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Il Tassidermista

 

 

Non è un imbalsamatore, ma un artigiano che ricostruisce fedelmente le fattezze degli animali e lavora anche per i maggiori artisti contemporanei


di Alessandra Giovinazzo


Quando racconto di aver incontrato un tassidermista, le reazioni dei miei interlocutori sono principalmente due. La prima è una titubante richiesta di spiegazioni, accompagnata dall’espressione facciale prodotta dall’incontro con un termine non noto; una sintesi tra curiosità per l’ignoto e dubbio sulla legittimità di tale ignoranza. La seconda, simile alla prima, differisce per una generica intuizione del significato del termine, che tramuta quell’espressione nella leggera smorfia provocata dall’enunciazione di parole o concetti che procurano un certo disagio: “Chi, l’imbalsamatore?”

Pochi conoscono questa professione e le tecniche che effettivamente la caratterizzano. L’impressione, al contrario, è che attorno ad essa aleggi un alone di mistero e, talvolta, di giudizio aprioristicamente costituito. Sarà che c’è di mezzo la morte, e l’impiego di una materia prima d’eccezione. Qualcosa che, non più vivo, è lavorato e restituito in una forma diversa. Immobile, vitrea; ma che rammenta il palpito di un’esistenza perduta. 

Il tassidermista è, alla base, un artigiano. A differenza dell’imbalsamazione, procedimento fondato sulla conservazione di parti anatomiche, la tassidermia è una tecnica che utilizza la pelle dell’animale, comprensiva di pelo, piume o squame. In passato la pelle era “riempita”, generando la preparazione nota come “impagliatura”. Oggi è dapprima trattata con sostanze di tipo conservativo e poi applicata ad un modello, realizzato ad esempio in vetroresina, che ricalca l’anatomia dell’animale stesso. Segue all’imbastitura la finitura dell’opera: cucitura della pelle, applicazione degli occhi, sistemazione della bocca, tra le altre. 

A Riva di Chieri, dall’inizio degli anni ‘80, Agostino Navone esercita con grande passione questa professione così rara nel nostro paese. Sono solo una trentina i tassidermisti in Italia, di cui almeno sei in Piemonte, anche se tale dato esclude i casi in cui la professione è svolta in modo abusivo e amatoriale da persone che, dice Agostino, “amano la tassidermia, ma con amore non sincero”. Il laboratorio di Agostino trasuda operosità. Il forte odore di prodotti concianti permea la grande sala dove ossa, pelli, corna, nylon e attrezzi di ogni sorta si confondono, a disposizione dei suoi collaboratori, concentrati sulla posa della pelle di un capriolo o sull’eliminazione delle cartilagini di un animale ormai indistinguibile. Che turbi, inorridisca, o lasci apparentemente indifferenti, l’entrare nel laboratorio di un tassidermista sfiora qualcosa di intimo. Forse il rapporto, più o meno conflittuale, che ciascuno di noi intrattiene con la morte. In una saletta dove una moltitudine silenziosa di teste e corpi che seppur inerti sembrano scrutare i visitatori, Agostino parla del suo mestiere con entusiasmo e grande energia. È la passione di una vita, germogliata nel quotidiano di un bambino che, sin da piccolo, ama gli animali e li adotta, all’occasione: “Quando avevo 6 anni casa mia era un piccolo rifugio per gli animali”. È verso i 10 anni che inizia a leggere alcuni libri sulla tassidermia; gli spiace gettare le carcasse degli sfortunati che non riesce ad allevare, e iniziano i primi esperimenti. È a 15 anni, però, che realizza la sua prima opera. “Avevo un’anatra. L’avevo trovata quand’era piccola e l’ho allevata, le davo da mangiare. Poi è diventata grande. Volava, sempre con me. Camminava…” e imita, buffo, le movenze dell’anatra. “Una mattina l’ho trovata morta. Non volevo buttarla via, allora ho provato a prepararla. Ho lavorato due giorni, e alla fine ho fatto un’anatra… che era tre anatre! Anche la forma non era perfetta, però era venuta!” 

