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L'acchiappafantasmi



di Laura Frassetto


Siamo andati nelle Langhe per far respirare aria buona al cane, dormire senza condòmini e trovare ricette da copiare. Avevo anche un fantasma da cercare; il lavoro in questi posti di campagna e orizzonti curvi non manca mai.

Ho saputo dell’esistenza di queste colline attorno ai diciassette anni, il che è grave dal momento che si trovano a poche ore da casa mia (la casa fissa dei miei genitori, non la mia Casita da moglie che è mobile e errabonda). Facevano parte della riserva di magia cui attingeva il fantasma. Ai tempi era un essere umano vivo e rabbioso non meno di quanto lo fossi io; profumava di cuoio e tabacco e raccontava le Langhe come il langarolo più famoso di tutti faceva con gli Stati Uniti. Non ho capito se ci fosse mai stato, se avesse poi portato quei capelli lunghissimi e corvini a degustare Dolcetto e Nebbiolo o se si limitasse a parlarne, per non intaccarne la fantasia. 

Gli immaginari sono faccende delicate, facili ad incrinarsi e con la necessità di essere maneggiati con cura ed eleganza, doti poco diffuse. In compenso sono trasmissibili per via orale (al massimo scritta) ed impossessarsi di quelli altrui è generalmente fonte di belle emozioni nostalgiche, nonché di preziose indicazioni di viaggio.

Visitiamo Barolo e dopo due passi mi accorgo di non aver portato con noi la memoria della macchina fotografica, quindi corriamo ad Alba per comprarne una, e torniamo di nuovo nel borgo del vino. Non so se il mio fantasma si sia spaventato per via di tutto questo scalpiccìo, o piuttosto per la nostra decisione di pranzare in una trattoria finto-rustica dove gli incantesimi dell’autunno e del territorio vengono venduti a caro prezzo, e ce ne andiamo un po’ affamati e diffidenti. Credo che per incontrare il mio spiritello tormentato ci sia bisogno di tutto un altro stato d’animo e di tutta un’altra Langa, quindi non insisto e non setaccio i vicoli del paese.

La degustazione di vini rossi alla Morra sarebbe stata un’ottima occasione (anche se nella reverie di Langa che ho mutuato dal fantasma c’era un bianco, mi chiedo perché mai). I viticoltori sono  giovani, o almeno giovani per essere dei viticoltori, dato che me li immaginavo tutti ottantenni. Hanno occhi azzurri da piemontese diffidente e spiegano ad una clientela esperta (della quale non faccio parte) le insidie che si incontrano nel corso della produzione di un Barbera. Fanno parte di quella generazione che vede l’agricoltura come una passione piuttosto che come l’unica fonte di sostentamento; credo che avrebbe potuto gradirli. Purtroppo la sala è piena di turisti e le tracce del fantasma mi sfuggono, ammesso che ci siano.

La cappella del Barolo è un’opera d’arte bellissima, ma non è il posto giusto dove trovarlo. Ricordo il suo ateismo, il suo burlarsi delle istituzioni religiose e delle conversioni; poi mi vengono in mente tutte quelle domande su Dio una volta che ha scoperto di essere malato, e infine quel celebrante al funerale che raccontava ai presenti una conversione avvenuta negli ultimi mesi, esempio di magnifico virtuosisimo secondo lui, di terrore drammatico e straziante secondo me. Magari è venuto a vedere questa chiesetta mai consacrata e dipinta con colori squillati e goiosi, una cappella che qui è considerata un paradosso e in America Latina sarebbe solo un bel posto dove pregare; mi sembra giusto lasciarlo contemplare in pace.

Il sabato si chiude senza che sia riuscita a trovarlo, e penso: povero fantasmino, se solo ti avessi ascoltato con più attenzione; se avessi avuto qualche anno in più forse avrei avuto la pazienza di ascoltarti divagare di Langhe e di scrittori suicidi, e sarei sicura di trovarti nel bicchiere di vino giusto.

