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Omaggio a Fontanesi

OMAGGIO A FONTANESI

15 febbraio – 16 giugno 2013

Torino, Museo Accorsi-Ometto

 

La mostra, curata da Giuseppe Luigi Marini e organizzata in collaborazione con Arte Futura di Giuliana Godio, omaggia una figura importante nella storia artistica del Piemonte. 

Nato a Reggio Emilia il 23 febbraio 1818, per l’esempio, la novità e la modernità della propria espressione e il ruolo didattico svolto a Torino, fu presenza imprescindibile per gli sviluppi del paesaggismo piemontese del secondo Ottocento. 

Durante il prolungato soggiorno ginevrino (1850-1865), Fontanesi adottò e affinò la tecnica del carboncino e contemporaneamente iniziò a dedicarsi all’arte incisoria, in particolare alla litografia e alla tecnica del cliché-verre; nel 1852 espose per la prima volta alla Promotrice torinese. Nel 1855 insieme a Vittorio Avondo visitò l’Esposizione Universale parigina; successivamente frequentò Ravier e gli altri pittori della scuola lionese e, grazie al soggiorno londinese del 1865, pose la sua attenzione su Turner. Ebbe frequenti contatti con i macchiaioli toscani, in special modo Cristiano Banti, uno dei suoi più appassionati collezionisti, e, dopo una breve esperienza didattica all’Accademia di Lucca nel 1868, l’anno successivo fu nominato titolare dell’appena istituita cattedra di Paesaggio all’Accademia Albertina di Torino. Iniziò così la sua più che decennale attività di maestro di una piccola schiera di devotissimi allievi, carriera che venne interrotta solo dall’esperienza in Giappone, avvenuta fra l'estate 1876 e l’autunno 1878, per ricoprire la carica di insegnante presso la Scuola di Belle Arti di Tokyo. Ritornato definitivamente a Torino, lavorò fino al 17 aprile 1882, anno della sua morte, che avvenne proprio in quell’edificio di via Po 55 nel quale abitava e nelle cui sale oggi è ospitata l’esposizione: un significativo ritorno a casa.

Attraverso una trentina di opere accuratamente selezionate, la Fondazione Accorsi – Ometto propone da una parte di documentare l’intera parabola creativa dell’artista; dall’altra di circostanziare la sua evoluzione linguistica, con attenzione, oltre agli oli, anche agli acquerelli, disegni, fusains, litografie e acqueforti che costituiscono, insieme e al di là di regole di figliazione precise, la necessità di esprimere, con maggiore aderenza, l’idea luce-spazio-atmosfera, proprio in virtù delle caratteristiche implicite nel mezzo usato.

Così, accanto a un finora mai esposto grande disegno ginevrino del 1851, l’unico che si conosca di quelli da cui il pittore trasse poi una serie di tavole litografiche per l’album di vedute ginevrine del 1854-55, figurano i quattro famosi Ovali commissionati all’autore nel 1867 da Cristiano Banti: in questi dipinti, prestati dal Fai, bene si manifestano le fresche fascinazioni da Turner, Bonington e Constable, maturate durante il soggiorno a Londra. 

Il periodo torinese, conclusivo della sua vita, è rappresentato da opere assai conosciute quali lo Studio per l’Aprile, 1872 e una delle versioni de Il lavoro (1872-73) della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino; della seconda, anche la relativa acquaforte del 1873. Inoltre lo studio per Bufera imminente e il Pascolo a sera, riferibili al momento in cui l’autore assunse la cattedra di Paesaggio all’Albertina di Torino. Infine i due noti soggetti, propriamente torinesi, anche di contenuto: l’animato acquarello Piazza Carlo Felice con la stazione di Porta Nuova, della Fondazione Accorsi-Ometto, e la vedutina di Piazza San Giovanni della Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di Torino. Ancora degli anni nella città sabauda è il Vaso con fiori, più volte presentato nelle rassegne fontanesiane (da quella “cinquantenaria” del 1932 di Torino sino alla recente, sempre torinese, del 1997, nonché a Tokyo nel 1977): per il suo autore, un soggetto davvero insolito, datato a Morozzo nel 1880 e probabile omaggio dell’artista a Giuseppina Vignola.

Del biennio trascorso a Tokyo, l’olio su carta Ingresso al tempio, della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino (già esposto come assegnato a Fontanesi nella mostra torinese cinquantenaria), proveniente dal lascito Camerana, è stato poi riconosciuto come opera del nipponico Chu Azai, insieme ai conterranei Hisashi Matsuoka e Shotaro Koyama, tra i migliori allievi giapponesi del maestro italiano. Si è deciso di esporre comunque l’opera per il suo limpido carattere fontanesiano, al fine di documentare il biennio nipponico del maestro che da quei luoghi non poté portare con sé che pochissimi disegni propri o di allievi.

Di Fontanesi infine rimane un ridotto numero di fotografie: un ritratto eseguito nel 1876 da uno dei suoi allievi e tre opere realizzate dopo la morte del pittore da Leonardo Bistolfi: un busto in bronzo, esposto in mostra, dell’Accademia Albertina, il relativo modello in gesso e un bozzetto in terracotta a figura intera, tutti e due alla GAM. 

 Noti solo due piccoli autoritratti:  il più antico, databile intorno al 1852, è un disegno della collezione Pascalis di Ginevra, che raffigura l’artista trentaquattrenne con il volto incorniciato da una folta barba mazziniana, e impreziosito in basso dal distico autografo: “Amo le allegre muse / e tratto col pennello / Imaginate [sic] voi / che vezzo di cervello”.

Il secondo, esposto in questa rassegna, è datato nel penultimo anno di vita e anch'esso reca versi autografi che recitano: “Io Fontanesi da Reggio co’ penei / Dipinsi me medesmo a chiaro e bruno / Sessantadue contando gli anni miei / Del mille ottocento ottant’uno”.

In esso la serena immagine senile è raffigurata con una spietata dolcezza, quasi a configurarsi documento premonitore e conclusivo. Pure nell’esiguità della superficie dipinta, il saggio pittorico è in tutto obbediente a quanto Fontanesi, proprio negli anni di cattedra all’Accademia Albertina, era solito rammentare e raccomandare ai propri discepoli. Come ricorda infatti il suo allievo e biografo Marco Calderini: “Il ritratto in generale deve lasciar vedere poco l’apertura delle narici [...] la luce è preferibile cada sulla fronte [...] le luci delle carnagioni hanno un’intensità trasparente che non può essere vinta nemmeno dalle luci della biancheria”. L’opera, di assai ridotte dimensioni (106,25 centimetri quadrati), con ogni probabilità fu realizzata nell’alloggio affittato al quarto piano di via Po 55.

Museo Accorsi-Ometto

Via Po 55, Torino

Orario

Martedì - venerdì ore 10-13, 14-18

Sabato e domenica ore 10-13, 14-19. 

Lunedì chiuso. 

Tutti i giorni visite guidate ore 11 e 17, sabato e domenica anche alle 18  

Biglietti

Mostra 5 euro

Mostra con visita guidata: intero 8 euro, ridotto 5 euro

Museo + mostra con visita guidata: intero 10 euro, ridotto 8 euro

Info

 Tel.  011 837688 int. 3

www.fondazioneaccorsi-ometto.it

 

 


 

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