La prima realizzazione segna il passaggio da passione a professione, contestuale alla presa di coscienza di quanto potesse gratificarlo l’impressione di “ridare vita a qualcosa che vita non ha più”. Sviluppa negli anni le proprie capacità scultoree per realizzare modelli sempre più accurati ed esplora, tramite la tecnica della tassidermia, nuovi ambiti. Non solo lavori per cacciatori fieri di eternare il proprio trofeo. Tra i committenti di Agostino figurano musei privati e pubblici, micologi ed artisti contemporanei più o meno noti. Tra le produzioni spiccano anche oggettistica e complementi di arredo: coltelli, sedie, lampadari dove corna di cervi, daini e caprioli la fanno da protagoniste. 

Alcune creazioni modellate dalle sue operose mani hanno lasciato la placida Riva di Chieri per varcare la soglia dei più importanti musei d’arte contemporanea; un esempio è il cavallo senza testa appeso al muro nell’installazione di Maurizio Cattelan (Senza titolo, 2007). Nel ruolo di tecnico, è però raro che tragga un qualche riconoscimento. E appare paradossale che opere con un valore di mercato prossimo al milione di dollari siano costate all’artista poche migliaia di euro; a meno che non si assuma che il valore, nell’arte contemporanea, risieda nell’idea e nel livello di notorietà dell’artista medesimo. Ma qual è dunque il ruolo del tassidermista? Sono le sue capacità di scultore a permettere l’incarnazione nel reale di un’idea, talvolta appena accennata dal committente. È forse un po’ artista anche lui? 

Di fronte a questi temi Agostino non si indigna e, con fiera umiltà, ricorda di essere un artigiano. Le ore di lavoro che dedica all’opera ne suggeriscono il prezzo, a prescindere dal committente. Non necessita di riconoscimenti ulteriori. 

I suoi riscontri li ha nelle competizioni di settore; nei tempi di attesa dei suoi clienti, che aspettano anche un anno per poter esporre il proprio trofeo; nel confronto con se stesso, compiaciuto del fatto che quello che realizza oggi sia meglio rispetto a dieci anni fa: per il posizionamento di un occhio, sempre più preciso, o per una piega su un collo, ben riuscita e incredibilmente veritiera. 

Quale il futuro del suo mestiere? Se rarità può equivalere, nel lungo periodo, a scomparsa, Agostino è ottimista: “Questo è un lavoro particolare. Ma che sia per un eventuale ricordo, per il privato, di un qualcosa che ha portato da qualche paese straniero dove è andato a cacciare, o che sia per i musei, credo che questo sia un lavoro che continui”. Le collezioni di animali naturalizzati esposte nei musei avranno sempre bisogno di essere mantenute o ripristinate. La loro funzione didattica è insostituibile: “È vero che il multimediale è importante, ma si perde decisamente il contatto con la realtà. Magari il ragazzino può sapere com’è fatta una gallina, ma non la vede tridimensionale”. E a proposito di potenziali restrizioni sull’attività venatoria? Anche se si realizzassero a livello locale, difficilmente potrebbero verificarsi in modo contestuale e coordinato a livello internazionale e riguardare la totalità delle specie. Nel suo caso, la varietà di committenti rappresenta una solida garanzia di continuità; verità forse non valida per tutti gli altri tassidermisti, tra i quali Agostino spicca proprio per l’ampia gamma di realizzazioni. Un tassidermista anomalo quindi? Probabile. Consapevole del suo valore, ma al tempo stesso autoironico, riassume il suo essere diverso con la sua massima personale: “Chi non vede la differenza, può accontentarsi della concorrenza”. 


Questo articolo ha vinto ex aequo la II edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Economia, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di marzo 2009, p. 19


 

 


 

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