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On the road in Piemonte

 

 

Ritrovare la luna di Pavese, l’isola di Tenco e la Nina di De André


di Nicola Derio


Spesso si pensa che il meglio sia sempre lontano, salvo accorgersi poi che è lì a portata di mano. Da questa idea si può partire per riscoprire percorsi passati e vite che possono rappresentare ancora oggi esempi e momenti di riflessione. Lo si può fare, magari in motocicletta, proprio sulle strade della nostra regione. Tracciando una linea immaginaria attraverso i luoghi che hanno visto i natali e l’infanzia di Pavese, Tenco e De Andrè si possono scoprire e riscoprire paesi pregni di storia e scorci che meritano anche più di una visita.

Partendo da Torino, percorrendo la strada che da Poirino passa per San Damiano, San Martino Alfieri, Costigliole d’Asti, Boglietto e Calosso, si arriva alla prima tappa, Santo Stefano Belbo. Questa cittadina regala un’atmosfera tranquilla, riservata e composta anche in occasione della storica notte dei falò. Il 4 agosto, infatti, su Moncucco e sulle colline circostanti si rinnova questa antica tradizione, resa celebre anche da La Luna e i falò di Pavese. Con il passar degli anni la luna torna puntuale, ma “i falò sono sempre meno, anche a causa dello spopolamento delle colline” spiega un’operatrice del Comune. La fiamma della tradizione si affievolisce e non c’è da stupirsi se chiedendo indicazioni per la festa, organizzata presso l’Anfiteatro dei Mari del Sud, alcuni ragazzi vi possano guardare stupiti come se aveste chiesto loro di recitare a memoria Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Da Moncucco si gode la vista della città e si rimane colpiti da quel senso di immobilità, tipica della provincia, che accentua il bisogno di lasciare il nido e dare spazio alla voglia di fuggire, magari verso una nuova America. Lì in basso troverete il Centro Studi Cesare Pavese, attivo dal 1998. Tanti i documenti, le foto e gli scritti che si possono consultare e che ricordano la vita e le opere del “primo cittadino” di Santo Stefano. Ma se vi va di camminare, potreste avventurarvi nei luoghi pavesiani, come la casa di Nuto, che “a mezza costa sul Salto, dà sul libero stradone” e poco lontano, “la palazzina del Nido, rossa in mezzo ai suoi platani” che domina, con la sua inconsueta architettura, tutta la valle. Molte altre le cose da vedere ma il nostro girovagare deve proseguire.

Affidandosi solo a una mappa, è facile smarrire la strada attraverso filari e boschi. Ma sbagliando si scopre. Così inaspettatamente si incontra Rocchetta Palafea. Alla fine di un tortuoso girovagare su strade comunali sconnesse, insidiosamente cosparse di ghiaia, il sagrato della chiesa e il panorama di questo paese rappresentano un felice e rilassante approdo. 

Proseguendo si arriva a Ricaldone, paese natale di Luigi Tenco. Tra i filari e strade bianche come il sale si può assaggiare il rosso dell’uva e ascoltare le voci lontane dei vendemmiatori. Questa è terra di lavoro duro e, oggi, di lavoratori extracomunitari, perché sono sempre meno i giovani italiani impegnati nei campi. Lo sanno bene gli anziani di Ricaldone. Seduti sulla porta di casa al fresco della sera, vi potrebbero dire che l’uva è sempre più sottopagata, i giovani vanno via. Ma non sono per nulla contrari alle nuove braccia straniere: se tornassero al loro paese non farebbero un favore a nessuno, anzi...

In paese, a richiesta, potrebbero aprire il piccolo museo su Tenco che, assieme al festival “L’isola in collina”, ricorda un artista che sembra perduto, a giudicare dai commenti dei ragazzi del posto. Poco distante da Ricaldone ad Alice Bel Colle, se vi capita potete chiacchierare col signor Giovanni, proprietario dell’Hotel Belvedere. Vi parlerà di quando il giovane Tenco andava a ballare nel suo albergo, dell’osservatorio in piazza Guacchione, usato dalla contraerea durante la guerra e del panorama speciale che si può godere da li. Mentre nel bar adiacente all’albergo, magari sul finire di settembre, potrete scorgere lavoranti macedoni che, sorseggiando la quiete del tardo pomeriggio e una birra, tentano la fortuna con un gratta e vinci. “È da vent’anni che vivo in Italia”, vi racconterebbe uno di loro. “Lavoro in campagna e d’inverno faccio il muratore. Qui si sta bene, non ci sono problemi. Qualche casino, ma tra due marocchini che si sono ubriacati, noi no. Io sto ancora qui un po’, poi torno a casa”.

L’ultima fermata è Revignano, frazione di Asti. Qui abita la protagonista di “Ho visto Nina volare” di Fabrizio De Andrè. Dalla primavera del ‘42 al settembre del ‘45 e poi per vacanza fino al ‘50, la famiglia del cantautore genovese ha vissuto in un casale della zona. Fabrizio in quel periodo condivise i suoi giochi e le avventure in campagna con il fratello Mauro, il mezzadro Emilio e la sua coetanea Nina, appunto.

In un caldo pomeriggio di fine agosto, offrendovi un chinotto,  Nina potrebbe raccontarvi che “Io e Bicio (così lo chiamava da bambino ndr.) siamo cresciuti insieme, eravamo una cosa unica e giocavamo sempre nei campi qui intorno. Lui poi andava anche a caccia con Emilio, al quale era molto legato. Era un bambino molto vivace e si arrabbiava facilmente, mi ha persino morsicato. Mi diceva spesso: ‘Ricordati Nina che se mi fai arrabbiare non ti sposo più’. Quando l’ho rivisto l’ultima volta nel ‘97 gli ho detto: ‘È passato quasi mezzo secolo e non ti sei più fatto vedere’. e lui mi ha risposto: ‘Però ti ho ricordato con una canzone’. Lui era timido e riservato ma abbiamo ricordato il passato e la nostra infanzia. In lui c’erano tanti ricordi e ritrovare la casa così come se la ricordava, gli ha fatto un grand’effetto, tanto che mi ha detto: ‘A vedere la casa e queste cose così com’erano, mi sento stordito’. Quando ci siamo salutati, abbracciandolo ho sentito come un presentimento come se fosse stata l’ultima volta che lo vedevo. Mi ha trasmesso qualcosa...”


Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla III edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di luglio-agosto 2010, p. 18

 


 

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