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16. Gli anni Ottanta - II

Gian Carlo Roncaglia 
IL JAZZ A TORINO

GLI ANNI OTTANTA
parte II

 

All'alba degli anni Ottanta i quattro dell'Art Studio - Carlo Actis Dato, Claudio Lodati, Enrico Fazio e Fiorenzo Sordini - ricordarono, in un'intervista apparsa su "Musica Jazz", la loro avventura parigina, vissuta su un furgone 600 nel quale dormivano dopo aver suonato (quando ci riuscivano) con qualcuno, oppure nelle stazioni della metropolitana dove due di loro suonavano e gli altri due "facevano il pubblico - raccontò Lodati - quelli che mettono le prime monetine nel piattino e via...", mangiando come e quando potevano (Fiorenzo si beccò anche un'infezione intestinale) e tornando a Torino ricchi di un'esperienza impagabile. Tornando comunque in un paese che non considerava i jazzisti dei lavoratori, "ma gente che fa rumore", come sbottò Actis Dato. Oggi per loro la vita è cambiata dal giorno alla notte, ma agli inizi fu davvero dura. Intanto le cose cambiavano.
Don CherryLa Fabbri, per lanciare una collana di fascicoli/disco settimanali, organizzò al Teatro Nuovo un grande concerto con Stan Getz, che attirò il fior fiore della critica italiana. Come abbiamo visto, nel frattempo gli appuntamenti jazzistici torinesi avevano trovato il loro luogo agli Infernotti, una sala due piani sottoterra che ospitò sul suo palco personaggi come Barney Kessell e Peanuts Hucko. A proposito di ques'ultimo, ricordiamo un aneddoto legato all'arrivo a Torino di sua moglie, Louise Tobin (che fra l'altro era stata la cantante dell'orchestra di Benny Goodman e moglie di Harry James), la quale doveva arrivare con un treno diverso da quello del marito. Quindi si provvide a inviare qualcuno ad accoglierla alla stazione di Porta Nuova con il cartello di prammatica. Il treno arrivò, i passeggeri sfilarono, ma al cartello nessuno prestò la minima attenzione. Preoccupazione dell'inviato, precedentemente avvisato dal marito che Louise non conosceva neppure una parola di italiano, corsa verso gli uffici della stazione, lancio di messaggi. Niente. Si decise infine per uno sconsolato ritorno, quando l'occhio cadde su una donna calzata e abbigliata come solo un'americana poteva essere. "Excuse me, are you Mrs. Tobin?", "Yes, sure". Ma il cartello, accidenti (non lo si disse, accidenti, ma se ne aveva tanta voglia!), non l'aveva visto? "Quale cartello? Ah, ma io sono così miope che non riesco a leggere così lontano. Devo stare attenta a non sbattere contro qualcuno" "Ma perché eravate in quell'angolo, tutta sola?" "Ah, ma Michael (il vero nome di Hucko) mi aveva assicurato che sarebbe venuto a prendermi, così lo stavo aspettando!" e si partì per gli Infernotti dove Louise e Hucko si abbracciarono come se niente fosse stato.
Barney Kessell, allora in piena forma, tenne al pomeriggio un seminario per chitarristi, che via via faceva suonare in duo. "Devi dire a quello - mi disse, riferendosi a un solista che si era appena scatenato in un assolo mozzafiato - che deve suonare un po' di più con il cuore, non solo con il cervello!" Una lezione di stile indimenticabile da un musicista che mi raccontò anche che, per rimanere sempre "OK", si esercitava dalle due alla quattro ore al giorno.
Poi arrivò da Monaco Dusko Goykovich, seguito da Tony Scott e Andrea Centazzo coi suoi mille strumenti a percussione, poi ancora Robin Kenyatta con la consueta tuta marrone e al collo una cordicella di cuoio con appeso un proiettile per mitragliera da 20, dono del fratello militante dell'Olp. 
Non pochi furono anche i musicisti italiani, bravissimi, e persino il quintetto di Roscoe Mitchell, che si esibì però al Conservatorio "Giuseppe Verdi", in una sala non adusa all'aggressiva musica del sassofonista di Chicago. Infine, l'Assessorato all'Istruzione della Provincia di Torino organizzò ben tre cicli jazzistici negli istituti superiori della città , con lezioni-dibattito assai seguite dai giovani, che dimostrarono vivo interesse per questa musica a loro sconosciuta, abituati com'erano alle migliaia di decibel dei concerti rock.
Vi furono concerti: di Don Moye il quale, appena entrato in albergo, si distese sul soffice tappeto della hall addormentandosi all'istante, tanto che ci volle del bello e del buono per svegliarlo e farlo spostare; di Joseph Jarman che suonò in rappresentanza dell'Art Ensemble di Chicago; del superbo quartetto di Gianni Basso e del sempreverde Kenny Clarke, con la sua storica batteria arrivata con lui dalla sua casa di Montreuil-sur-Bois.
Infine, i tanto attesi Punti Verdi, che in luglio e agosto fecero arrivare, per la gioia degli appassionati torinesi e non solo, Archie Shepp e il redivivo Art Pepper, e con Franco Mondini accovacciato sull'impiantito del palco a bearsi del suono del grande sassofonista. Poi ancora i quartetti di Pepper Adams e infine Dexter Gordon, come sempre pericolosamente ondeggiante sul palco a presentare il suo sassofono pronunciando la fatidica frase "Senoras y Senores, "Secret Love!"


 

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