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Vendemmia - un racconto di Franco Piccinelli

VENDEMMIA
un racconto di
Franco Piccinelli



La vendemmia è oggi e non da oggi un'operazione commerciale. si recluta manodopera in buona parte extracomunitaria, s'ingaggiano studenti universitari, si procede celermente perché i precari costano ogni anno di più. Quanto prima si spoglia una vigna, tanto minore è l'affanno di conteggi in corso d'opera: conteggi monetari, rapportati al costo di un'ora moltiplicato per il numero delle ore. Il cervello rurale si è fatto rapido nelle operazioni aritmetiche, sventaglia gli importi dei trattamenti antimuffa, vi assomma i supplementi nel caso la stagione non accompagni il regolare maturarsi delle uve, detrae il gravame dalle quotazioni annunciate o già  pattuite. Quand'anche rimanga un ottimo margine di guadagno, il contadino dice che è una miseria, in ciò identico ai genitori, agli avi che lo precedettero. Tuttavia egli, a differenza degli antesignani, ha smesso di piangersi addosso, ha il pudore della piccola menzogna ma anche l'orgoglio di una imprenditorialità  seppure di stampo particolare a causa delle imprevedibilità  atmosferiche. Un buon imprenditore, insomma, non può e non vuole essere in perdita, ci sono in gioco prestigio e competenze, c'è un mercato che spinge nella direzione della buona qualità. Così, a mano a mano eppure tralasciando il tradizionalmente lento passo, il contadino d'oggi vendemmia decidendo d'imbottigliare una percentuale del vino che ne verrà. Non deve più confrontarsi, confortarsi, con le idee dei vecchi di casa, in quanto nelle case rurali i vecchi non hanno voce in capitolo, sono i giovani, gli eredi, a decidere, avendo capovolto una tradizione millenaria che li voleva succubi delle età  maggiori, quand'anche queste non fossero del tutto pertinenti. Coinvolge, ecco, la moglie, non apostrofandola più per donna in senso minoritario, ma chiamandola per nome, con il nome di lei che nei rapporti agresti è conquista dell'ultima generazione poco più. "Te la senti, tu, di incollare le etichette? Cominceremo con una piccola partita. Poi si vedrà  se è il caso d'allargarci. È meglio ampliarci per gradi piuttosto che restringerci, che dover dare indietro. Ti sembra, Samantha?" Lei risponde di sì, e fa capire (ci sono tanti modi di far capire) che ci tiene all'acca interposta nel suo nome, che in qualche modo segna il distacco fra la civiltà  dei lumi a olio, campestre o no, e quella dei computer, della televisione che svecchia, non di rado anche fin troppo. Risponde di sì, dal momento che non vuole rinunciare a nessuna delle sue prerogative conquistatasi, capaci di distanziarla dall'ambiente in cui è nata. Vuole anzi progredire, gareggiare e mettersi in mostra rispetto ai vicini di podere che vengono da un'aristocrazia della terra più solida, ma che hanno perso alcuni colpi di recente, và  a sapere perché. Alti e bassi delle umane sorti. "Se ci va bene", dice l'uomo, "l'anno prossimo ci prendiamo l'etichettatrice, così non t'impiastricci le mani". E usa questo linguaggio perché egli ha fatto l'università  pur non avendo concluso il piano di studi. "Sarebbe ora che ci slanciassimo", lo supporta lei, "guarda un po' ... (e qui elenca nomi e cognomi senza ricorso ai soprannomi che non s'usano più in nessuna campagna), si stanno facendo soldi a palate, persino di notte lavorano, non hai visto la luce accesa nelle ore piccole, dai finestruoli della cantina?" 
