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Langhe, Roero, Monferrato


Il coraggio di fare la rivoluzione di sistema

 

di Giulia Dellepiane


Il tempo sta per scadere. Entro fine anno la candidatura di Langhe, Roero e Monferrato a patrimonio dell’umanità (World Heritage) sarà ufficializzata. A quel punto si innescherà un processo irreversibile che terminerà nel 2010 col verdetto finale. Se il territorio otterrà la nomina, potrà subire un cambiamento radicale. 

Eppure la popolazione locale non sembra aver compreso appieno la scelta fatta.

La pre-candidatura di Langhe, Roero e Monferrato è stata lanciata al pubblico il 20 ottobre 2006 alla 76° Fiera Nazionale del tartufo bianco di Alba. Il territorio quindi, come da procedura, è iscritto nella “tentative list”, la lista degli aspiranti world heritages. La prossima tappa è il completamento del dossier ufficiale, che sarà presentato all’Unesco entro fine anno. Devono far parte del dossier una accurata descrizione e catalogazione del territorio secondo criteri predefiniti, la dichiarazione dei motivi che lo rendono unico al mondo (Outstanding universal value) e un progetto concreto e dettagliato per tutelarlo e valorizzarlo.

Consegnata la documentazione, inizierà il processo di candidatura. L’area per un anno sarà sotto la lente d’ingrandimento dell’Unesco, per vedere se è degna della nomina. In particolare la procedura prevede l’intervento di tre enti neutrali e internazionali (Iucn, Iccron e Icomos) che offrono consulenze tecniche per verificare che i dossier corrispondano esattamente alla realtà dei fatti. Il giudizio finale di merito però - cioè se un sito (ossia un bene culturale o naturale o misto) è davvero unico al mondo e quindi degno World Heritage - spetta solo all’Unesco.

Il processo in atto è una rivoluzione culturale e di sistema, che coinvolge tutto il territorio (a prescindere da quale sarà l’area effettivamente candidata nel dossier ufficiale), cioè seicentocinquantamila abitanti sparsi su ottomila chilometri quadrati. Quindi non importa che la nomina avvenga o meno; conta invece che si sia scelta la strada giusta per seguire la naturale vocazione di queste terre. 

Il circolo virtuoso innescato dalla pre-candidatura, però, non è facile da mantenere, perché bisogna superare due grossi scogli. Si devono eliminare una volta per tutte gli scempi edilizi fin qui tollerati - capannoni, cantine sociali, villette, “servizi al turista” - che sono un ostacolo oggettivo alla nomina del sito. Inoltre è necessario coinvolgere capillarmente la popolazione locale nel processo in corso, altrimenti un’eventuale nomina non porta benefici.

Che questo punto non sia chiaro lo dimostra il dibattito iniziato con l’annuncio della pre-candidatura e tutt’ora in corso. La popolazione locale, e in particolare politici, intellettuali ed enti di tutela dei territori, si interrogano solo sul merito della candidatura, cioè se Langhe, Roero e Monferrato siano degni o meno di diventare World Heritage. Sarebbe invece più importante tentare di prevedere cosa cambia in caso di nomina.

Come funziona il meccanismo Unesco e cosa comporta, lo spiega Alessandro Balsamo, Responsabile della tentative list e della nomination list al World Heritage Centre, senza entrare nel caso particolare: “L’iscrizione nella lista dei World Heritages non è solo un’opportunità e un privilegio. Il concetto fondamentale della nomina è il ricorso a vincoli legali internazionali atti a preservare i siti, sposando conservazione e sviluppo”. I vincoli legali poi non sono unici per tutti, ma dipendono da caso a caso. “Un paesaggio vinicolo, precisa Balsamo, rientra nella categoria dei paesaggi culturali viventi, quindi è previsto che la radice socioeconomica su cui si basa il territorio nominato segua il suo ritmo più adatto, ma preservando il territorio stesso”

Il segreto dunque è conoscere i vincoli, perché sono una sorta di ricetta collaudata. Gli abitanti del sito invece mettono gli ingredienti che determineranno la bontà del piatto. Per questo il progetto di tutela e sviluppo, presentato nel dossier di candidatura, sarà determinante: “Dopo la nomina a World Heritage, l’economia locale non cambia”, continua Balsamo. “Cambia invece la visione del sito nel resto del mondo. Parallelamente bisogna prevedere questo cambiamento, che è inevitabile in caso di nomina. Se non si prendono misure adatte, che non intacchino il sito, il nuovo turismo è solo dannoso”. Per questo la popolazione deve essere consapevole: “L’approccio alla questione deve essere “bottom-up”, cioè dal basso, e non “top-down”, cioè dalle istituzioni, perché gli abitanti sono i primi conservatori del sito. Se sanno poco o nulla della candidatura e della nomina, il processo non funziona”. Non a caso l’Unesco sta insistendo moltissimo su questo punto con gli stati interessati, ma è a loro che spetta l’ultima parola nella gestione delle candidature e dei siti. E come è noto in Italia si preferisce l’approccio top-down.

D’accordo con la politica dell’Unesco è anche Carlo Salone, docente di Sviluppo Locale all’Università di Torino: “Un’etichetta formale, che ufficializzi la qualità di un sistema territoriale, può portare effettivamente dei vantaggi, ma a patto che la popolazione sia coinvolta da subito in una scelta così radicale”. Il professore nel complesso si dice ottimista: “Gli abitanti di Langhe, Roero e Monferrato hanno già dimostrato di saper cogliere le occasioni. Gli attori locali, infatti, sono consapevoli delle proprie risorse come fattori di sviluppo irriproducibili altrove e hanno preso la strada dell’investimento a lungo termine e della sostenibilità”

Ma questo non autorizza ad abbassare la guardia: “La nomina a World Heritage deve inserirsi in un progetto culturale più ampio, diversamente rischia di essere una foglia di fico. Questo significa che bisogna rimediare agli scempi fin qui fatti e bisogna guardarsi da future tentazioni, che la nomina avvenga o meno. D’altro canto bisogna evitare anche di rendere la zona una specie di riserva museale al di fuori della quale ci si possa abbandonare allo sviluppo selvaggio. Il risultato sarebbe un paesaggio bello ma artificioso, circondato dal nulla e con dei costi tali che lo renderebbero un “parco” per turisti facoltosi, mentre la popolazione locale ne resterebbe esclusa”. Com’è oggi il Chiantishire, per fare un esempio.

Ma Salone non è l’unico ad avere simili timori. Giulia Fassio, antropologa, sta conducendo una ricerca, commissionatale da Università di Torino, Crt ed Ecomuseo del Basso Monferrato astigiano, per valutare l’impatto del processo di candidatura sulla popolazione locale: “Le comunità collinari sono un sistema complesso, spiega, quindi non posso prevedere la loro reazione. Per il momento l’impressione è che la popolazione sappia molto poco sul processo in corso e i provvedimenti presi fin qui per informarla non sono sufficienti. Il problema è che l’approccio bottom-up è pura teoria; gli interessi in ballo sono più politici ed economici che culturali”. Un altro problema è cosa si intende per bottom-up: “Bisogna evitare la visione ottocentesca della popolazione locale intesa come un tutt’uno indistinto. Le comunità locali non sono coese ed omogenee”. Questo non significa che la Fassio valuti negativamente la candidatura: “Sarebbe positivo se favorisse la riscoperta di valori e pratiche e attirasse fondi”.


Questo articolo ha vinto la II edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di febbraio  2009, p. 5

 

 


 

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