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Il vagabondo del pallone

 

Dura la vita del cronista sportivo, quando ti perdi sotto la pioggia per le strade di campagna mentre stai andando a vedere una partita 


di Marco Doddis


Se ne sta là, immobile. Ma non dovrebbe aiutarmi in momenti del genere? Invece, non fa che gracchiare con la sua voce di metallo. “Fai inversione a U!” esclama. 

Decido di metterlo a tacere: ammutinamento! Ora mi navigo da solo. 

Dovrò affidarmi a me stesso. Ma non è affatto semplice muoversi sotto questo diluvio. La mia vecchia Seicento blu, i vetri appannati dalla condensa, si arrampica su una salitella tra due fitte schiere di castagni. Fino a Nole era andato tutto bene. Poi, abbandonata la Provinciale di Germagnano, qualcosa non ha funzionato: mi sono perso, a soli quaranta chilometri da casa. Meglio non raccontarlo in giro. 

Per di più, l’orologio accresce la mia ansia, avvicinandosi crudelmente alle tre. 

Se fai l’inviato per un giornale sportivo, non puoi permetterti di sbagliare strada. Quando la palla comincia a rotolare, devi essere davanti al campo, taccuino in una mano, cronometro nell’altra. Non ci sono pioggia, neve, nebbia, grandine che tengano. 

Dunque, non posso che rimproverare me stesso. Oggi sono uscito tardi di casa e, soprattutto, non ho tenuto conto della mia particolare avversione per il Canavese. Sembrerà bizzarro: ogni volta che vengo da queste parti, la mia bussola si inceppa. Certo, talvolta mi accade di perdermi anche in altre zone, ma, quando mi avventuro verso le Valli di Lanzo o incrocio il corso dell’Orco, rimango vittima di un inspiegabile disorientamento. Ricordo ancora quel giorno in cui, di ritorno da Valperga, decisi di fare una breve deviazione verso un poggio su cui si poteva scorgere la presenza di un santuario. Dopo averne scoperto l’ascetica bellezza (si trattava di Belmonte, un Patrimonio Mondiale dell’Unesco), sulla via del ritorno a Torino commisi più di un errore stradale. Fortuna che avevo a disposizione tutta la giornata successiva per scrivere il pezzo sulla partita!

Fu proprio in seguito ad episodi come quello che decisi di farmi guidare da un navigatore. È uno strumento comodo, ma quando rifiuta di collaborare diventa il più sgradito dei compagni di viaggio. Ho imparato a scrutarlo con occhio diffidente da quando mi disse che per raggiungere un campo di gioco a Rivoli avrei dovuto passare dentro al Castello. Io, pur non essendo un fervente monarchico né tantomeno un nostalgico dei tempi andati, non me la sentii proprio di recare tale antistorico affronto a Casa Savoia. Pertanto, agii di testa mia e giunsi ugualmente a destinazione. 

Da allora, ho preso coscienza di essere io l’ammiraglio e di poter trattare il mio passeggero come l’ultimo dei mozzi. Oggi però la pioggia battente ce la sta mettendo tutta per farmi riconsiderare le gerarchie. Sto per disperare, ma finalmente scorgo un cartello in cui sta scritto: Vauda. Anche stavolta è andata. 

Vedi che non ho bisogno di te!” rivolgo un ultimo altezzoso appunto all’oracolo ormai muto. Poi, mi dirigo a tutta velocità verso quel paesotto semideserto. Per un’inaspettata gentilezza della sorte, il campo sportivo si trova sulla strada che sto percorrendo.

Appena in tempo! Le due squadre compaiono sul terreno di gioco. Scendo dalla macchina e, annegando i miei passi nel fango, filo dritto sulla tribunetta dove un annoiato collega mi passa la lista dei giocatori. Ora, l’arbitro può fischiare.

Come prevedevo, il campo è proprio un campo: una fetta di prato strappata ai pascoli con due porte piantate ai lati. Inoltre, la panca su cui ho trovato posto è presa di mira da fastidiosi proiettili di pioggia che oltrepassano senza difficoltà quella che dovrebbe essere una copertura. 

