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Torino post-olimpica

SPERIAMO CHE DURI...
Giri e pensieri neanche tanto oziosi nella città  post-olimpica

di Michelangelo Carta
foto: Lucilla Cremoni


Di questi tempi, a Torino, chi passa davanti ai chioschi d'informazioni turistiche assiste a un fenomeno interessante: a chiedere il materiale in distribuzione sono soprattutto i torinesi, che sfogliano le guide alla loro città  come fossero brochure su Venezia o Parigi.
Una conferma di quale scoperta sia stata la Torino olimpica.
Lo è stata per i turisti che credevano di arrivare in una gigantesca officina, ma lo è stata soprattutto per i torinesi, i quali hanno (ri)trovato angoli e monumenti che davano per scontati, o che erano inevitabilmente passati in secondo piano nei momenti - anni - in cui l'entusiasmo, di cui già  non abbondano, era soffocato dal traffico reso folle da scavi e cantieri, da rumore, polvere, buche, sensi unici dalle logiche imperscrutabili, parcheggi introvabili.
Al culmine di tutto questo, quando l'animo logorato dalla lotta quotidiana per sopravvivere ai serial killer accuratamente scelti come autisti dei camion che facevano la spola coi cantieri aveva indotto anche il più paziente e placido dei cittadini ad affrontare il mondo con la disposizione d'animo di un gorilla col mal di denti, la scena cambiava.
Un mattino ti svegli e la piazza, da bailamme di sporcizia, reti arancione, ruspe e cartelli surreali, si è trasformata in una rotonda con tanto di collinetta erbosa e aiuola fiorita. Di Corso Francia sembrava rimasto solo un ricordo, pareva impossibile che fosse stato un'arteria veloce. Invece, rieccolo, e da Piazza Bernini a Piazza Castello ci si va in dieci minuti, e siccome non ci siamo ancora abituati all'idea si arriva agli appuntamenti con venti minuti di anticipo. Speriamo che duri! 
E poi, il centro. Davanti alle Porte Palatine fervono i lavori, che fanno pregustare un bel parco archeologico godibile e visitabile. E recintato. E che sollievo: lì ricordavamo auto ovunque, fracasso, adesso c'è una bella pavimentazione in pietra, ci sono le fioriere e le panchine.
Chi vuole può fare una passeggiata in Piazza Castello tirata a lucido, con la cancellata e le statue dei Dioscuri riportate al primiero splendor; Palazzo Madama sta riaprendo; e poi Palazzo Carignano senza più ponteggi a profanare la sinuosità  barocca delle sue linee, la nuova pavimentazione che abbraccia la piazza e Via Accademia delle Scienze creando una piazzetta pedonale davanti all'Egizio, per passeggiare o chiacchierare senza essere arrotati dal tram. E l'Egizio medesimo, col nuovo statuario disegnato dallo scenografo, come se quei capolavori avessero bisogno di effetti speciali o di esser resi "appetibili" trasformando la storia in fumetto. Quindi, se vogliamo parlare di cosa le Olimpiadi hanno portato alla città , non dobbiamo pensare ai denari sborsati dai turisti che si sono comprati i gadget e i gianduiotti, ma a quanto si è appena detto.
Perché una città  ha dei doveri soprattutto nei confronti di chi ci vive e la vive. Quindi si spera che i grandi lavori olimpici per davvero siano stati pensati anche per migliorare la vita di chi deve spostarsi, abitare, fare sport, divertirsi, che almeno alcuni di quei servizi e di quelle strutture siano permanenti. Tenendo conto che era dai tempi di Italia 61, quarantacinque anni fa, che a Torino non si facevano interventi di tale portata. E quarantacinque anni sono tanti: nel frattempo la città è esplosa e implosa, ma soprattutto è cambiata. Allora si sentiva metropoli industriale, adesso... adesso deve trovare se stessa, e non sarà  cosa veloce né facile, e non è neanche detto che riesca. Ma il lavoro immane di riqualificazione delle aree industriali dismesse e fatiscenti, i palazzi ripuliti, i musei riaperti, la ritrovata vivacità culturale dimostrano una gran voglia di liberarsi dei cascami di un'epoca ormai finita da tempo e ricominciare.
Ci assicurano che le strutture costruite ex novo e quelle ricuperate diventeranno sedi museali in sostituzione di quelle attuali ormai al collasso, luoghi di incontro, cultura, lavoro. Speriamo che sia così, e di non doverci trovare fra qualche anno a contemplare scheletri di cemento come avvenne per la monorotaia.

La versione integrale di questo articolo si trova su "Piemonte Mese" di aprile 2006.


 

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