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Pure la donna la propria istruzione ce l'ha, un diploma magistrale, ma non insegna, volendolo mettere a frutto perché maggiormente le renda nell'azienda familiare intanto vagheggiata, ma che sta per prendere forma. Poi l'assale un dubbio. "Ma tu, Alex, sei buono davvero a fare il vino? Forse pigiare non basta. Autoclavi? è una parola. Barriques?..." "Lascia stare le barriques", l'interrompe lui, "ho in mente di riesumare certi vini che bevevo da ragazzino. Dicono che i vini d'una volta fossero ciufèca. Ce ne saranno stati, ce n'erano. Botti ammuffite e doghe più rugose del volto d'una donna con la mania di farselo scorticare dal sole di montagna. Ma a saperlo fare, ne veniva una roba da mettere le voglie a un pievano. E non faceva male. Ne bevevi fin che volevi. Tre bicchieri, quattro bicchieri, e poi, pardon, nell'aia a cambiar l'acqua al canarino. Quindi, di nuovo con le gambe sotto la tavola, a versare, e ogni due o tre sorsi un rutto, sai Samantha, di quelli che ti allargano lo stomaco, che ti fanno stare bene". "Scappano anche a me e mi danno soddisfazione, quando bevo giusto. Pare, però, che se si ha l'ambizione di vendere all'estero.." "Sei già  nei mercati tedeschi, americani? Diomio se corri. Guarda piuttosto quella coppia di fagnani che ogni grappolo staccato se ne addentano uno, e lui le liscia le chiappe, trasparenti sotto la camiciola. Un caldo così, a fine settembre, è da un po' che non ce l'abbiamo. C'è da vendemmiare in costume da bagno, se non fosse che l'Usl ti mette la multa con la scusa dei rischi di prendersi qualche accidente. persino lì vengono a mettere il loro naso. E guai se tuo cognato si permette di darci una mano. Diventa abusivo, fuori regola, e per noi giù, una multa in aggiunta". "Sono nei mercati americani perché dovremo deciderci a impararlo, st'inglese. A sentire l'Olivia della Madernassa, il suo uomo tre volte l'anno è in California, in Giappone, senza interpreti, e ci ha sempre la cantina vuota. Barbaresco o Barolo del '96? Niente da fare, non ce n'è più nemmeno se strilli..." "Sì, hai ragione, Samantha. Dovremo metterci per quella strada là. Noi non siamo certo meno di loro". 
Proiettati entrambi nel futuro, un pensiero li assale, quasi assieme. Se i grappoli si staccano sempre a mano, vorrà  dire qualcosa: vorrà  dire che un po' di rispetto ci vuole per il passato. "Le vendemmiatrici meccaniche le hanno provate", fa lui, riportando quello che gli riferirono, "ci ha fatto l'esperimento l'Ezio Rivella quando dominava a Villa Banfi in Toscana, e se le ha accantonate, anche questo vorrà  dire qualcosa". "Ma cosa ne sappiamo, noi, del domani? Io ho una gran voglia di viverlo, di godermelo, il domani". "Non sei contenta dell'oggi? Non ti basta?" e Alex significativamente finge d'intristirsi, intanto che dà  una mano a issare una cassa di plastica sulla spalla d'un marocchino. "Non dicevo mica a te, follandrano" (a Samantha piacciono le riesumazioni gergali, distintamente le italianizza). "Però bisogna stare all'occhio, ci sono più separazioni e divorzi in campagna, di quanti ce ne fossero a Hollywood cinquant'anni fa". "Perché abbiamo perso la pazienza. Se una cosa, un oggetto, un sentimento, non ti vanno più, si buttano, si buttano subito via. Non so mica se abbiamo fatto tanti passi avanti, da quella parte lì. Una volta..." E questa volta Samantha non contesta. è apparso, nei filari, Victòr, il loro unico figlio. Si mette un acino in bocca, lo succhia quasi a capire cos'è, butta via la buccia, osserva, è presto annoiato, se ne va. Senza dirselo, il padre e la madre si trovano affondati nelle nebbie d'un tempo senza tempo, quando anch'essi erano bambini e la vita in campagna era già  notevolmente cambiata confronto a quanto sentivano raccontare di epoche remote, conservatesi identiche quasi per secoli.
