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17. Gli anni Ottanta - III

IL JAZZ A TORINO 
Gian Carlo Roncaglia

GLI ANNI OTTANTA
Parte III
 

A Torino, in quel periodo, era stato anche aperto un club-ristorante dal nome inconsueto, "L'Uovo", dove a volte veniva anche programmato qualche concerto, e dove si diceva che la cucina non fosse disprezzabile. Il locale era al primo piano di uno stabile proprio di fronte alla chiesa di San Domenico, e chi scrive decise di andarci una sera a cena con la consorte. Arrivati davanti alla porta, stranamente chiusa, ci si accinse a suonare il campanello. La porta si aprì, alla moglie fu riservato un radioso sorriso, e al malcapitato marito toccò uno sferzante "Tu che ci fai qui?" Si scoprì così che si trattava di un circolo femminista oltranzista, e neppure il fatto che 

Nanà de Vasconcelos suona il berimbau, strumento tradizionale brasiliano

chi scrive conoscesse una delle fondatrici sin dalla nascita servì a nulla.
Fra i nuovi locali spiccava comunque il Doctor Sax, sito ai Murazzi del Po, oggi luogo di tendenza ma all'epoca considerato bizzarro, visto che era stato ricavato in un ex riparo per le barche. Lì il problema non era di appartenere al sesso giusto o sbagliato, ma la sopravvivenza ai fumi di ogni natura che si era costretti a inalare per assistere ai concerti.
Per fortuna dei bronchi, c'era lo sfogo costituito in estate dai Punti Verdi. "La bellezza di duecentoquattro spettacoli, quest'anno, sono stati protagonisti del programma dei Punti Verdi" fu l'orgoglioso inizio del rendiconto giornalistico dell'estate a Torino e nella sua banlieue - da Moncalieri a Nichelino, passando per Collegno a beneficio degli ospiti "liberi" dell'ex ospedale psichiatrico. Lì, in prima fila, sedeva un'elegante, struggente e molto anziana signora che stringeva al petto ben cinque bambole mentre ascoltava con compunta attenzione l'Art Studio (ostico, per i non esperti), seguito da Bill Smith con Enrico Pieranunzi, Riccardo Del Fra e Bruno Biriaco. E poi Venaria, nel cortile del Parco Reale, con un minifestival blues con Oscar Klein e "Philadelphia" Jerry Ricks, la Mojo Blues Band e il gruppo dei Mombasa capeggiati dal trombonista Lou Blackburn, Al Jones e l'allora eporediese Roberto Menabò. A Torino, dove i Punti Verdi spaziavano dalla Pellerina al Parco Sempione, dal Rignon alla Tesoriera, erano arrivati sia Archie Shepp e il suo quartetto col biondo pianista tedesco Sigfried Kessler, sia Art Pepper, e inoltre Barney Wilen con Jacques Pelzer.
A Nichelino, Pepper Adams e il suo quartetto si esibirono preceduti dalla nuova orchestra ideata e diretta (alla tromba!) dall'ormai canuto Renato Germonio, che alla sua band di giovani jazzmen aveva dato il nome "Kansas Cit", usando il termine torinese per "bambini" (cit, appunto) anziché "City" in omaggio al luogo di nascita del jazz di Count Basie al quale Germonio - per tutti ormai "pater" - si ispirava. Sarebbe troppo lungo parlare di tutti i protagonisti, ma è degna di nota la performance extra-musicale di Woody Shaw che a Moncalieri, nel retropalco, mostrò agli organizzatori il suo personale metodo di cura universale, costituito dal mettersi in verticale con la testa poggiante su un cuscinetto e gli occhi ben chiusi. Un metodo già  visto anni prima con Lou Bennett, leggendario solista di organo Hammond, che con lo yoga aveva superato la dipendenza dalla droga. E, ancora quell'estate, si ricorda il Black Art Show al Parco Sempione, in cui si esibirono, fra gli altri, l'orchestra di Richard Abrams, guru della allora jazzisticamente rivoluzionaria Association for the Advancement of Creative Music, e il Voice Choir dell'altrettanto rivoluzionaria Amina Myers, fino alla maxifesta danzante al castello della Mandria con la grande orchestra di Mario Rusca, torinese trapiantato a Milano che ancora una volta fu accolto dal grido di "Mario, rüsca!", che in torinese significa "lavora!"


 

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