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Impara l'arte... e mettila in banca

 

 

L’acquisto di un dipinto di valore può essere un buon investimento. ma imprevisti e truffe sono sempre in agguato...


di Roberta Arias


L’arte può essere o diventare in un prossimo futuro, più prossimo che futuro, una formula vincente per far fronte all’attuale crisi economica? Secondo alcuni, sì. 

Il viaggio in cerca di risposte parte da Torino, in compagnia di Paolo Turati, personaggio eclettico e stimato del panorama torinese (di prossima uscita il suo libro Economia dell’arte occidentale). Economista, collezionista, pianista e ottimo conoscitore dell’arte nazionale e internazionale, Turati è una bussola che può aiutare a orientarsi nella “giungla artistica” senza perdere la strada o smarrire il portafoglio. 

Essenziale è provare a cambiare la prospettiva verso l’arte, imparare a guardarla con nuovi occhi. Le opere d’arte rappresentano un bene-rifugio, cioè un bene che mantiene il suo valore immutato nel tempo. Storicamente le famiglie capitaliste hanno sempre avuto attenzione all’opera d’arte. Il fondatore dei Rothschild, non a caso, avendone intuito il valore di mercato, aveva lasciato come legato un terzo d’opere d’arte. 

I motivi che spingono a comprare un’opera d’arte? Sono moltissimi: l’afflato culturale, l’emozione che scaturisce dal possederla, il valore aggiunto di un oggetto che ha di per sé un valore culturale e la cui proiezione economica è garantita nel tempo. Basta pensare allo Specchio di Pistoletto, che oggi è quotato cinquecentomila euro, contro i ventimila di dieci anni fa.

Anche la componente sociale spinge all’acquisto dell’opera d’arte. Da una parte c’è chi compra per il desiderio di esibire, senza necessariamente intendersene, ma per il puro gusto di possedere uno status symbol. Dall’altra troviamo l’intenditore, l’acquirente che compra l’opera e la nasconde, custodendola con gelosia. Qualunque sia la tipologia di acquisto, ci troviamo davanti ad un bene rifugio, un investimento sicuro nel tempo. Ad un patto però, cioè che l’artista sia conosciuto. Quali sono i criteri che regolano le quotazioni dell’arte? Bella domanda! Turati suggerisce almeno una decina di parametri di cui tenere conto. I più importanti sono l’autore, la corrente artistica, il periodo di produzione, lo stato di conservazione, il “pedigree” del quadro, i passaggi qualificati che ne aumentano il valore, il primo gallerista dell’opera e la data di morte dell’artista.

L’arte, si sa, appartiene a pochi, ma questo non deve scoraggiare. Certo, come diceva Sordi in suo film, “Pochi lotti per pochi eletti” è una verità. Ci sono, tuttavia, tre livelli di opere, accessibili a più tipologie di tasche. Questa è l’epoca del “quadrificio”. Non si parla più di poche creazioni, ma di una vasta produzione di pezzi per più persone. L’artista deve produrre senza sosta. Certi capolavori sono e rimangono accessibili ad un’élite, ma l’arte, in buona parte, si sta, per così dire, democratizzando. Ci sono quindi le opere top, che valgono molti milioni di euro; quelle medie, sull’ordine del milione di euro e che, al momento, sono quelle che vantano meno invenduti di tutte. In ultimo le opere sull’ordine dei mille euro, che si comprano bene ed hanno un discreto mercato.

Da un anno e mezzo il mercato dell’arte è salito molto ed è per il 90% in mano alle case d’asta come Sotheby’s, Christie’s e, in forma minore, Finarte. 

Interessante è il valore del made in Italy. “L’open season” delle aste, il momento centrale come si dice in gergo tecnico, è l’autunno-inverno: le aste top, tanto per stare in tema con il Natale, sono proprio in questo periodo. Ad ottobre c’è stata l’Italian Sale che ha visto Sotheby’s e Christie’s nella raccolta di un certo numero di opere italiane significative da far  girare in varie città italiane per poi poterle battere all’asta a Londra. Emblematico è il caso di Torino con l’unione vincente tra Ersel, la boutique della finanza-bene della città, e Sotheby’s. Nell’intrecciarsi di vantaggi reciproci e sinergie tra chi acquista e chi vende, il connubio finanza-arte dimostra di funzionare bene.

Le tendenze che sembrano timonare il mercato attuale delle aste sono la Transavanguardia e il Poverismo, che prevede l’utilizzo di materiali riassemblati: ne è portavoce e caposcuola il piemontese Pistoletto insieme ad altri artisti, tra cui i torinesi Boetti e Penone e, come gallerista storico, Gianenrico Sperone. Affidarsi ad un bravo gallerista, come Paci della Galleria Accademia di Torino, può fare la differenza nell’affrontare un investimento di questo tipo e col tempo può risultare semplice e anche molto divertente. Se l’appetito vien mangiando anche il collezionista, una volta rotto il ghiaccio, può diventare onnivoro di opere d’arte! 

Ma come fidarsi dell’acquisto?

Non esiste un manuale o la garanzia di non incappare in un falso, che è l’aspetto più spinoso della faccenda, in effetti. Si possono però prendere delle precauzioni. Se uno pensa di comprare ad un prezzo molto vantaggioso rispetto al valore del quadro, si espone al rischio di acquistare un falso. L’effetto “affarone” deve mettere in guardia: in questo settore paghi il giusto e se hai avuto l’intuizione guadagni, poi, nel rivendere. L’esperto suggerisce di affidarsi alle sensazioni per “fiutare” il falso: spesso lo si sente subito, lo si avverte a pelle.

La cosa migliore? Comprare nelle case d’asta importanti, dove ci sono i migliori esperti. Ecco un  breve decalogo del giovane collezionista, per dormire sonni tranquilli. L’acquisto all’asta è “as is”, visto e piaciuto. Si paga tutto e subito. Quindi è bene assicurarsi che ogni quadro abbia un suo certificato, come accade per un gioiello, che ne sia segnalata la fondazione e, subito dopo, anche l’archivio. Poi ci sono le autentiche, da controllare sempre. Se ci sono tutti questi dati l’operazione si è conclusa con successo. Attenzione: un quadro senza le autentiche non si compra mai. Mai. Se ci si vuole lanciare fuori asta è importante verificare la tracciabilità dell’opera (fondazione e archivio) oltre all’autentica dell’artista (foto e firma). Anche il commercio tra privati può funzionare, ma dev’essere svolto con molta cautela. 

Fare dell’arte un investimento sicuro non rappresenta solo una valida prospettiva per salvarsi dalla crisi attuale, ma può “educare” al bello e all’armonia e dare, quindi, un valore aggiunto in termini economici ed estetici. 



Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla II edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Economia, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di aprile 2009, p. 10

   








 

 


 

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