La vendemmia era allora una festa. Anzi, era Festa con la maiuscola, attesa come il natale, infatti anche la vendemmia era un rito, altro che freddo mercantilismo. E, come per il Natale, ad essa ci si preparava attraverso una sorta di novena, ceste da preparare incastrandole una nell'altra perché ce ne stessero di più nel tamagnone aggiogato al bue. Tini e bigonce disposti sui cavalletti, garocci e garoccini pronti all'uso, intanto che nella casa si rinforzava la dispensa perché allora erano tutti affamati, al contrario d'oggi che, nonostante qualche fatica, l'anoressia condiziona ventre e mandibole.
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Un'agitazione bella e buona. La si avvertiva in ogni corte. S'indugiava a dare il via all'operazione. Si attendeva di vedere come si sarebbe comportato il vicino di podere, hai visto mai che gli fosse pervenuta una dritta su come si sarebbe risolto il tempo atmosferico nei giorni a venire? Poi, un bel mattino, di buonora, dà i che si va. Tutti in fila, dal decano della casa al più piccolo della nidiata, questi con un paniere costruitogli apposta dal nonno, tenuto per regalo impareggiabile. Alla cavezza del bue una donna, fra le anziane ma non ancora matriarca. bassa di statura e secca, costei aveva in vero una forza di nervi che le derivava dai troppi urti di nervi subiti nel questionare con il settore muliebre della domesticità, nel doversi arrendere pur se la ragione, a lei, sembrava appartenerle. Nonostante le vendemmie d'allora fossero spesso piovose, quand'anche l'aurora annunciasse un sole splendido, la donna vestiva l'uniforme unistagionale, comprese le calze nere di lana con lo scappino-soletta rinforzato per reggere alla ruvidità  delle calzature di panno. Borbottava un po' lunatica in contraddizione con la generale letizia, e seppure il quadrupede procedesse adagio, buttando all'esterno le zampe e gli unghioni, di tanto in tanto lo percuoteva sul muso con una canna: anzi, sul naso, di osso e di cartilagine delicati, rimbombanti, di froge umide, passate nella pece. La donna aveva compiti di vivandiera. in questa sua veste, toccandole esprimere giudizi sulle bevande oltre che sugli alimenti, tracannava, si capisce di nascosto, attaccandosi alla bottiglia del vino che in realtà  era un bottiglione, tutto intarsiato nel vetro interno dal tannino della barbera: dal che i suoi frequenti bruciori di stomaco con ricorso al bicarbonato. "Perché mi tocca travonderne tante", asseriva, in realtà  ignara di certe acidità  se non si è predisposti a tollerarle. Disfaceva le grissie del pane servendosi di dita adunche anziché del coltello. Le insaporiva con salumi, formaggi a scaglie, e sulla loro sommità  sfregava spicchi d'aglio fino a sminuzzarli, a dissolverli. Per il decano era prelibatezza questo forte ornamento. Gli altri si adeguavano per rispetto, per convenienza, consapevoli che la congiunta, da tutti chiamata magna, cioè zia, era nubile e non conveniva trascinarla in collera, a rischio di veder transitare il suo patrimonio, a suo tempo, nelle grinfie di qualche pia istituzione, pievania compresa. Cantavano. Tutti. Non essendo ancora invalsa la moda dei blue jeans in luogo delle gonne, gli uomini, i ragazzi in specie ed erano tanti, varie unità  per ciascuna famiglia, si appostavano nel filare di sotto, sul basso rispetto alle vendemmiatrici, e spiavano. Esse sapevano, provocavano, concedevano, sottraevano, in un gioco perverso di perversione ridente che in certi casi poteva protrarsi anche dopo, nelle tresche rusticane che non hanno uguali per determinatezza e gagliardia. Nella pace della natura e nel subbuglio dei sensi, i canti si allargavano da una collina all'altra: le donne in falsetto, di testa, come avevano imparato solfeggiando le litanie in chiesa. Gli uomini cavavano dai precordi note congeniali alla loro voce, al timbro della loro voce, in una cercata armonia di suoni tenorili e baritonali. Brani d'opera venivano riesumati, tacconati alla meno peggio in una metrica non padroneggiata. Agli acuti finali s'arrestavano, smettevano di cogliere grappoli, si soffregavano la nocca del pollice la cui unghia gli era servita a recidere il tralcio, gonfiavano i pettorali e giù nella Cavalleria Rusticana ma anche nel Barbiere rossiniano. Chi, miracolosamente, era rientrato dalla guerra in Russia, andava triste sulle nenie della steppa,"nemaklieba nemakukurusa, nemajeica, nemamolokò... Cityri malenki..." subito rasserenandosi per la benigna sorte che lo aveva risparmiato.
