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Chiodo non scaccia chiodo

 

 

A Mezzenile rivive un antico mestiere


di Michela Damasco


Non si considerano al pari degli specialisti di cui vengono ancora ricordati i nomi, o meglio, i soprannomi - Lilì, lou Lup, Pinotou ‘d Felice, Meuseta, Silvio d’la Goga, Chiesto, Norato, lou Lingiot, Carlin - ma ne mantengono viva la memoria, praticando e facendo conoscere il loro antico e prezioso mestiere. Il gruppo dei Chiodaioli di Mezzenile, nelle Valli di Lanzo, nasce nella primavera del 2005 per volontà di amministrazione comunale e Pro loco di non far cadere nell’oblio una tradizione che per secoli è stata il motore dell’economia della zona, legata allo sfruttamento delle risorse minerarie del territorio e alla lavorazione del ferro. L’idea è che qualche persona impari la tecnica da un chiodaiolo anziano per poi presentarla in sagre, feste, dimostrazioni. Al corso s’iscrivono in trenta ma dopo tre mesi, resistono in cinque: guidati dall’ottantenne Piero Geninatti Crich, che apprese l’arte dal padre in giovanissima età ed è uno degli ultimi maestri rimasti, si riuniscono una volta a settimana nella fucina La Neuva, in Borgata Forneri. Battista Ala, Mario Caiolo, Gianluigi Dematteis Raveri, Secondo e Umberto Pocchiola Viter (il sindaco), formano un gruppo affiatato. Parlano di quella che definiscono la loro “avventura” con semplicità e orgoglio per la fetta di storia che stanno tramandando.

La prima tappa di un viaggio tra passato e presente è proprio la fucina, risalente al 1850, l’unica ristrutturata e in funzione ancora oggi. “Alcune, spiega Battista Ala, sono crollate, altre sono diventate abitazioni”. Se non fosse per i vetri alle numerose finestre, che hanno preso il posto della carta da burro, lou papé dou buerou, che riparava dall’aria fredda nei lunghi inverni, il resto è rimasto pressoché intatto: al centro della struttura in pietra il fuoco su cui si arroventa il ferro per renderlo malleabile, e tutt’intorno sei pietre di lavës (pietra ollare) dette ël sëppë, una per chiodaiolo, con gli strumenti i cui nomi sono rigorosamente in dialetto. “Inseriamo la punta della barra di ferro nel fuoco, mostra Battista,  finché non diventa incandescente, l’appoggiamo sulla cournùa e formiamo il gambo con colpi di martello. Tagliamo poi un pezzo di punta con lou taiët, lo inseriamo nella chiodaia, la quiouéri, e produciamo la testa del chiodo. Dopo alcune martellate togliamo il chiodo pronto”. Stessa identica tecnica dei chiodaioli di una volta, “solo che loro erano molto più veloci di noi” aggiunge sorridendo. 

La fucina, vicinissima a un ruscello, si basa sulla tromba idroeolica: “L’acqua viene raccolta in un canaletto e, attraverso un tronco d’albero vuoto all’interno (la tromba), precipita su una pietra rotonda in basso. A questo punto defluisce sotto la fucina, mentre l’aria umida incamerata arriva al fuoco”. Se mancava l’acqua, i chiodaioli usavano un grosso mantice. 

Un lavoro faticoso fin dal trasporto iniziale. “Acquistavano il ferro, lo portavano alle fucine con il garbin, un cesto da trasporto, e poi lo tagliavano a barre lunghe circa mezzo metro”. 

Le prime notizie sul mestiere risalgono al Duecento. Mario Caiolo ne conosce la storia a menadito: sta anche ultimando un libro dettagliato e ricco di fonti. “Il primo documento ufficiale, l’atto di nascita del Comune di Pessinetto per concessione di Gugliemo VII di Monferrato con l’obiettivo di incrementare lo sfruttamento minerario della zona, è del 1289: qui è scritto che esisteva già almeno una fucina a Mezzenile, quella di Giovanni Ruata”. Tra  il ’300 e il ‘500, Mezzenile è “il principale centro valligiano per la lavorazione del ferro”, e anche Pessinetto e Traves si specializzano nella fabbricazione di chiodi. Nel XIV secolo il territorio passa dai benedettini dell’Abbazia di San Mauro di Pulcherada ai Savoia, che intensificano lo sfruttamento delle miniere. Con la suddivisione della Castellania di Lanzo, nel XVIII secolo Mezzenile passa sotto il controllo dei Conti Francesetti. “Luigi Francesetti, in particolare, sindaco di Torino, descrisse nel 1823 il lavoro nelle fucine, ideò un metodo per lucidare i chiodi e già allora aveva intuito che ci sarebbe stata una crisi se non fossero migliorate vie comunicazione e tecnologie”. È questo il periodo d’oro dell’attività: “Su 2500 abitanti, oltre 500 erano chiodaioli, il che significava almeno uno per famiglia. Qui c’erano almeno 130 fucine, in cui lavoravano in media otto persone nelle strutture a tromba idroeolica, quattro in quelle a mantice”. Alcune erano utilizzate tutto l’anno, altre stagionali, costruite all’altezza dei primi alpeggi, e sfruttate nel periodo della transumanza. Di chiodi viveva tutto il paese, e non mancavano anche postazioni all’interno delle case, in particolare a Traves. Un mondo vero e proprio: “I chiodaioli avevano un gergo tutto loro, incomprensibile agli altri: ho contato un’ottantina di voci nel loro dizionario, e più di 30 proverbi”, aggiunge col sorriso Caiolo.

L’Ottocento segna però anche l’inizio della crisi, sia per l’apertura del cotonificio, sia per problemi con i commercianti, che vendevano a caro prezzo ferro e carbone, comprando però i chiodi a poco. “Dopo due scioperi, nel 1921 venne fondata la Società cooperativa dei Chiodaioli di Mezzenile, che dai 30 lavoratori iniziali arrivò a contarne 200, con l’intento di eliminare la speculazione sul proprio lavoro. Resistette fino al 1966-67”. Tanti giovani non proseguirono il mestiere e vennero assorbiti prima dal cotonificio e altre industrie, poi dalla Fiat, abbandonando un patrimonio enorme. “Il dépliant della cooperativa elencava 32 tipi di chiodi da carpenteria e 26 da calzatura, e pochissimi erano in grado di fabbricarli tutti. Mezzenile era specializzato in questi ultimi; questo portò molto lavoro tra le due guerre, con la diffusione dell’alpinismo di élite, e molti chiodaioli evitarono il fronte durante la seconda guerra mondiale grazie a una commessa per le truppe alpine”.

Poi, gradualmente, quasi il nulla. Fino al 2005, con il gruppo che impara e subito inizia a farsi conoscere e apprezzare. Nell’estate 2008 viene presentato Una vita appesa al chiodo, documentario di Pier Carlo Sala grazie al quale, il 10 dicembre 2009, i Chiodaioli di Mezzenile sono arrivati a Roma negli studi del programma “Geo & Geo” con la loro attrezzatura portatile “che pesa solo 700 chili”, ed hanno dimostrato in diretta un mestiere antico e caratterizzante a tal punto che al centro del paese c’è il Monumento al Chiodaiolo e sullo stemma del Comune una riga di chiodi. 


 

Questo articolo ha vinto ex aequo la III edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di maggio 2010, p. 5



 

 


 

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