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Sulle tracce del Kyé

 

 

L'Alta Val Corsaglia, la sua parlata e la sua cultura

di Danilo Deninotti


Mio padre una domenica dell’estate di quattro anni fa sotto il porticato di casa a Monastero di Vasco, provincia di Cuneo profondissima, mi disse che prima o poi tutti vogliono tornare a vivere dove sono nati. O quantomeno dove sono cresciuti, perché ormai non si partorisce più in casa e l’ospedale più vicino è a Mondovì. E questo è il mio caso.

Mia madre la sera della vigilia di Natale dell’anno scorso mi ha fatto trovare sotto l’albero due libri: La parlata del Kyé e Alta Val Corsaglia. Li ha pubblicati l’Associazione Culturale del Kyé, di Fontane di Frabosa Soprana, e spiegandomelo ha allungato il braccio verso la finestra del salotto. La casa in cui sono cresciuto è fuori dall’abitato, in via Val Corsaglia: la provinciale che vena la valle omonima e che finisce, letteralmente, a Fontane, 17 chilometri più in alto.

A ottobre, durante una cena a Milano, dove vivo, conosco Elisabetta. Fa la fotografa e sta facendo una ricerca sulle minoranze linguistiche. Parliamo solo qualche minuto di traslitterazioni e suoni vocalici, ma passata una settimana ci stiamo scambiando mail sul Kyé e trascorso un mese stiamo risalendo la Val Corsaglia: taccuino, macchina fotografica e scarponi nel bagagliaio dell’auto.

Variante linguistica, sottodialetto, o più semplicemente parlata, il Kyé è legato a un territorio che va da Fontane a Prea passando per Norea, Baracco, Rastello e Miroglio. Zone che stanno abbandonando la memoria del loro nome proprio a favore di un più conosciuto sostantivo maschile: spopolamento.

Secondo i libri che mi ha regalato mia madre, il numero dei parlanti del Kyé è ridotto a un simbolico migliaio. Ma i tre zeri ci sembrano quasi eccessivi, perché lungo la strada che costeggia il fiume Corsaglia (uno dei confini naturali del Kyé), mentre stiamo per fermarci a quella che sarà la prima tappa, la frazione che sottolineando la creatività toponomastica della zona si chiama Corsaglia, fatta eccezione per un paio di trattori non abbiamo incontrato segni di vita.

Così non era un tempo. Un esempio: a Fontane tra il ‘700 e l’800 c’era una scuola in ogni borgata con maestri chiamati anche da fuori. La gente c’era, la valle era popolata e gli scambi a dorso di mulo non solo avvenivano in merci, ma anche sotto forma di parole, tanto che la caratteristica del Kyé è l’essersi forgiato grazie alle influenze fonetiche e morfologiche delle parlate confinanti: ligure, franco-provenzale, provenzale alpino, e ovviamente piemontese. Però, mentre con il tempo una delle ricorrenze tipiche del piemontese, ovvero l’utilizzo del doppio riferimento alla prima persona singolare, si è ammorbidita, lo in questa parlata si è invece rafforzato con l’aggiunta di una ‘k’. Kyé è perciò un “io” segno di provenienza e appartenenza: uno shibboleth, cioè un’espressione che per le sue difficoltà di pronuncia una comunità linguistica usa per distinguersi dai parlanti di altre comunità. E quindi un’istituzione. Come l’anagrafe, che in valle veniva mandata a memoria ripetendo a voce per ogni persona la sua discendenza. O la chiesa, perché ciò che identificava non era il comune, ma la parrocchia.

Elisabetta salta sul muretto a strapiombo sul Corsaglia per fotografare la chiesa di Santa Maria della Neve e da una porta spunta una signora anziana. Si avvicina senza salutare e usa uno shibboleth di primo livello: mi chiede se la mia amica vuole buttarsi, in piemontese. La rassicuro, in piemontese, che vuole solo fotografare la chiesa. Allora guarda la statua della Madonna e mi sorride. E anche il suo cane smette di abbaiare. Scattata qualche foto la salutiamo, ma prima di ripartire decidiamo di comprare le paste di meliga ed entriamo nell’unico negozio di Corsaglia: la panetteria della signora Nella, altra istituzione della valle.

Superiamo quello che resta della fabbrica per l’estrazione del tannino dal legno aperta nel 1853 a Corsaglia, la prima del Regno. E se questo non ci bastasse per comprendere la centralità del castagno per la valle, ce ne rendiamo conto dalle linee di fumo che salgono tra la vegetazione: segnali che qualcuno c’è ancora, e sta bruciando le foglie dopo aver pulito i castagneti.

Le castagne erano il cuore di un’economia di sussistenza. Dopo la raccolta - protagoniste assolute le castagnere che sedute sui bastioni offrivano il loro lavoro mostrando le mani consumate in segno di abilità - passavano un mese negli essiccatoi per poi essere sbattute e vagliate. E ancora una volta il Kyé era pronto a incontrare le altre parlate, perché le castagne oltre ad essere l’alimento base erano il primo anello della catena del baratto. Trasportate a Mondovì servivano per ottenere il mais, dando il via a una rete di scambi che arrivava fino in Liguria e includeva olio e tessuti.

Ma tutti dovevano sopravvivere, anche chi non era proprietario di un castagneto. E la lingua diventava legge sotto forma di proverbio. A San Martino i rimproveri finiscono: la raccolta delle castagne diventava libera.

Età difficile da definire e pile arancione, ad attenderci nella frazione più famosa della Val Corsaglia c’è Claudio. Nato e cresciuto in valle, gestisce le grotte di Bossea, l’unica vera attrattiva della zona. Lo abbiamo conosciuto la sera prima al Cai di Mondovì dove sta tenendo una serie di incontri sul Kyé, ed è stato lui a fornirci la mappa della giornata. “Il Kyé è la nostra lingua madre, l’italiano l’ho imparato a scuola”, e chiama Nella, classe 1926 e decana della parlata, per avvertirla che siamo arrivati. Provo ad ascoltare la telefonata, ma non capisco una parola.

Prima di lasciarci andare Claudio ci fa fare un giro nelle grotte. E mentre Elisabetta fotografa io mi rendo conto che il rapporto età/dimensioni per me funziona al contrario, se gli spazi carsici che ho di fronte mi sembrano più grandi rispetto all’ultima volta che li ho visti da bambino.

Arrivare da Nella vuol dire raggiungere il centro di Fontane, la frazione che con 40 abitanti è la più popolosa della valle. Ci accoglie burbera, lo scialle buttato sulle spalle e la stufa che borbotta. Gli anziani sono sempre stati un’istituzione qui in valle: il tramite generazionale per tramandare la conoscenza, Kyé compreso. 

Elisabetta ha già pronta la macchina, ma Nella è restia a farsi fotografare. E delle mie domande sulla parlata sembra non importarle nulla; quello che le importa è raccontarci della vita in mezzo alla neve, delle castagne, delle classi miste di quando insegnava. E mentre prendo appunti penso alle parole di Claudio: il nostro obiettivo è quello che il loro mondo non sia ridotto al silenzio.

Una settimana dopo prendo il treno da Milano e ritorno al Cai di Mondovì per l’ultimo incontro sul Kyé. Claudio è raggiante, la sala è piena. È venuta anche mia madre questa sera, e appena ci sediamo mi da un colpo di gomito indicando con gli occhi la signora di fianco a me: “Lei è l’ostetrica che mi ha assistito quando sei nato”.


Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla III edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di febbraio 2010, p. 12

 


 

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