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E nessuno pensava a far di conto, a proposito di profitti, nonostante certe stime risultassero a occhio. Piuttosto, la preoccupazione che quelle uve trovassero il compratore, che i mediatori non fossero doppiogiochisti, che grappoli e grappoli si trasformassero in denaro contante, suprema rarità  quando i denari mancano. Il bue, staccato dalle stanghe, poltriva ed era una delle rare volte in cui non gli era imposto di coadiuvare nel lavoro umano. Le sue orecchie sventagliavano a pararsi gl'insetti inebriati dalla polpa zuccherina, la sua lingua si allungava sugli arbusti, sulle foglie dei rami bassi del gelso, come fa l'ozioso per scacciar la noia quando si porta alla bocca un cibo senza curarsi di che cosa mangia. Progetti d'amore. Massime filosofiche a scendere dai vecchi ai giovani perché s'impratichissero presto della vita. Assurdità  raccontate per vere. Si rideva e si tornava a ridere per un nonnulla, per il medesimo nonnulla. Dichiarazioni sussurrate audaci. Simulacri di resistenza verginali o collaudate nel gioco dell'offrirsi ritraendosi. Padroni del mondo e della vita essendo globalizzato il territorio d'una collina, tutt'al più d'una cresta di bricchi. piccoli reami che parevano immensi, mentre oggi il mondo è diventato piccolo e impedisce parte della libertà  d'allora per la prevalenza del virtuale sul reale. Una religiosità  non negata, creduta e finanche vissuta nel concetto d'una provvidenza divina prima che cosmica, casuale. Sogni. Chimere. Come si fa a sognare oggi, adesso che l'incanto è perduto ma il futuro è impaurente come lo era allora? Rintocchi di campane, da una prevostura a una pieve: campane vere, suoni autentici e non preregistrati perché le corde dei campanili si sono rotte. "Dài, Rosso, alzati, Vagabondo!", e il bue riconosceva voce e pungolo, inarcava la solida muscolatura, rinculando a farsi riaggiogare. Il carro era pesante, il fango, quando c'era, era diaframma per la scorrevolezza delle ruote, qualcuno dava una mano a spingere, anche ciò essendo dovere o almeno carità  solidale non escludente le bestie. "Hai visto, Samantha? In un giorno e mezzo abbiamo spogliato l'intera vigna. da domani tocca mettersi sotto con le botti e le vasselle se vogliamo portare in porto il progetto. Sì, vignaioli e vinificatori, senza intermediari. Hai sempre ragione tu". Gli occhi di lei brillano di nuovi sogni mercantili, mentre sale in Mercedes sul bilico del sappello. Samantha tiene il volante e la strada come la vecchia che governava il bue. Alex pensa che s'iscriverà  al corso d'inglese dell'Unitré, per cominciare, poi verranno i perfezionamenti. nel gran letto dietro il Monviso il Sole si corica. Soltanto il Sole e il Monviso sono sempre uguali, non hanno rimpianti. Alla guida del trattore cabinato con il condizionatore, Alex si sente Re. Ma Re, a proprio modo, era anche suo bisnonno. Per quell'unico figlio, si vedrà .

Foto di Lucilla Cremoni
Le immagini sono state realizzate presso l'Azienda Agricola "Ruris" di Castagnole delle Lanze (AT), 2003


 

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