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Panissa e Playstation

 

 

Ovvero: pensiamoci bene prima di dire che i giovani d’oggi non sanno cucinare e amano solo il fast food!


di Marco Miglietta


Molti pensano che per gustare una buona Panissa, il primo piatto della tradizione vercellese, bisognerebbe ricreare un’atmosfera agreste, con il caminetto acceso che scoppietta rilasciando nelle narici quel caratteristico profumo di resina, le pentole di rame appese alle pareti, una brava massaia a far girare il cucchiaio di legno nel parö ed un vociare di ragazzi che corrono intorno al tavolo… un affresco, sicuramente molto bello, del passato rurale delle terre da riso. 

La realtà e la modernità dei fatti ci riconducono però anche a stili di vita completamente differenti. I cosiddetti singles ad esempio, sono da sempre etichettati e stereotipati come inetti che, in cucina, sanno soltanto come si accende un microonde, usato per riscaldare le pietanze preparate dalle mamme o per scongelare orrendi contenuti di orrende buste dai sapori pressoché identici (e orrendi!). 

Invece no. 

Ci sono singles che, proprio per aver fatto di necessità virtù, sono diventati veri e propri maghi dei fornelli e che non hanno nulla da invidiare alle loro, seppur amatissime, mamme. 

Ebbene, è proprio pensando ai singles che nasce questa idea… 

Immaginiamo quattro amici che si mettono d’accordo per passare una serata all’insegna della convivialità: buona tavola, buon vino, risate e… Playstation. Non c’è nulla di più aggregante, nell’Italia di oggi, di una serata a base di cibo, vino, calcio e gioco, e la consolle di casa Sony è diventata la regina incontrastata dell’intrattenimento videoludico. 

Al padrone di casa spetta l’onere (e l’onore) di preparare il piatto; ecco allora che, una volta uscito dall’ufficio e acquistati tutti gli ingredienti, si passa alla fase dello “spadellamento”. 

I fagioli, rigorosamente Borlotto di Saluggia (non facilissimi da reperire, in alternativa un borlotto piemontese va benissimo), vengono fatti bollire in una pentola insieme alle cuje, le cotiche del maiale, mentre nella pentola principale, possibilmente un vecchio parö con il fondo di rame, viene preparata la base del risotto. Su di un soffritto olio, cipolla e, a piacere, sedano, va colorito il salam d’la duja sbriciolato a dovere ed in aggiunta inserito anche un po’ di lardo, che ha il compito di rendere più morbido e più compatto il piatto. 

Accidenti, manca un quarto alle otto… è l’ora di aggiungere il riso: un vercellesissimo Carnaroli sarà il trionfatore della serata a mani basse! A questo punto, dopo aver fatto dorare per bene il nostro riso aggiungiamo il vino e lo portiamo ad asciugarsi a fuoco lento. Naturalmente annaffiare il tutto con un vino di basso profilo rischierebbe di compromettere il nostro capolavoro; ecco allora venirci in soccorso una buona bottiglia di Barbera d’Asti (apprezzatissime anche le barbere monferrine) che non solo insaporirà la nostra Panissa, ma ci terrà compagnia fino all’arrivo dei nostri affamati amici. 

Nel frattempo suonano alla porta: è arrivato Alberto. Ha portato il vino, due bottiglie di Dolcetto. Un sorriso cortese, una battuta e, di nascosto, mettete le sue bottiglie in dispensa: questa sera il campo deve essere sgombro, ci devono essere occhi e palati solo per la vostra Panissa e per la vostra barbera, così scrupolosamente scelta. 

Ora non siete più da soli, avete due braccia valide al vostro fianco ed allora Alberto, indossato il grembiule rosso, finisce di corvée al parö: cucchiaio di legno in mano, sarà suo compito non far attaccare il riso mentre voi preparate il tavolo. Bisogna ricordarsi di mettere in tavola il pepe e il parmigiano fresco, ingredienti aggiunti secondo il piacere personale dei convivianti. 

Ancora un trillo, sono arrivati Michele e Matteo e come i re magi recano doni… mirto rosso e tiramisù! Beh, il dolce va in frigo e il mirto in freezer… un tocco di isola al dopo cena pare azzeccato, in fondo un tempo facevamo tutti parte del Regno di Sardegna! 

Queste divagazioni sabaude, però, non vi devono distogliere dall’obiettivo principale che resta sempre la vostra Panissa: bisogna aggiungere il brodo bollente dei fagioli, facendo evaporare di volta in volta, per cuocere il riso, facendo attenzione a non farlo asciugare troppo. 

Mentre voi controllate la cottura, i vostri ospiti si sono già serviti del vino e apprezzano la scelta con ampi cenni d’intesa, mentre qualche esagitato (sono sicuro che è Matteo) è già in salotto che armeggia con i cavi della TV per preparare la serata. Ecco fatto, la Playstation è piazzata e sta già caricando Pro Evolution Soccer. 

Matteo da segni di impazienza e divora un po’ di grissini. Il riso, però, non è ancora pronto; ecco allora che due fettine di lardo con una grattatina di pepe, oltre al secondo salame che avete allestito di riserva, si trasformano nell’antipasto ideale in attesa della portata principale. 

Sì, può andare… aggiungiamo i fagioli e diamo un’ultima girata per far amalgamare bene il tutto. La consistenza è eccellente, il cucchiaio di legno, infilzato nel riso, non accenna a cadere, segnale che state per impiattare una Panissa storica! L’antico aroma che deliziava le narici dei nostri barba pervade la cucina, anche se le urla di giubilo per il primo goal virtuale segnato da Michele, non concedono troppo spazio agli apprezzamenti. 

Tutti a tavola!” è l’urlo che entusiasma le folle e come una mandria di mustang al galoppo i quattro amici prendono posto in attesa del loro padlutin di riso; a questo punto finisce il fracasso e per qualche minuto regna un irreale silenzio: è il silenzio dei golosi, i quali non sprecano fiato in parole, ed infatti sono le espressioni di soddisfazione stampate sui visi dei vostri ospiti a rendervi orgogliosi della vostra scelta. 

Come avete potuto leggere quindi, è ampiamente dimostrato che la Panissa non è solamente un piatto che deve rispondere a rigide e ferree regole di etichetta culinaria: se il piatto è fatto con piacere per la buona compagnia e amore per la propria terra, tutti possono trasformare una serata qualunque in un Panissa-day a base di goliardia, allegria, buon vino e, perché no, Playstation! 

Tra l’altro, adesso tocca me giocare, ma… Matteo dov’è finito? Ah, è in cucina che raschia il fondo del parö! Mica stupido, “‘l pusè bon l’è lì”


Questo articolo ha vinto ex aequo la II edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Enogastronomia, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di aprile 2009, p. 17

 

 


 

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