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Ivrea e i Carnevali piemontesi

IVREA
E I CARNEVALI PIEMONTESI

Lucilla Cremoni


Di tutte le feste il Carnevale è quella che in modo più diretto manifesta le sue origini gloriosamente pagane. Esistono infatti somiglianze strutturali tra il nostro Carnevale e riti antichissimi: dalle feste legate ai "periodi vuoti" degli antichi calendari lunari babilonesi ai riti celtici della fertilità  e del rinnovamento dei cicli vegetativi, passando per Baccanalia, Saturnalia e Lupercalia romani. Tutte queste celebrazioni avevano in comune l'essere un periodo di follia, in cui le differenze di ceto venivano livellate, così come erano sovvertiti comportamenti individuali e regole sociali: i più umili divenivano re e regine, le donne si travestivano da uomini e gli uomini da donne, i ricchi erano trasformati in servi e i giorni di festa scorrevano fra canti, bagordi e sfilate di carri dai quali si lanciavano fiori e cibo e che sembrano precorrere in modo diretto i nostri carri allegorici. La Chiesa dei primi secoli, non potendo reprimere queste sfrenatezze, cercò di irreggimentarle mutando il contesto: ad esempio, un fanciullo veniva travestito da vescovo durante la festa poteva dare ordini, farsi beffe dei religiosi magari assegnando mansioni inconsuete, persino dire messa. Divenuta egemone, la Chiesa rinsaldò il controllo su feste e relative intemperanze, ma anche fece proprie usanze preesistenti: la Quaresima non è che la cristianizzazione del bando della carne per settanta giorni a partire dalla fine di gennaio per evitare lo sterminio degli animali da stalla nati da poco. A Carnevale quindi si poteva mangiar carne per l'ultima volta prima del periodo di astinenza, ridotto a quaranta giorni: infatti, fra le varie etimologie del termine si propongono Carnem levare (togliere la carne), oppure Carne vale (addio carne). Il tempo fece il resto: perduta la consapevolezza di radici e significati "pagani" e allentatasi l'osservanza generalizzata del digiuno quaresimale, il Carnevale rimase soltanto una festa. Personaggi e situazioni si formalizzarono in schemi che, con varianti locali e regionali, presentano una serie di costanti valide anche per il Piemonte. I personaggi dei Carnevali piemontesi possono rappresentare tipi: il contadino "scarpe grosse e cervello fino" (Gianduia), il cittadino, le mogli sagge e fedeli (Giacometta) o pronte a difendere la loro virtù a ogni costo (la Mugnaia di Ivrea che uccide il tiranno), coppie giovani e anziane a simboleggiare l'alternarsi e rinnovarsi dei cicli naturali, i nobili. Ci sono figure più o meno reali, come santi patroni e personaggi storici (Conte Verde, Rosso, ecc.). E personificazioni di mestieri tradizionali, di soprannomi (Ciapamusche, Tajastrass), di prodotti tipici (Re Biscottino a Novara, Re Peperone a Carmagnola) di animali (orsi, animali da cortile, uccelli, insetti), della fantasia popolare: masche, streghe, il Demonio in persona.
 Ai personaggi si aggiungono le drammatizzazioni: rappresentazioni, pantomime, caroselli, canti, momenti di celebrazione e consolidamento della comunità  attraverso la partecipazione collettiva ai momenti ludico-rituali: le grandi distribuzioni di cibo, ricordo evidente di quando le feste permettevano di riempire pance troppo spesso vuote; i balli di piazza; i "testamenti", momenti di pubblica denuncia di colpe e colpevoli per esorcizzare il male; i processi al Carnevale con l'inevitabile condanna al rogo, che è ovviamente un rito propiziatorio; le onnipresenti sfilate di carri allegorici. Il Carnevale di Ivrea, fra i più conosciuti anche oltre i confini regionali, ha tutte queste caratteristiche. La formalizzazione definitiva del Carnevale di Ivrea risale, come per gli altri Carnevali piemontesi, all'Ottocento; i personaggi sono allegorici o di vaga ispirazione storica. Il fulcro ne è la Mugnaia, simbolo di bontà , primavera e fecondità  e variamente identificata con l'eroica fanciulla che uccide il feudatario intenzionato a rivendicare lo ius primae noctis, o con una giovane innamorata (riamata) del figlio ribelle del tiranno locale e protagonista della solita storia truce in cui tutti i personaggi muoiono malamente. In tutte le versioni, comunque, la Mugnaia ha un ruolo pubblico fondamentale, che è quello di incitare i concittadini alla rivolta e all'abbattimento della tirannide. La affianca una ridda di figure di contorno, tutte ben note: il Generale, tutore dell'ordine pubblico inventato in epoca napoleonica, che nei "giorni grassi" riceve dal sindaco le chiavi della città . Gli Abbà , impersonati da bambini e rappresentanti le varie parrocchie, il cancelliere, le autorità , gli alfieri, i pifferi e i tamburi. Tutti indossano sontuosi costumi di chiara impronta napoleonica. Eventi e manifestazioni seguono pure schemi simbolici e rituali, che seguono un copione fisso a partire dal giorno successivo all'Epifania e sono in parte eredi di tradizioni antiche, in parte figli della Rivoluzione francese, come il berretto frigio da indossare per non essere bersagliati dalle arance e il palo (Scarlo) bruciato a evocazione dell'incendio del castello del tiranno, di chiara derivazione dall'Albero della Libertà . Apoteosi finale con le battaglie delle arance, con aranceri a piedi e sui carri e una complessa teoria di casacche, colori, simboli, in una esaltazione dello spreco che incarna appieno quel concetto di "mondo alla rovescia" che è in fondo il senso ultimo del Carnevale.

 

2003


 

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