L’Università di Scienze Gastronomiche fa rinascere, in chiave internazionale, il rito del “canté j’oeuv”
di Giovanni Angelucci
Le notti piemontesi che diventano più miti e meno lunghe, il risveglio della natura che si prepara alla primavera, il cerchio di luna che accompagna l’avvicinarsi della Pasqua. È questo il paesaggio in cui le campagne della tradizione consumano il rito della “questua delle uova”. Nottetempo, gruppi più o meno numerosi di giovani, e non solo, prendevano parte a lunghe passeggiate notturne per le colline del Piemonte meridionale; le tappe del percorso immerso nelle Langhe silenziose erano le cascine più isolate, di fronte le quali, a suon di musica e canti, veniva chiesto al padrone di casa d’uscir sull’uscio con una mezza dozzina d’uova che il misterioso giovane vestito da frate avrebbe raccolto nel suo cesto. La marcia d’avvicinamento era scandita da musiche e canti che avvisavano il territorio e le famiglie dell’azione in corso. I cascinali addormentati venivano svegliati dal canto di questua, un’azione rituale volta ad ottenere il permesso di entrare in casa; quasi sempre le porte venivano aperte, si improvvisava qualcosa da mangiare e da bere e si consegnavano le uova. Il frate elemosiniere le raccoglieva nel suo cesto: sono le prime uova dell’anno e quindi simboleggiano la ritrovata fertilità della cascina e della terra. L’uovo: un creato alimentare che per gli antichi rappresentava la genesi della vita, un alimento che si configura come un universo duro e friabile nello stesso tempo, fragile e delicato nella sostanza quanto solido e consistente nella sua simbolica immaterialità.
Durante gli anni dello spopolamento delle campagne e della fuga in città, soprattutto nella seconda metà del Novecento, il canté j’oeuv era quasi del tutto scomparso, ma le tradizioni, soprattutto quelle sentite dalle comunità rurali come un rito di iniziazione primaverile, non possono che rinascere. Così, all’inizio, pochi gruppi spontanei delle Langhe e del Roero hanno riesumato la pratica del cantare le uova in via d’estinzione. Oggi tutti noi studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo contribuiamo al rilancio di questa pratica coinvolti, istruiti e sobillati da Carlo Petrini. Ciò che ormai da tre anni si è venuto a creare all’interno della nostra giovane Università è una grande, unica comunità resa tale da un prezioso e proficuo scambio culturale di usi, costumi, simboli e armonie differenti: una comunità di ragazzi provenienti da tutto il mondo, dal Giappone al Kenya, dalla Germania alla Francia, dagli Stati Uniti alla Spagna, fino all’Australia oltre che da diverse regioni italiane. Questo è l’esito originale e creativo di culture apparentemente troppo lontane, pronte a rilanciare il rito contadino piemontese, la gioia del cantare e del camminare in gruppo riscoprendosi figli diversi di una stessa terra. Questo è l’esito culturale, che chiamerei “canté j’oeuv colorato”, il solo ad essere mai stato rappresentato con un fratucìn keniota e che riesce a creare un’unica voce che canta e si esprime in dialetto piemontese, lingua ignara a tutti, chiave simbolica di una vicinanza estrema.
Ma non è così semplice partecipare attivamente ad un canté j’oeuv, bisogna intonare la propria voce, concentrarsi e soprattutto imparare a memoria gli sconosciuti e intraducibili testi delle canzoni. Non potremmo mai affrontare le due notti canoniche della questua primaverile senza un’adeguata preparazione; per questo il gruppo degli studenti si incontra con Petrini nel corso di più serate invernali in cui stranieri e italiani possono imparare ciò che è necessario dai veterani per rendere la questua divertente, conviviale e nel contempo professionale. È magnifico stare ad ascoltare chi conosce e vive il cantè j’euv da sempre, chi ha costantemente vissuto in questi territori collinari, chi ha ancora viva negli occhi la passione e l’amore per un rito con cui si è cresciuti. Durante le prove abbiamo la possibilità d’essere ospitati ogni volta da un produttore differente, che con amicizia e generosità mette a dispozione la propria cantina. È proprio qui, tra barrique e odore di mosto, che i ragazzi imparano e migliorano le canzoni - e soprattutto le pronunce. In ogni serata non mancano i cori delle anziane signore che correggono i nostri errori accompagnate dai propri mariti, indivisibili dalle fisarmoniche. La riproposta di questa pratica quaresimale non è possibile senza qualcuno che coinvolga e riesca a far cantare in dialetto piemontese anche un nipponico: questo ruolo è ricoperto da Carlo Petrini che in queste ore di convivialità, di cori, di sorrisi e di legami affettivi sembra rivivere la giovinezza piemontese e i canté j’oeuv del passato. Di solito ogni serata, ufficiale e non, viene inaugurata con il canto delle uova che inizia così: “Suma partì da nostra cà ca iera prima seira per amnive saluté deve la bunha seira, bunha seira sur padrùn tuta la gent di casa suma mnì canté e suné feve la serenata…” (“Siamo partiti dalle nostre case che era da poco sera, per venirvi a salutare e darvi la buona sera, buona sera signor padrone e a tutta la gente di casa, siamo venuti a cantare e a farvi la serenata…”).
Tra dono e contro dono, tra canzoni urlate e sussurrate, tra sorrisi, abbracci e affetti, tra sogni che nascono levando gli occhi allo scuro cielo stellato, tra la vigne che tutt’intorno ci abbracciano e ci profumano, aspettiamo il sorgere del sole, un’attesa mai così attesa come accade in queste notti di Langa. Il buon vino riscalda gli animi e infuoca le voci, i piccoli falò sparsi qua e là tra le colline intorno ai quali si riposa partoriscono pronostici sulla prossima cascina da raggiungere; in lontananza le grida e le risa di chi non è stato al passo del gruppo-padre e che probabilmente non arriverà al termine del nostro viaggio. Contiamo i passi finché riusciamo, manteniamo il contatto con la natura in cui camminiamo, a stento riconosciamo il compagno al nostro fianco ma non esitiamo un istante a fidarci di lui. Cantiamo, balliamo, comunichiamo, viviamo la questua pasquale, la luna tonda e piena ci assiste durante tutto il suo corso, corsi e ricorsi della vita rituale e naturale. È di nuovo tempo di cantare.
Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla II edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di aprile 2009, p. 19