sia uno, forse perché ci stanno camminando sopra; e i fortunati che fanno due passi, vedono un bel tronco su cui sedersi a far merenda, e mentre stanno per ripartire si accorgono di avere una distesa di porcini a una spanna dalla mano. E ci sono quelli che usano il metodo scientifico, controllano la frequenza e intensità  delle precipitazioni, verificano che "la luna sia giusta", che l'ora sia propizia, che il vento non sia troppo forte e partono. A volte trovano, più spesso no, a volte sentenziano che non è stagione e proprio in quel momento la moglie, che li ha pazientemente ascoltati e accompagnati ma è, secondo loro, notoriamente negata per la pratica, arriva con il cestino colmo di porcini e ovoli trovati proprio in quella raduretta che il marito aveva snobbato perché troppo questo e non abbastanza quello.
Però famiole, garìtule, crave e pèt del lüv di piemontese hanno solo il nome, ma non sono funghi tipici della nostra regione: crescono un po' ovunque, e ovunque, anche da un paese all'altro, hanno un nome diverso e più o meno pittoresco. Ma se non si può parlare di varietà  tipiche, è un dato di fatto che alcune zone del Piemonte sono particolarmente e tradizionalmente favorevoli alla nascita dei funghi, tanto che i loro raccolti sono stati inseriti nell'Elenco dei Prodotti Agroalimentari Tipici. Questi territori sono la Valle Bronda, nel Cuneese, e in particolare i comuni di Pagno, Brondello e Castellar (il mercato dei funghi di Pagno è documentato sin dal XIV secolo, e ancor oggi si svolge, tra estate e autunno, tutti i pomeriggi dopo le 16 sotto l'ala della Piazza del mercato); e, sempre nella Granda, la zona di Sanfront. E poi c'è Giaveno, il cui mercato dei funghi è celebre sin dall'Ottocento, quando era allestito in Via Breccia (il nome, alquanto curioso, deriva dalla breccia che proprio là  il generale Catinat riuscì ad aprire per espugnare la città  a fine Seicento), mentre in seguito fu trasferito nella sede attuale di Piazza Mautino. I funghi di Giaveno fanno anche parte del Paniere dei Prodotti della Provincia di Torino, e la città  partecipa al concorso enogastronomico "Fungo d'Oro", promosso e organizzato da Montagnedoc.
Quest'anno la cittadina della Val Sangone celebre per le sue fontane (a cominciare dal "Mascherone", opera seicentesca di Giacomo Fontana, nomen omen, di Chianocco, oggi collocata davanti al Municipio e diventata simbolo della città ) ha iniziato a celebrare il suo prodotto più pregiato il 29 settembre e prosegue fino all'8 ottobre.
Ogni giorno, mercato dei funghi freschi spontanei e menù a tema presso il Palafungo, allestito dall'Associazione Turistica Nuova Pro Loco, e nei ristoranti e trattorie cittadine, molti dei quali aderiscono all'iniziativa "Fungo in tavola".
Ma la manifestazione di Giaveno non è solo enogastronomia. Perché fungo vuol dire anche, e forse soprattutto, bosco, e allora qual migliore occasione per richiamare l'attenzione sul territorio, la sua cura e salvaguardia, per ribadire che la montagna non è né un bene di consumo da usare e distruggere né una reliquia da museo, ma un mondo da vivere e da trattare con rispetto?
Questo è il senso più profondo della manifestazione e delle molte iniziative collaterali, fino al gran finale di domenica 8 ottobre quando, oltre alla Mostra Micologica curata dall'Associazione Amici dei Funghi della Val Sangone e dagli esperti Giancarlo Vinassa e Giuseppe Tessa, si svolgeranno dimostrazioni di taglio e uso della legna con tecniche e attrezzi d'epoca.


 

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