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La memoria nella pietra

 

 

Quella di Luserna, estratta da più di ottocento anni nelle cave tra le province di Torino e Cuneo


di Cosimo Caridi


Pietra di Luserna” è la denominazione del gneiss, roccia metamorfica scistosa che si estrae dalle montagne Rumella e Frioland, tra la Val Pellice e la Valle Po, nella zona che si trova a cavallo delle  province di Torino e Cuneo e che comprende quattro comuni: Luserna San Giovanni, Rorà, Bagnolo Piemonte e Barge.

Le più di 400 cave in attività producono annualmente circa 300.000 tonnellate di pietra e impiegano quasi 4.000 persone nell’estrazione e nella lavorazione della roccia. Le ditte che lavorano nel settore, per la maggior parte artigiane, sono circa 150, molte delle quali hanno una cava di proprietà. Per le altre imprese esiste una fitta rete che le rifornisce periodicamente di blocchi pronti alla lavorazione.

Il comparto sta attraversando un periodo di lieve contrazione delle commesse dovuto alla crisi globale iniziata nel settembre del 2008. Molte imprese hanno dovuto fronteggiare il sempre maggior numero di clienti insolventi, vi è stato un aumento dei fallimenti delle imprese edili, settore tra i più danneggiati dalla crisi. Nonostante la flessione attuale la lavorazione della pietra rimane una delle maggiori fonti di reddito per l’intera zona.

Il primo documento che parla di escavazioni su questa montagna è la Pace di Costanza, datata 1183, nella quale Federico Barbarossa concede ai privati il diritto di accesso e utilizzo delle cave. L’estrazione e la lavorazione della pietra sono parte integrante della cultura locale: tutti i borghi sono costruiti utilizzando questo materiale, che si adatta a vari usi, in particolare all’arredo urbano. La dimensione locale viene superata a metà del XIX secolo con la costruzione della ferrovia che collega Torino a Torre Pellice. La capitale sabauda scopre le innumerevoli qualità e possibilità di utilizzo di questa roccia: marciapiedi, paracarri, pavimentazioni, ma anche panchine e coperture per abitazioni. In pietra di Luserna sono le lose della Mole Antonelliana, la pavimentazione antistante Palazzo Madama, vari inserti della reggia di Venaria e i balconi di piazza Vittorio Veneto. Con l’avvento della meccanizzazione molti nuovi mercati si aprono alla pietra di Luserna che conosce una forte espansione in tutta l’Italia e una sempre crescente spinta all’esportazione, con particolare attenzione la mercato europeo e nordamericano.

Per secoli il lavoro nelle cave è stato molto duro: i cavatori con scalpelli, cunei e martelli praticavano dei fori nella roccia a poca distanza l’uno dall’altro e vi inserivano della polvere da sparo che, fatta esplodere, staccava un blocco di pietra dalla montagna. Per minimizzare lo scarto bisognava conoscere bene la roccia, e i cavatori conoscevano le venature e i punti fragili come dei moderni geologi. Una volta staccato il blocco gli scalpellini lo lavoravano, per giorni interi, fino ad ottenere blocchi più piccoli e lose. Il trasporto a valle era difficile e rischioso, numerosi e gravi erano gli incidenti, a causa della pendenza e del peso della pietra. 

Le condizioni lavorative sono mutate con l’avvento della motorizzazione, rendendo molto più produttive le cave: con la perforatrice si fa un foro di diversi metri di profondità in pochi minuti, lavoro che prima richiedeva giorni di lavoro di diversi uomini, e con autoarticolati si trasporta a valle il blocco che viene lavorato nei vari laboratori. Le innovazioni tecnologiche hanno dato modo di diversificare ulteriormente i prodotti: la pietra, oltre ad essere fiammata, viene ora anche lucidata rendendola adatta alle richieste di architetti e ingegneri. Anche alcuni materiali già considerati di scarto hanno ora trovato una collocazione: piccole lastre sono diventate mosaico e i blocchetti da muro sono stati recuperati da discariche. Ma nonostante l’automazione rimane fondamentale l’apporto di risorse umane altamente qualificate nella rifinitura del prodotto.

Negli ultimi anni il mercato della pietra è condizionato dalla Cina e molti imprenditori dell’area si rendono conto della propria perdita di competitività. Paolo Baldini, dirigente della Granit Point, ditta che fa parte del Consorzio Pietra di Lucerna, ammette: “La qualità del materiale importato dalla Cina è minore di quella della nostra pietra, anche la qualità della nostra lavorazione è sicuramente maggiore di quella cinese, ma i loro prezzi sono la metà dei nostri”.  

Un altro fattore è il mancato ricambio generazionale dei lavoratori specializzati: i mestieri di cavatore e scalpellino tradizionalmente venivano tramandati di padre in figlio, ma negli ultimi decenni sono sempre di più  i giovani locali che preferiscono cercare lavoro in altri settori. In questa mancanza di nuova forza lavoro locale si iscrive il fenomeno dell’immigrazione, in particolare della manovalanza cinese, che negli ultimi anni ha quasi completamente soppiantato la manodopera locale. Un esempio lampante sono i 12 operai cinesi sui 15 dipendenti dell’impresa Liporace, storica ditta artigiana di Bricherasio. 

Bagnolo Piemonte è uno dei comuni in cui la presenza cinese è più forte. Più della metà della pietra estratta nell’area viene lavorata in questo comune, e un agente della Polizia Municipale sottolinea: “I cinesi che vivono qui non sono veramente integrati, quasi nessuno parla italiano e sovente sono i figli adolescenti che fanno da traduttori per i genitori”. Dalle informazioni raccolte sembra che la comunità cinese non controlli ancora alcuna cava, anche se sono stati diversi i tentativi di ottenere permessi per aprirne di nuove, mentre alcuni imprenditori cinesi hanno recentemente costituito ditte artigiane per le lavorazione della pietra. 

Il territorio sembra dimenticare le proprie origini, secoli di simbiosi con quanto estratto dalla montagna: si abitano case di pietra e si viene seppelliti sotto una lapide di pietra. A ricordare questo ci ha provato la Comunità Montana: un rustico tra Luserna  San Giovanni e Torre Pellice è stato restaurato per fare posto a un museo sulla Pietra di Luserna e per dar vita a una scuola per Periti Minerari, formazione molto ricercata per la gestione delle cave. Dopo anni di lavori e milioni di euro spesi la Ages, società costituita per la creazione del museo, è fallita lasciando incompiuto il museo e senza attivare la scuola. 

Basta fare un giro per queste valli e ogni strada, marciapiede e tetto ricorda quanto l’estrazione e la lavorazione della pietra di Luserna siano stati il fulcro della vita per queste popolazioni. La memoria è nella pietra e non può andare perduta. 


Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla III edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Economia, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di marzo 2010, p. 15

 

 


 

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