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Non è solo Cosa Loro


 

di Francesca Torregiani


Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, un Galileo amareggiato conclude la brechtiana Vita di Galileo; ma il nostro tempo definito spesso fiacco, egoista e inerte, forse proprio per contrasto sembra affamato di eroi. Eroi che difendono con amorevole e concreta  dedizione quel principio di legalità spesso abusato e deturpato.

Il dibattito è mai come oggi entrato nel vivo, nella babele linguistica e culturale odierna il tema è d’attualità quasi obbligatoria, cinque lettere la cui pronuncia scuote, emoziona o lascia pericolosamente indifferenti: mafia. O più specificatamente Cosa Nostra (fu infatti il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta nel 1984  a rivelare per primo il significato di quelle due parole): ma nostra di chi?

Organizzazione eminentemente territoriale, che ha senza dubbio la propria sede sociale in Sicilia ma che allarga i suoi tentacoli quotidianamente in tutto il mondo. 

Combattere la mafia è un compito collettivo, agli estremi della Penisola stanno le facce opposte di un Giano bifronte, così lontane e così vicine, Piemonte e Sicilia. La terra dove fioriscono i limoni è legata alle terre sabaude da un fil rouge che le rende più vicine di quanto geograficamente si possa immaginare.

Sulla base del principio per cui l’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia dovunque, la mafia si respira ed è un comodo compromesso nonostante la prospettiva di una società conforme ai principi della legalità, scegliere di arrangiarsi espone il singolo e la collettività all’arbitrio di una forza antidemocratica. È indispensabile riconoscere nella legalità un valore imprescindibile e nessuno deve sentirsi spettatore. La lotta alla mafia richiede di essere protagonisti, di far parte dell’antimafia delle opportunità, motivata da quei criteri e processi socio-culturali finalizzati al recupero collettivo e all’opposizione della “black propaganda” mafiosa. E i piemontesi nel corso della Storia hanno risposto con coraggio a quel tacito appello che dalla Sicilia si è levato nel tempo. Il detto popolare vorrebbe i piemontesi falsi e cortesi, invece hanno fama di gente solida, concreta; sono lavoratori senza troppi grilli per la testa sia quando coltivano il riso e pigiano l’uva, sia quando costruiscono automobili, sia quando lottano in prima persona affinché la cultura della legalità attecchisca poiché l’essenza dell’inumanità sta non tanto nell’odio quanto nell’indifferenza nei confronti dei nostri simili.

Nel 1982 il saluzzese Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo, perde la vita con la moglie sotto i colpi di un kalashnikov; sul luogo dell’eccidio, un anonimo cittadino lascia un cartello affisso al muro. Poche parole che in breve fanno il giro del mondo: “Qui è morta la speranza dei siciliani onesti”. E non solo dei siciliani, il mondo intero si raccoglie intorno al Generale che ha lottato con eccezionale coraggio fino al cosciente sacrificio di sé.

L’anno successivo l’ombra della Mole Antonelliana ha fatto da triste sfondo ad un altro omicidio compiuto per mano della Mano Nera, anche se nella specificità del caso si trattò di mafia calabrese: ‘Ndrangheta; Bruno Caccia, magistrato cuneese che stava appunto indagando sui traffici della ‘Ndrangheta in Piemonte, indagini che furono così incisive da condannarlo a morte.

Nato ad Alessandria, ma consegue gli studi nel capoluogo piemontese, Gian Carlo Caselli che è attualmente Procuratore Capo della Repubblica di Torino, lavora in un grande ufficio nel Palazzo di Giustizia di Torino intitolato proprio a Bruno Caccia. Dal 1993 al 1999 è stato Procuratore Antimafia a Palermo in quella che viene definita “stagione calda”, dopo le stragi del 1992 si è trovato ad affrontare una Sicilia e un’Italia dove la mafia aveva fondato il proprio potere non solo sulla colpevole arrendevolezza delle istituzioni statali, ma anche sul consenso, spesso esplicito e convinto. Ma il giudice piemontese ha affrontato quella “voglia di mafia” diffusa sconfessando ciò che De Gregori cantava facendo intelligente ironia “legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila”. Per un anno il Giudice dai capelli bianchi non è entrato nel nuovo secolo alla guida della Procura palermitana, ma ha combattuto con tutte le sue forze contro il rischio di vedere la mafia auriga indegna del carro della vittoria. Gian Carlo Caselli ha rappresentato la convinzione fiduciosa in una società dove agiscano solidalmente tre grandi azioni di antimafia: quella della repressione, i cui cardini sono le inchieste, gli arresti, le condanne; quella della cultura, che si propone di abolire i numerosi luoghi comuni ed infine l’antimafia delle opportunità che si propone di combattere la criminalità tramite la cultura; principio che ha ispirato un altro piemontese, o meglio, piemontese d’adozione ma che porta nel cuore i colori di Torino, don Luigi Ciotti, fondatore di Libera associazione di nomi e numeri contro la mafia. Un impegno fatto di piccole e grandi cose, agito quotidianamente secondo modalità diverse, ma mirato a costruire i valori che le mafie vogliono negare: diritti, democrazia, giustizia sociale, legalità e solidarietà. Don Ciotti insegna a rispettare quel patto di convivenza che sancisce il nostro essere cittadini, soggetti di diritti e doveri, dovunque: a Palermo come a Torino, a Cinisi come a Bardonecchia. La mafia non ha bisogno di infrastrutture per arrivare ovunque, la mafia è nel tessuto quotidiano del nostro vivere, testimonianza concreta sono i beni confiscati ai mafiosi: un’alta percentuale di questi si trova in Piemonte: Orbassano, Volvera, Torino… come sostiene un altro piemontese d’adozione, Luciano Violante, che a Torino ha insegnato presso l’Università ed ha lavorato come Giudice Istruttore, Accanto all’antimafia dei delitti deve affermarsi l’antimafia dei diritti, fondata sulla costruzione di condizioni economiche e sociali dignitose per tutti. 

Il lavoro dei piemontesi che hanno deciso di mettersi in gioco è il nostro presente, i loro sogni, le loro aspirazioni sono il nostro futuro. La mafia è crudele con i deboli e debole con i forti, i forti di spirito, coloro che amano respirare a pieni polmoni il profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso e della complicità. Abbiamo oggi una mafia apparentemente più civile e una società più mafiosa, motivo per cui si rende moralmente necessario allargare i propri orizzonti affinché il bene collettivo sia il bene personale e viceversa.


Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla III edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblcato su Piemonte Mese di ottobre 2010, p. 19

 


 

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