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Una fabbrica che non sorge nel deserto

 

 

La letteratura e l’eredità culturale di Olivetti


di Alberto Cascione


I centenari e le ricorrenze hanno uno stretto legame con la rimozione, intendendo con questo termine quel complesso fenomeno della mente che respinge dalla memoria ferite in realtà ancora aperte. 

Nel 2008, Torino World Design Capital ha dedicato ampio spazio al centenario della fondazione della Olivetti, storica azienda di macchine per ufficio. Dal dopoguerra fino a metà anni ’70 Olivetti era stata la più grande multinazionale italiana, ma per cause esterne ed interne, responsabilità individuali e istituzionali, ha subito un declino sfociato nel fallimento sancito dal Tribunale di Ivrea nel 1999.

Se la Olivetti dopo Adriano non ebbe fortuna, non è altrettanto facile che si disperda il patrimonio culturale che l’azienda di Ivrea ha lasciato. Ancora oggi l’Archivio Storico e la Fondazione Olivetti, il Museo Tecnologic@mente e le Officine H tramandano il valore sociale che questa azienda ha cercato di diffondere in ogni suo insediamento.

In molti campi del sapere, dalla sociologia all’arte contemporanea, dall’architettura all’organizzazione aziendale, dalla politica all’iconografia pubblicitaria, Olivetti è fonte di ispirazione e punto di riferimento per intellettuali che riflettono sul complesso rapporto tra società e industria.

Nella letteratura si possono rintracciare i filoni principali di questa riflessione. Attraverso le opere di Paolo Volponi, Ottiero Ottieri, Franco Fortini, Giovanni Giudici, solo per citare alcuni nomi, è possibile riscoprire aspetti, per gran parte dimenticati, di un’affascinante storia industriale.

Per cercare di capire quale fosse l’orizzonte culturale nel quale trovò terreno fertile la riflessione letteraria che si proponeva di indagare la realtà industriale, occorre rispolverare “Il menabò della letteratura”, rivista fondata e diretta da Elio Vittorini e Italo Calvino e pubblicata da Einaudi. 

Il quarto numero della rivista inaugura il dibattito con un saggio di Vittorini dal titolo Industria e Letteratura e con il Taccuino Industriale, romanzo che Ottieri scrisse durante la sua permanenza in Olivetti. 

La letteratura si proponeva come indagine storica della realtà italiana: la seconda rivoluzione industriale vista non solo come perfezionamento di un sistema economico-produttivo ma come riproduzione e mutamento di un’intera struttura sociale. Il mondo delle fabbriche mette in moto una catena di effetti che investono la vita di milioni di persone sia come produttori sia come consumatori. 

Il boom è anche inurbamento, abbandono della campagna e sgretolamento di una civiltà contadina che lascia il posto a nuovi stili di vita; è basso costo del lavoro, edilizia incontrollata, disparità economiche interne. Le migrazioni continuano a sottrarre manodopera al Mezzogiorno e causano problemi di assorbimento nelle città industriali, soprattutto per quanto riguarda le abitazioni e i servizi. Il lavoro per otto milioni di italiani è alienazione, fatica fisica e mentale, offre la dignità di un salario appena adeguato al costo della vita e toglie la stessa dignità per almeno otto ore al giorno. 

Come poteva la letteratura rappresentare questa realtà? Come poteva l’industria inserirsi nel mondo senza invaderne brutalmente l’organizzazione sociale e contaminarne l’ambiente, anzi creando valori? 

L’incontro tra Olivetti e gli intellettuali interessati al problema fu un tentativo di dare una risposta concreta a queste domande, prima ancora che la letteratura scientifica manageriale scoprisse il concetto di responsabilità sociale dell’impresa.

I servizi sociali e culturali offerti agli operai, gli alti salari, la sicurezza del e sul posto di lavoro, i servizi abitativi e i progetti urbanistici e di riqualificazione ecologica, i servizi sanitari ed educativi nella fabbrica, nuovi modelli di organizzazione aziendale che conciliassero produttività e valorizzazione del lavoro furono le prime soluzioni operative derivanti dalla filosofia aziendale olivettiana. 

Sembrano oggi un miraggio per la maggior parte dei lavoratori, erano ritenute insufficienti per le ambizioni del “padrone illuminato”. 

Ancora molto si fece anche dopo la morte di Olivetti, e si continuò, attraverso l’indagine letteraria, a cercare di comprendere il mondo operaio, di penetrare in quella che Calvino definiva “la parte non cromata” della realtà, vale a dire l’umanità. La letteratura deve essere in grado di rompere l’incomunicabilità dell’alienazione del lavoro, fare breccia nella coscienza, entrare nel “mondo chiuso delle fabbriche” così come tentò Ottieri con Taccuino Industriale (successivamente pubblicato col titolo La Linea Gotica), Donnarumma all’assalto e Tempi Stretti. 

Altrettanto importante fu il contributo di Paolo Volponi, intellettuale marchigiano che per lungo tempo diresse i Servizi Sociali Olivetti e autore di un romanzo di denuncia sul capitalismo di ventura come Le mosche del Capitale. Il suo primo romanzo, Memoriale, è il racconto in prima persona dell’operaio Albino Saluggia, un nevrotico che rappresenta la vittima designata del sistema industriale. Privo di una coscienza di classe, il protagonista vive la sua esperienza di operaio in una fabbrica dove è possibile riconoscere, nella finzione letteraria, lo stabilimento Olivetti di Ivrea. 

Nella scrittura poetica e sublime di Volponi, il cui stile era molto apprezzato soprattutto da Pasolini, quelli che sembrano gli sfoghi di un nevrastenico offrono invece tutto il senso della riflessione inaugurata da Vittorini sul Menabò. 

In tempi di crisi industriale, di operai asserragliati sul tetto per reclamare lavoro, stabilimenti abbandonati, delocalizzazione della produzione, scomparsa della classe operaia, non è anacronistico riscoprire questo pezzo di storia del Piemonte, perché attraverso l’eredità culturale degli intellettuali vicini a Olivetti è possibile capire molti dei problemi del rapporto tra industria e territorio e trarre ispirazione per un nuovo modello di sviluppo.

Come accade all’operaio Saluggia di Volponi, è importante capire “che le fabbriche, così come sono fatte oggi, annullano piano piano per tutti quelli che vi sono il sentimento di essere su questa terra, da solo e insieme agli altri e a tutte le cose della terra. […] il problema è quello dell’industria in generale, tutta, dalle sue città e quartieri ai treni e ai pullman che la servono, alle sue fotografie, sui giornali, ai suoi operai, tanti come un esercito […] Tutta l’industria, cioè, deve essere controllata, o invece di essere un mezzo per stare bene su questa terra, potrà essere il fine di starci male o il mezzo di uscirne”.


 

Questo articolo ha vinto ex aequo la terza edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicaato su Piemonte Mese di giugno 2010, p. 18



 

 


 

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