Subito dopo la sua morte mi arrovellavo per tutte le cose che non avevo fatto in tempo a chiedergli; ora per tutte le cose che mi sono resa conto di non aver ascoltato. 

Mi addormento in una stanza freddissima ricavata da una cantina, avvinghiata al marito. Ci svegliamo con il naso gelato e siamo già nelle Langhe. Ma poi di quali parlava? Alta Langa, Bassa Langa, Langa astigiana… 

Dando un’occhiata alla stanza, scopriamo che uno scaffale intero della camera è stato riempito dai proprietari da libri di divulgazione storica sul fascismo e su Mussolini, e nessuno ha l’aria particolarmente critica. Ovvio che il fantasma si sia tenuto a chilometri di distanza.

Forse dovrei scindere questi posti reali da quelli della mia memoria, rifarmi un immaginario tutto nuovo e adeguato alla donna che sono diventata, più che ai ricordi superficiali della liceale che ero; ché di quello che dicevano gli insegnanti ascoltava ben poco e ancora non me la sento di dirle che facesse male, era piuttosto una buona idea. I discorsi della professoressa trasformatasi in fantasma poco tempo dopo la mia maturità però li ascoltavo quasi sempre, nonostante la perdita di qualche dettaglio come il nome del vino o del posto giusto. Ricordo bene il nome che aveva dato al suo bambino: Cesare.

Santo Stefano Belbo non ha nulla di emozionante e ci mettiamo a chiacchierare con i vecchietti che trascorrono la domenica in piazza. Il più loquace sembra vivere nelle Langhe da sempre, ma ha l’accento napoletano. Calcolo che Pavese avrebbero potuto conoscerlo, ma mi vergogno a chiederglielo: magari da adulto al paese non ci veniva più. D’altronde ho conosciuto di recente un signore che era stato in Mongolia con Moravia, ed il mio unico pensiero è stato: chissà che viaggio palloso. La luna e i falò mi era piaciuto, ma non al punto di spingermi a leggere altro di suo: ero affascinata dall’insegnante e dai suoi sbalzi d’umore, ma tra me e la letteratura italiana non è mai scoppiata una grande passione. 

Fare l’iconoclasta potrebbe essere un bellissimo modo per spingere il fantasma a venirmi a salutare.

Abbiamo incontrato i nostri amici di Cuneo e abbiamo fame. Ci mandano via dal primo agriturismo perché non abbiamo prenotato, e queste Langhe fighette dove occorre pianificare ogni singolo passo ci lasciano interdetti. Vaghiamo a caso tra i paesaggi più belli dell’Italia dell’ovest finché non troviamo un’azienda agricola dall’aria ruspante, non c’è nemmeno scritto se si tratta di un ristorante o di chissà che altro. Il proprietario/cameriere indossa una tuta macchiata e parla con un accento selvatico che non ho mai sentito, gocciole e foglie lontane (mai mi ha perdonato di apprezzare D’Annunzio e il suo elegantissimo vuoto, quell’insegnante morta giovane senza nemmeno riuscire a farci gli esami di maturità). Ci porta una bottiglia di vino dietro l’altra, e dopo che gli chiedo per tre volte terrorizzata il prezzo di questo trattamento ride sotto i baffi e ci dice che è “tutto compreso”, ad un prezzo popolarissimo, e avvicina una sedia al nostro tavolo per ascoltarci meglio. Dice che agli stranieri che lavorano e pagano le tasse andrebbe data subito la cittadinanza, altro che permesso di soggiorno. Non parlavo con una persona così ragionevole da secoli; penso che i contadini veri, quelli tra i quali sono cresciuta, possiedano il senso pratico e le ali dei rivoluzionari. 

Vado a fare la pipì nel bagno che si trova ovviamente all’esterno, ho le guance arrossate dal vino e brindo mentalmente alla mia fantasmessa, che si sarebbe divertita un sacco, avrebbe bevuto un bicchiere di rosso e probabilmente rifornito di margherite la mangiatoia degli asinelli.


Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla III edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di settembre 2010, p. 18



 

 


 

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