L’universo del calcio dilettantistico è così: può anche capitarti un manto erboso perfetto, da scrutare magari da spalti meno improvvisati di quelli di oggi. Spesso, però, ci si deve accontentare. 

Com’è diversa l’anonima cornice odierna dal sontuoso quadro della settimana scorsa! Mi trovavo a Pinerolo: secondo Edmondo De Amicis, la città più bella del Piemonte. Dovevo assistere a una partita di “Eccellenza”, in cui la squadra locale sfidava il Bra. Dentro lo stadio Barbieri (non un campo di patate), avevo vissuto un momento davvero inatteso: prima che l’arbitro aprisse le danze, mi ero incantato a leggere una lapide commemorativa che mi aveva messo faccia a faccia con la sacralità di quell’impianto sportivo. Avevo appena appreso, infatti, che proprio là era terminata la famosa tappa Cuneo-Pinerolo al Giro d’Italia del 1949; tappa vinta trionfalmente da Fausto Coppi. Figurarsi l’emozione di un malato di ciclismo come me! Incantato, per poco non mi perdo l’inizio della partita.

Gol! Mentre la mia mente è ancora a Pinerolo, qua, nel frattempo, hanno segnato. Vengo risvegliato da un ipnotico torpore. L’immagine di Coppi sudato sulle Alpi mi si smaterializza davanti. Ora ci sono una ventina di tifosi che rigurgitano lapilli di gioia per la rete della squadra di casa. Quasi infastidito, chiedo lumi al mio collega sull’autore del gol. “Greco!”, mi fa. “Ha segnato Greco!”.

Anche la voce di uno speaker tenta di annunciare il nome del marcatore, ma l’altoparlante rifiuta di collaborare ed emette solo degli insignificanti monosillabi. Forse è stato danneggiato dalla pioggia. O forse è sempre stato così. Non me ne stupirei: sono ormai abituato ai cacofonici capricci degli altoparlanti piemontesi.

D’altra parte, nei miei pochi anni da cronista sportivo ne ho viste davvero di tutti i colori. Il mio vagabondare mi ha messo in contatto con realtà molto simili tra loro (sempre di pallone dilettantistico si tratta), ma allo stesso tempo profondamente diverse. Ho pure approfittato per saperne di più sulla mia regione: in fondo, certe testimonianze artistiche (Belmonte) o storiche (ah, la lapide al Campionissimo!) mi erano per lo più ignote.

L’aspetto più interessante, però, è stato l’esplorazione dell’anima profonda del Piemonte. Quella dei campanili, dei castelli, delle piazze. Atomi piccoli, ma capaci di raccontare storie sempre più a rischio di cancellazione nel libro della modernità globalizzata.

Gli stessi atomi, con le stesse diversità, li ho ritrovati nell’ambito di una città sola: Torino. Anche qua, di quartiere in quartiere, di borgata in borgata, si potrebbe comporre un mosaico con decine di tasselli: calciatori più o meno dotati, tifosi più o meno forbiti, campi più o meno doncamilleschi (la parrocchia dove giocano i “pulcini” del Rebaudengo rimarrà sempre nel mio cuore).

Ho visto esibirsi anche le giovanili delle grandi squadre cittadine: ricordo ancora un acceso derby tra Torino e Juventus al Trofeo Lascaris di Pianezza. Certo, tecnicamente uno spettacolo. Ma, mancava la genuinità degli scontri di periferia. È là che il calcio assume una dimensione diversa; una dimensione culturale, quasi antropologica, perché in grado di esprimere particolarismi radicati e contrapposti come oggi non sa più fare nessuna manifestazione del vivere sociale. 

Credo che sul fenomeno sarebbe necessaria una riflessione seria. Che ne so, magari in ambito accademico. Di sicuro, qualcosa di più attento rispetto al mio distratto speculare da una palude canavese.

Intanto, il pubblico riesplode: “Goal!”. Greco ha raddoppiato. E siamo solo al nono minuto! 

Forse è meglio guardarla, questa partita.      

 

Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla II edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di giugno 2009, p. 13



 

 


 

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