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Dante e il Piemonte


Fortuna e diffusione delle opere del Poeta nella regione che lui considerava solo una propaggine della Lombardia


di Andrea Musazzo

 

 

 

Rimembriti di Pier da Medicina / se mai torni a veder lo dolce piano / che da Vercelli a Marcabò dichina” (Inf. XXVIII, 73-75). 

Il viaggiatore che intenda ammirare da vicino l’abbazia di Sant’Andrea di Vercelli si imbatte per forza in questa epigrafe, affissa non a caso di fronte alla stazione: per i vercellesi, come per tutti gli italiani, una menzione della propria città nella Commedia è motivo di orgoglio. Poco importa, poi, se nel passo sopra riportato Vercelli sia indicata solo quale estremo punto occidentale della Pianura padana: ciò che conta è che la città abbia avuto un posto nel poema. 
Come le epigrafi sparse per la penisola, anche lo straordinario successo che incontrano le letture della Commedia dimostra che la fortuna di Dante gode di ottima salute, e una rapida indagine da me condotta su un campione di studenti liceali conferma questo dato, anche tra i più giovani. Il testo dantesco, da vero capolavoro della letteratura mondiale, è ancora in grado di affascinare e di trasmettere emozioni, specie sotto la guida di un buon insegnante. Grazie alla diffusione dell’italiano in Piemonte, stimolata da diversi fattori soprattutto nel Novecento, la lettura di Dante richiede oggi ai ragazzi una fatica di molto inferiore rispetto a quella spesa dai letterati piemontesi dei secoli precedenti, eppure va proprio ricercato nel passato il più forte legame ideale che unì il Piemonte a Dante. Possiamo parlare soltanto di legame “ideale”, poiché è probabile che Dante non avesse mai messo piede in quello che oggi chiamiamo Piemonte, e che allora non era altro che la parte occidentale della Lombardia, regione estesa a buona parte del Settentrione.
Procedendo con ordine, possiamo chiederci se, oltre a Vercelli, nel poema siano citati altri toponimi piemontesi. La risposta è affermativa, infatti troviamo Casale, Alessandria, il Monferrato e il Canavese; interessante è anche la presenza di personaggi più o meno noti legati alla regione: i marchesi di Monferrato Bonifazio I, Guglielmo VII e Giovanni I, l’eretico Dolcino, il novarese Pietro Lombardo, il francescano Ubertino di Casale e Sant’Anselmo d’Aosta. 
Bisogna però ricordare un giudizio che non farà piacere ai più fervidi amanti del piemontese, quello espresso da Dante nel De vulgari eloquentia nei confronti delle parlate di Torino e Alessandria, definite “turpissime”: le due città, come tutte quelle situate ai confini d’Italia, furono subito scartate nel corso della ricerca del “volgare illustre”, poiché la loro posizione impediva lo sviluppo di una lingua pura. Tuttavia queste idee di Dante rimasero ignote fino al Cinquecento, quando il trattato fu riscoperto e tradotto in italiano dal letterato vicentino Trissino.
Le opere di Dante iniziarono a circolare in Piemonte solo nel Quattrocento, con un ritardo dovuto alla maggiore influenza della cultura francese rispetto a quella italiana e, di conseguenza, a una scarsa diffusione di modelli letterari toscani. I principali canali attraverso i quali il popolo poteva entrare in contatto con il toscano erano semmai le laudi e il teatro religioso, non certo i grandi capolavori dei trecentisti, che a stento trovavano un posto nelle biblioteche dei castelli piemontesi. Eppure, da un certo momento in poi, Dante iniziò a essere conosciuto anche fuori dalla corte e dai palazzi nobiliari, come confermano le citazioni della Commedia presenti nei sermoni di un francescano attivo a Torino e ad Alba intorno al 1420. 
Un impulso alla diffusione delle opere dantesche venne dall’invenzione della stampa, anche se si sarebbe dovuto attendere fino al Settecento perché il nome di Dante riuscisse finalmente ad attirare su di sé un notevole interesse, suscitando persino qualche polemica. In particolare, il torinese Giuseppe Baretti, importante figura di intellettuale europeo, attivo principalmente a Venezia e Londra, ebbe un atteggiamento ambivalente nei confronti del grande poeta. Durante il soggiorno londinese difese Dante dalle critiche che gli erano state rivolte da Voltaire, mettendo in luce la forza espressiva di cui i versi danteschi sono capaci; al contrario, quando si trovò a scrivere sul giornale da lui fondato, la “Frusta letteraria” (1763-1765), definì addirittura la Divina Commedia “oscura, noiosa e seccantissima”. Era infatti venuto meno l’intento apologetico che aveva animato i suoi primi interventi a difesa del poeta, e poteva ora presentarsi ai lettori come fautore di una letteratura concreta e di una lingua adatta alla conversazione. All’incirca negli stessi anni Vittorio Alfieri iniziò a leggere la Commedia, come apprendiamo dalla sua Vita, e Dante fu dunque uno dei primi autori che guidarono il giovane aristocratico nella faticosa conquista del toscano. Forse fu proprio l’amore di Alfieri per Dante, unito all’intuizione della forte carica civile, a influenzare gli scrittori piemontesi delle generazioni successive.
Tra la fine del Settecento e l’inizio del secolo successivo il Piemonte fu segnato da un forte sentimento di italianità e di avversione nei confronti del francese, atteggiamenti che trovarono terreno fertile nelle diverse accademie in cui si riunivano i più noti intellettuali dell’epoca. Una di queste prese il nome di “Società dei Figli di Dante”, e la scelta non fu casuale: il dantismo era divenuto ormai la bandiera dei giovani patrioti, di coloro che, per dirla con le parole di Vittorio Cian, “sognavano, si addestravano, componendo anche in versi, e congiuravano per l’Italia futura”. Presidente dei “Figli di Dante” fu tra l’altro quel Carlo Boncompagni che nel 1848 avrebbe firmato l’importante legge sul riordinamento dell’istruzione. Dante fu inoltre al centro degli studi di altri illustri piemontesi, come Cesare Balbo, autore di una Vita di Dante, e Vincenzo Gioberti, che commentò il poema negli anni giovanili.
Il Sommo Poeta rimase il simbolo di un ideale risorgimentale e patriottico fin dopo l’Unità, e forse è possibile intravedere l’ultimo residuo di un dantismo tutto piemontese nel discorso tenuto dal già citato Vittorio Cian all’Università di Torino nel 1921, in occasione del VI centenario dalla morte del poeta. Tutta la prolusione è tesa infatti a sottolineare il messaggio patriottico della Commedia, fino a individuare nei caduti della prima guerra mondiale gli autori della “vera commemorazione dantesca”. La critica ha poi abbandonato questa impostazione, che sulla scia di Marziano Guglielminetti potremmo definire propagandistica.
I tempi sono cambiati, ed è difficile trovare qualcuno che attribuisca all’opera dantesca la carica civile di cui si è parlato. Forse, però, bisognerebbe ricordare ai giovani piemontesi che fino a un secolo fa molti loro coetanei vedevano in Dante un forte simbolo identitario: chissà che cresca ancora di più la simpatia nei confronti dell’intramontabile poeta, e che la Divina Commedia continui ad affascinare le nuove generazioni di studenti. Per amarla, si sa, occorre un po’ di fatica, ma potremo almeno sentirci accomunati al grande Alfieri!

Questo articolo ha vinto la settima edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura, Storia e Ambiente

 


 

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