Anche in acqua si combatte la diversità: lo dimostra un gruppo di nuotatori e nuotatrici gay
di Roberta Arias
L’aristocratica Torino, dove tutto si muove mentre nulla sembra muoversi, riesce sempre a stupirci. Silenziosamente. Invece che fare “vasche” per le vie di Torino, nella piscina di Corso Lombardia, un gruppo di Pesci si incontra e nuota. Non sono pesci qualunque, né di acqua dolce, né di mare: è il Gruppo Pesce, Associazione Sportiva Dilettantistica di nuoto affiliata Uisp. Nata nel 2005 per creare un’opportunità diversa dai soliti luoghi di ritrovo gay, oggi è aperta a tutti ed è composta prevalentemente da persone omosessuali uomini e donne.
Lo scopo del Gruppo Pesce è trovarsi per nuotare, socializzare, fare aggregazione. Non solo per omosessuali. Tra gli atleti d’acqua, oltre a Stefano, c’è anche Francesca, insegnante di nuoto che con la sua pazienza ha migliorato i risultati del gruppo a livello tecnico.
Un’idea che poteva morire ancor prima di nascere trova a Torino, dopo Milano e Roma, terreno fertile per mettere radici, forse perché Torino, a dispetto delle apparenze severe e conformiste, è molto aperta, timida e restia ai cambiamenti, ma democratica nelle scelte. E pronta a cambiare le regole.
Questo gruppo, il cui nome strizza l’occhio all’ironia del doppio senso, vede nello sport un messaggio di parità e vuole dare un’immagine positiva delle persone omosessuali. Uscendo dal cliché, i “Pesci” di Torino vogliono abbattere pregiudizi e discriminazioni sfruttando lo sport come mezzo d’integrazione: nell’acqua, in piscina, si è tutti uguali.
Il Presidente Marco Scala, spiega come il gruppo sia nato soprattutto come “alternativa sana” per tutti quei giovani omosessuali che, chiusi all’angolo della società e in difficoltà di dichiararsi tali, incappavano nella depressione o in ambienti improbabili e ambigui. Il nuoto invece, oltre che motivo d’incontro, aumenta l’autostima, aiuta a vincere le proprie battaglie personali e a superare i proprio limiti. Il nuoto incoraggia la consapevolezza di sé nel lavoro e nella vita privata.
A far ripensare all’immaginario comune dell’ometto omosessuale pallidino e tutt’ossa, con gli occhialini e lo sguardo smarrito o alla donna, per nulla femminile e pigra, magari con la sigaretta in bocca, ci pensano i membri del Gruppo: alti, slanciati, sorridenti, vivaci, tonici e sportivi.
Un aneddoto, una storia simpatica ed emblematica, spiega meglio di qualunque altro esempio come a volte ci si fossilizzi su stereotipi che per la stessa ironia con cui spesso nascono, ancora più spesso si sciolgono come neve al sole. È ancora Scala a raccontarci che uno dei fondatori del Gruppo Pesce di Roma, oggi Presidente, è gay, grande e grosso, un omone insomma, mentre il fratello, eterosessuale, magro ed esile, sposato e con figli, è ballerino. Insomma: chi giudica dall’apparenza poi non si lamenti delle brutte figure che farà.
Quindi, a proposito di stereotipi, mettiamo alcuni puntini sulle ‘i’: il nuotatore si depila, non perchè è gay, ma perchè nuota. L’esteta ha cura del proprio corpo perché l’uomo è vanitoso, è nella sua natura.
Sottolinea Scala che il confronto tra realtà diverse è sempre un arricchimento: lo sport è un collante, abbatte le distanze. Uno spunto, per la società, di permettere alle nicchie, alle minoranze, di non essere più tali. Certo, mantenendo il proprio credo e la consapevolezza di non volere farsi indottrinare dal mucchio, scambiandosi qualcosa a vicenda. Se così fosse, che eterosessuali e omosessuali possano nuotare insieme, confrontandosi, anche la società non potrebbe che trarne vantaggio.
I nuotatori del Gruppo Pesce sono accolti molto bene dalle società Uisp e Fin: “A parte qualche battutina all’inizio, commenta Scala, poi è andato tutto bene: non siamo stati vittime né di pregiudizi né di penalizzazioni sportive”.
Baluardo dell’innovazione sul territorio piemontese, il Gruppo Pesce organizza gare e ritrovi in tutta Italia e partecipa ai Gay Games, incontri nazionali ed internazionali di sport gay, di tutte le specialità. È l’appuntamento sportivo e culturale organizzato dalla Fgg (Federazione Gay Games) che ha come scopo quello di “incoraggiare l’autorispetto” degli omosessuali in tutto il mondo e di ingenerare rispetto e comprensione nel mondo non-gay.
Per quanto i “Pesci” nel campo agonistico siano in numero limitato, si trovano bene a fare le gare con altri gruppi sportivi: da qui nasce la riflessione. Culturalmente dovrebbe capitare anche nell’ambiente di lavoro, non solo nel tempo libero. Quando si parla di integrazione, si intende anche questo. Integrazione delle differenze.
L’esempio di Stonewall calza a pennello con quella che, utopie a parte, potrebbe diventare una proposta da cogliere. O una sfida da vincere. Stonewall, oggi movimento in difesa dei diritti degli omosessuali, era un bar di New York che assistette nel ’69 alla prima rivolta gay contro la polizia. Ora sta promuovendo una campagna rivolta alle aziende, in cui si incoraggiano i datori di lavoro a cercare persone gay particolarmente ambiziose e desiderose di emergere. Lo scopo? Non certo quello (ci mancherebbe) di svantaggiare gli eterosessuali, ma di far passare il messaggio che se un gay sul lavoro è sereno lavora meglio e con lui tutti i colleghi.
Un concetto “socialmente utile” rivolto al valore della persona più che alle sue scelte sessuali.
I “Pesciolini” torinesi sono ancora troppo piccoli per affacciarsi al grande mare: sono i soli in Piemonte, si autofinanziano e sono ancora in pochi.
Se il Piemonte riesce a dare prova, attraverso questo spaccato a cavallo tra la cultura, lo sport e il buon senso, di una convivenza armoniosa tra due mondi così diversi, l’auspicio è che da realtà di nicchia si inizi a parlare di una realtà d’insieme a grandi cifre, con la “C” maiuscola, come la “c” di Civiltà, specchio del territorio e delle anime che lo popolano.
Questo articolo ha ricevuto una menzione al Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di aprile 2010, p. 20