ARTIGIANATO TESSILE IN PIEMONTE
L'ARTE DELL'ARAZZO
Lucilla Cremoni
consulenza tecnica di Vittorio Sacco
Si definisce arazzo un tessuto pesante, solitamente in lana e fatto a mano o a macchina, usato per rivestire mobili e pareti. Il tratto caratterizzante dell'arazzo è che le trame non si estendono lungo tutta l'ampiezza del tessuto, eccetto rarissime accidentalità del disegno. Ogni parte del disegno e dello sfondo è tessuta con la trama del giusto colore che viene inserito, avanti e indietro, solo nel punto o nella zona in cui questo è previsto dal disegno o cartone. Dove il margine della zona colorata è diritto, e quindi parallelo all'ordito, si crea uno stacco che può essere lasciato aperto, come succede negli arazzi di seta (che sono infatti chiamati cut silk), oppure può essere trattato in vari modi. Dal XIV al XVII secolo gli stacchi venivano lasciati aperti e poi ricuciti; successivamente si svilupparono varie tecniche di allacciamento fra cui divenne particolarmente diffusa quella elaborata nella manifattura Gobelins nel Settecento. La tecnica dell'arazzo, dunque, si differenzia in modo fondamentale da quella del ricamo, o della tappezzeria ricamata, in quanto quest'ultima consiste nella decorazione di un supporto già tessuto in precedenza, mentre l'arazzo ingloba i processi di tessitura e ornamentazione, in quanto è liberamente tessuto su semplici fili di ordito. L'arazzeria è strettamente legata alla pittura: un buon cartone è infatti il punto di partenza irrinunciabile per un arazzo: questo significa che non solo il dipinto deve essere realizzato da un bravo pittore, ma che deve anche avere caratteristiche in grado di «sostenereâ» la riproduzione con una tecnica tanto diversa.
Ma non basta, naturalmente. Perché alla qualità del cartone deve corrispondere l'ablità dell'arazziere, che deve conoscere e saper tradurre le tecniche e i linguaggi pittorici dell'originale; e possedere un bagaglio tecnico e di esperienza tale da renderlo in grado di campionare i colori, tingere le lane e creare dei mélange accoppiando colori diversi per ottenere gamme cromatiche pressoché illimitate, diventando quindi interprete, e non solo riproduttore, dell'opera. Di origini molto antiche, l'arazzo nasce con chiare finalità pratiche, oltre che decorative: appesi alle pareti dei grandi castelli o delle dimore nobiliari fredde e piene di spifferi, gli arazzi fungevano da isolante, e potevano essere arrotolati e trasportati assieme al resto del bagaglio. Non solo, ma le loro dimensioni in genere ragguardevoli ne facevano un supporto ideale per opere di tipo celebrativo o cronachistico -si pensi al più famoso degli arazzi, quello di Bayeux, risalente all'XI secolo, che racconta episodi della conquista normanna dell'Inghilterra.
Fu anche il venir meno di queste esigenze, oltre al mutare degli stili e dei modi di rappresentare il prestigio sociale, a determinare il declino dell'arazzeria sin dalla fine del XVIII secolo: nel 1798, in seguito alla fuga di Ferdinando I di Borbone, chiude l'arazzeria di Napoli, la principale in Italia assieme a quella di Torino, che a sua volta cessa l'attività nel 1813, mentre la manifattura pontificia viene tenuta in vita grazie all'intervento del governo, ma per una produzione sporadica e modesta, fino al 1910. Tuttavia, se l'arazzeria sembrava aver perso funzioni e valore artistico, si assisteva ad un suo recupero nell'ambito di quel crescente interesse per il Medio Evo che sin dalla seconda metà dell'Ottocento aveva coinvolto artisti, scrittori e studiosi producendo i risultati più disparati. È tuttavia a partire dagli anni Trenta del Novecento, con l'affermarsi del concetto di «sintesi delle artiâ», e col progressivo superamento della distinzione fra arti decorative e arti applicate e il riconoscimento del ruolo di queste ultime nello sviluppo dell'arte contemporanea, che anche l'arazzeria riprende un ruolo attivo non ponendosi più come mera riproduzione di opere pittoriche o rievocazione storica magari funzionale a un restauro. E il Piemonte ha un ruolo-guida in questo settore. Nel 1951 apre a Torino, in Via Viotti, un negozio che commercializza arazzi e tappeti prodotti da una manifattura di Pinerolo. Pochi anni dopo, l'ingresso di due nuovi soci, fra i quali Ugo Scassa, trasforma il punto vendita in una vera e propria galleria d'arte, Il Prisma, che ospita mostre importanti e dà modo a Scassa, geometra astigiano col «pallinoâ» dell'arte, di conoscere artisti e tecniche.
Dopo l'esperienza di gallerista, Scassa fonda la Italia Disegno, azienda che, utilizzando con assoluta perfezione le tecniche dei grandi arazzieri italiani del Cinquecento rinnova e di fatto reinventa l'arte dell'arazzo mettendola al servizio dell'arte contemporanea. Tutto questo avviene in un momento storico particolarmente favorevole: è infatti l'epoca - tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta - del massimo fulgore della navigazione transoceanica, che di lì a pochi anni sarà soppiantata definitivamente dagli aerei. L'Italia vara delle navi ormai entrate nella leggenda dei viaggi di lusso, la Leonardo da Vinci (nel 1960) e le navi gemelle Michelangelo e Raffaello (nel 1963), e la commissione artistica presieduta da Giulio Carlo Argan decide di commissionare al laboratorio di Scassa ben 16 grandi arazzi tratti da lavori di artisti quali Vedova, Turcato, e soprattutto Corrado Cagli, con quale Scassa inizia un sodalizio artistico interrotto solo dalla morte del pittore nel 1976 e che per l'arazzeria Scassa crea una quantità di cartoni originali.
Finita l'era dei grandi liners oceanici, l'Arazzeria Scassa ha continuato a d interpretare i lavori dei grandi artisti - da Casorati a Kandinskij
, da Klee a Guttuso, da Max Ernst a De Chirico. Gli acquirenti di queste opere del tutto particolari per dimensioni, impegno (ci vogliono circa 500 ore di lavoro per metro quadrato) e costi sono per la maggior parte istituzioni, banche, pubbliche amministrazioni. Gli arazzi di Scassa infatti si possono trovare alla Galleria d'Arte Moderna di Roma, al Senato, nelle sedi di rappresentanza di banche e grandi alberghi, e così via. Ed anche nella sede dell'Arazzeria, l'antica Certosa di Valmanera, a due passi da Asti, totalmente ristrutturata e dotata di una ricca sezione museale.
Immagini, nell'ordine:
da Corrado Cagli: Enigma di Febo
Arazzo ad alto liccio cm. 250x160. Roma, collezione privata
da Giorgio de Chirico, Gli addii di Ettore e Andromaca
arazzo ad alto liccio cm. 185x156. Firenze, collezione Nicolò Martinico
da Vasilij Kandinskij, Centro con accompagnamento
arazzo ad alto liccio cm. 116x151. Gragnano (NA), collezione Nicola Cassese