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Verrua: la fortezza ritrovata

 

 

“Quand che ‘l ver pijrà cost’ua, ’l marcheis dal Monfrà ‘l pijrà Vrua”(*)


di Fabiana Dicembre


Esistono luoghi in cui il tempo ama giocare a nascondino. Scompare al cospetto della storia che impregna l’aria e tu cammini e poi ricompare. È un gioco di contrasti tipico di tanti luoghi storici, una lotta tra ciò che essi suggeriscono e lo stato in cui versano, eroi e vittime di quello scorrere degli anni che li rende maestosi e contemporaneamente fragili. Perché il tempo porta saggezza e ricordi ma anche acciacchi ai quali spesso si aggiungono incuria e vandalismo. E la proverbiale mancanza di fondi. La Fortezza di Verrua Savoia racconta una storia come questa, e anche un lieto fine.

Dichiarerò da subito una partigianeria per una terra che è la mia casa e custodisce, tra le sue radure un po’ magiche, l’erba di un verde perfetto e la grazia delle sue colline, un tesoro dal valore storico inestimabile e poco conosciuto, la sua fortezza.

Verrua Savoia è un paese piccolo ed è possibile che se ne si sia sentito parlare per la dolcezza delle sue fragole, il gusto delle sue nocciole, la bontà dei suoi fagiolini. Ma la cosa che rende questo anfratto di Piemonte così speciale è la sua posizione: tremila ettari, crocevia di quattro province: Torino (di cui fa ufficialmente parte), Vercelli, Asti e Alessandria. Ed è facile capire come questa collocazione, unita ad una discreta altitudine (300 metri circa), abbiano favorito un ruolo di vedetta e difesa del territorio circostante capitale per il corso della storia.

I primi accenni ad un territorio chiamato Verrua e alla sua fortezza sulla rocca sono del 999. In un documento ufficiale l’imperatore Ottone III conferma al vescovo di Vercelli alcuni beni territoriali, tra cui, appunto, Verrua e il suo forte. Da quel momento inizia un gioco di potere che vedrà girare intorno alla fortezza e al territorio circostante signori locali e potenze internazionali (Barbarossa distruggerà il borgo e il forte nel 1167, gli spagnoli l’assedieranno nel 1625, i francesi nel 1704-1705 e gli austriaci durante le guerre risorgimentali). 

Eppure tutta questa storia non toccava affatto noi quando bambini ci davamo appuntamento all’inizio della strada sterrata ai piedi della rocca per lunghe gare di discesa del prato a rotoloni, e poi per il nostro gioco di ruolo preferito: principesse e cavalieri.

Calpestavamo l’erba sotto al dongione pieni di vigore immaginandoci intrepidi paladini su altrettanto immaginari e fieri cavalli, o donzelle che passavano i loro pomeriggi a passeggiare nel viale alberato che costeggia il forte. Sono spesso i bambini a custodire i segreti più importanti. Il filo sottile della fantasia fa creare loro mondi incantati pieni di storie ma scevri delle miserie degli adulti. E noi bambini avevamo scoperto la magia che aleggiava intorno a quei ruderi, perché di poco più allora si trattava, a noi resi inaccessibili da un enorme cancello, ben prima che la grande campagna di recupero avesse finalmente inizio. Non sapevamo niente di storia, ma sentivamo la magia che questa faceva trasudare dai muri crepati e pieni di muschio. 

Storia di assedi, innanzitutto.

Quello glorioso del 1625 (che varrà alla Rocca l’epiteto che la qualifica nel Theatrum Sabaudie: “Exigua et Celeberrima”), quando il duca di Savoia con una strenua resistenza durata tre mesi mise in fuga il governatore spagnolo di Milano, che progettava di prendere la fortezza in tre giorni.

E poi il secondo grande assedio, quello del 1704-1705. Il generale Vêndome agli ordini di Luigi XIV stava velocemente riconquistando i territori piemontesi. Susa, Biella, Ivrea e Vercelli erano già state vinte. Toccava a Torino, ma il generale commise uno di quegli errori strategici provvidenziali per la storia: passare da Verrua. I francesi arrivarono alla Rocca con 46 battaglioni, 47 squadroni, 48 cannoni e 13 mortai… All’interno della fortezza, appena 5000 soldati italiani comandati prima dal conte de la Roche d’Allery e poi dal colonnello Fresen. 

La resistenza durò sei mesi, che diedero tempo alle città cadute di insorgere e a Torino di fortificarsi e avere la meglio.

Ancora un ruolo chiave sarà poi quello della fortezza nel Risorgimento. Nel 1859, al comando dei Cacciatori delle Alpi, Giuseppe Garibaldi arriva a Verrua per organizzare la difesa contro gli austriaci. La posizione del forte permette di dominare tutta la pianura circostante, e soprattutto il corso del Po: Le trincee costruite in fretta su un fronte complessivo di oltre 15 chilometri e l’ottima strategia dei garibaldini scoraggiarono gli austriaci che non attaccarono Torino, permettendo poi la vittoria dei piemontesi e il trionfo dei re d’Italia. Proprio a seguito di questi fatti, riconosciuto il ruolo fondamentale della fortezza nella resistenza agli austriaci, Vittorio Emanuele II promulgò uno dei primi atti ufficiali dell’Italia appena nata: il 21 dicembre 1862 allo storico nome Verrua si aggiunse “Savoia”, che tuttora mantiene. Bisognerebbe aggiungere poi la parte di avvenimenti della Resistenza italiana compiutasi tra queste colline durante il secondo conflitto mondiale.

Ma il prosieguo della storia non è stato né clemente né tantomeno all’altezza del glorioso passato. Nel 1957 la cessione a privati, e poi gli scavi della cava, i saccheggi, l’incuria, i pezzi pericolanti. E quel cancello sempre chiuso. 

E il lieto fine?

A partire dal nuovo millennio i riflettori hanno cominciato ad accendersi. Un nuovo interesse per i beni storici, la buona volontà dei singoli e l’appoggio delle istituzioni hanno fatto quello che qualche anno fa sembrava un miraggio. 

Nel 2008 è nata la Onlus “Piazza, Verrua Celeberrima” che è diventata proprietaria degli immobili e gestisce le attività della fortezza, le aperture domenicali, le rievocazioni storiche, l’annuale Grand Merca’n Castel, le mostre. Molto c’è ancora da fare per ridare l’antico splendore alla fortezza ma quel cancello di fronte al quale dovevamo fermarci da piccoli si è finalmente aperto. Oggi i bambini di Verrua Savoia, e non solo, sanno degli spagnoli e dei francesi, dei generali e dei ponti di barche. E giocano ancora alle principesse e ai cavalieri. Ma sulla cima del dongione, non più ai suoi piedi.

(*) “Quando il porco prenderà l’uva, il Marchese di Monferrato prenderà Verrua” è il motto (successivamente modificato) coniato nel 1387 che prende spunto dal sigillo araldico del 1378, raffigurante un maiale che cerca di mordere un grappolo d’uva.  


 

Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla terza edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di giugno 2010, p. 13

 

 


 

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