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Non chiamatelo Carnevale

 

 

Baio: ogni cinque anni una lotta contro il saraceno 


di Debora Pasero


Uno scontro tra cattolici e musulmani. Uomini travestiti da donne per trarre in inganno il nemico. Le vallate del Cuneese ritornano all'anno Mille per combattere le orde saracene in guerra dalla Provenza. È la Baìo, una tra le più importanti feste tradizionali delle Alpi Marittime, che ogni cinque anni rinasce tra la fine di gennaio e il mese di febbraio, a ricordare l'invasione saracena e festeggiare la vittoria. La prossima edizione sarà nel 2012, l'ultima è stata nel 2007. 

È una festa di popolo con radici antiche. Non è un carnevale, neppure una rievocazione storica, anche se le angherie saracene rimasero a lungo nei ricordi di queste vallate, tanto da dare alla festa il sapore di rievocazione. Difficile è la ricostruzione storica: mancano documenti scritti e le prime testimonianze cartacee risalgono al 1829, con il primo manoscritto della Baio di Sampeyre. 

Le sue origini si fanno risalire attorno al 975, data in cui le orde dei saraceni vennero presumibilmente scacciate dalla popolazione locale. La festa nascerebbe quindi come commemorazione della cacciata, anche se alcuni hanno messo in dubbio quest'ipotesi, forse diffusa nel XVIII secolo per ragioni turistiche. Nelle ricerche degli studiosi locali si stanno evidenziando altri aspetti della Baìo: da festa della vittoria prende piede sempre più l'aspetto della celebrazione dell'armonia e della riappacificazione, simile ai rituali pagani di fine inverno. Con il termine Baìo si indica infatti il periodo dei festeggiamenti, che dall'Epifania giungono al cuore del Carnevale, ma anche le organizzazioni gerachiche che ne fanno parte. Ma Baio deriva anche da badìo, in italiano Abbadia, nome che si attribuirono le compagnie, costituitesi sin dal Basso Medioevo, con lo scopo di unire i giovani in momenti di svago. 

I Sampeyresi imparano fin da piccoli il significato della festa, ascoltando i racconti dei nonni. Già mesi prima del grande evento tutta la comunità viene coinvolta: a partire dalla famiglia, passando per la scuola, fino ad arrivare ai negozi e al comune stesso. Padri, madri, figli, giovani, anziani, tutti uniti nell'organizzazione. 

Quando arriva il giorno e le persone in costume si trovano a sfilare è come se due mondi paralleli si toccassero. Racconta Renato Baralis, sindaco di Sampeyre, nel libro Baìo di Edo Prando: “Nelle giornate della Baìo tutti si sentono partecipi di un avvenimento che rinsanlda in modo forte e unico, lo spirito di appartenenza alla propria terra”. 

Secondo la tradizione, le armate popolari furono quattro e quattro sono le Baìe. In passato erano di più, ma alcune sono scomparse, come quelle di Becetto e Sant'Anna. Attualmente, oltre a quella del capoluogo Piasso, ci sono i cortei di Rore (Roure), Calchesio (Chucheis) e Villar (Vilà). 

Ogni Baìo ripete la stessa struttura, organizzata autonomamente con i suoi capi, detti Alum, tra cui emergono gli Abà, ovvero i capi supremi. Gli Alum rappresentano lo stato maggiore della Baìo, eletti ogni cinque anni. Ogni fine di Baìo vengono nominati due abitanti che faranno "carriera", intesa come carriera militare il cui avanzamento è automatico a ogni manifestazione. I due nuovi Alum iniziano, a Sampeyre, Calchesio e Villar con il grado di Tenent, mentre a Rore sono Soutportobandiero. Nell'arco di dieci anni i due Alum diventeranno infine Abà, cioè comandanti dell'esercito e organizzatori della festa. Gli Abà hanno la responsabilità di girare di casa in casa ogni sera nei mesi precedenti la festa e accordarsi con ogni famiglia sui ruoli da ricoprire. Poi ci sono i Tezourìe, i tesorieri, incaricati di gestire la cassa della festa. Una volta terminata la carriera, potranno interpretare un altro ruolo o iniziare una nuova carriera. Le giornate in cui le Baìe “escono” sono tre. Le prime due uscite sono nelle domeniche precedenti il carnevale; la terza coincide con il giovedì grasso. Così la Baìo finisce quando inizia il carnevale. 

Per tradizione, al corteo partecipano solo gli uomini, esibendosi con i complicati costumi tessuti dalle donne del borgo e interpretando anche ruoli femminili: un'usanza che non ha risparmiato la nomea di festa maschilista, ma che con molta probabilità invece ricorda il modo in cui gli uomini delle valli riuscirono a cacciare i saraceni, cogliendoli di sorpresa con abiti femminili. “La parte visibile, maschile, è possibile perchè esiste una parte femminile, invisibile, che fa da contraltare”, specifica Baralis.  “È la parte che mantiene il ricordo, lo tramanda, lo organizza e ogni cinque anni lo concretizza nella simbologia dei costumi”. La struttura del rito è bene definita: la prima domenica, la Baìo di Calchesio fa visita a quella di Sampeyre con l'incontro degli Abà, che incrociano le spade in segno di saluto. 

La seconda domenica arrivano nel capoluogo tutte le quattro Baìe e, in aree distinte, ogni Baìo apre il suo ballo. Il giovedì grasso è giorno dei processi: le Baie, infatti giudicano il proprio Tesoriere accusato di furto ai danni della comunità. “È una festa in cui la linea di demarcazione tra chi fa e chi guarda non è però invalicabile come sembra”, continua il sindaco. “Chi sfila può fermarsi a bere un bicchiere con gli amici, chi guarda può intervenire nel meccanismo del corteo con la provocazione del furto. Spesso sono le donne a intervenire in questo modo, quasi a scompigliare il rituale della Baio visibile”.

Le quattro Baìe si muovono seguendo itinerari prestabiliti da borgata a borgata. Non si tratta di una sfilata a fini turistici, ma di una consuetudine antica con cui ogni Baìo visita e riceve l’omaggio di ogni parte del suo territorio. Un elemento ricorrente è quello delle “barriere”: grossi tronchi posti a sbarrare la strada al corteo. Sono gli ostacoli lasciati dai saraceni in fuga, che devono essere tagliati dai Sapeur a colpi di scure. Nella Baìo ci sono ruoli per tutte le età, dai bambini ai giovani agli anziani. Tra i personaggi, infatti, accanto ai reduci della battaglia (alcuni vestiti con abiti che hanno poco di militaresco), si accompagnano una quantità di comparse a rappresentare il popolo unito all’armata combattente per i festeggiamenti della libertà. Le danze della seconda domenica sono in prevalenza quelle tradizionali. 

La Valle Varaita è considerata fulcro del mantenimento e della riscoperta delle tradizioni occitane. Si sono conservati molti balli tradizionali e gran parte del folklore musicale. Al suono dei violini, delle fisarmoniche, degli organetti e dei clarinetti, i festanti si esibiscono nella courento, nella gigo, nella tresso, nella bureo d'San Martin, nel mulinet e in una quantità di altre danze, che si ripetono in vari punti del paese e continuano poi per tutta la notte. Svela Renato Baralis: “La Baio è un momento particolare in cui anche i piccoli litigi, le discordie che si sono create durante l'anno passano e vanno via come niente fosse. Non ha importanza che la cacciata dei saraceni sia realmente avvenuta. Questa non è una rievocazione, ma un'affermazione della propria identità, che la comunità rinnova ogni cinque anni”. 


Questo articolo ha ricevuto una menzione alla III edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente.

 


 

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