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Il vento fa il suo giro...

 

 

L’economia nelle valli alpine moderne


di Elisa Paravidino


E l’aura fai son vir” è un proverbio in lingua occitana, vuol dire che tutto alla fine torna. “Il vento fa il suo giro” è un film del 2005 di Giorgio Diritti. Ambientato in un paesino della Val Maira, il film racconta la storia di una comunità alpina ed offre l’occasione per riflettere sul presente e sul futuro di tanti borghi montani piemontesi. Questi luoghi si ritrovano in un precario equilibrio tra modernità e tradizione e la maggior parte non trova posto nel sistema economico moderno e globalizzato. Lasciarsi morire o trasformarsi in villaggi turistici? L’alternativa non sembra confortante, eppure i può immaginare una scelta diversa. Il film offre lo spunto per immaginare un diverso finale per l’economia delle valli piemontesi.

Chersogno è un piccolo villaggio occitano della Val Maira, una valle alpina del cuneese, abitato ormai da poche persone e in maggioranza anziani. La sonnolenta vita del borgo è turbata dall’arrivo del forestiero, Philippe Heraud, un pastore francese, ex professore, che ha deciso di trasferirsi a Chersogno con la sua famiglia e le proprie capre. L’accoglienza non è delle più calorose, ma Philippe va comunque ad abitare nel paese in una vecchia casa disabitata. Una parte degli abitanti, compreso il sindaco, aiuta la famiglia francese ad inserirsi nella vita del villaggio, un’altra parte non sopporta invece le novità portate dai forestieri. Un destino già scritto quello di Philippe e degli abitanti di Chersogno: due strade che inevitabilmente arrivano allo scontro. Così, come il vento fa il suo giro, Philippe ritorna da dov’era arrivato e la vita in paese riprende a scorrere più o meno come prima del suo arrivo. Il film offre due possibili finali: il paese che, grazie alla partecipazione ad una trasmissione televisiva, si pubblicizza come proposta turistica. Ma anche la possibilità che l’attività economica in paese ricominci: l’ultimo giovane rimasto prende spunto dall’iniziativa del pastore francese e riaccende la speranza per la vita di Chersogno. Le due possibilità non si escludono l’una con l’altra, ma lasciano allo spettatore la libertà di credere nel finale che gli sembra più plausibile.

Chersogno è un nome di fantasia, probabilmente ispirato al Monte Chersogno, che svetta nell’Alta Val Maira. Pur non esistendo, è lo specchio di molte realtà alpine piemontesi; borgate in cui l’uomo ha lentamente messo le proprie radici, creando e conservando così una cultura specifica. Nel secondo dopoguerra lo spopolamento, che fino a quel momento era stato lento ma costante, è diventato una vera e propria emorragia portando, in molti casi, la morte delle borgate. Il principale motivo delle migrazioni è la perdita dell’indipendenza economica delle valli. Senza una concreta possibilità di sostentamento, i montanari piemontesi sono stati costretti a partire per le città, trasformandosi in operai e spesso rinunciando alla loro cultura. Il venir meno della forza lavoro ha scatenato un rapido invecchiamento della popolazione e quindi un crollo demografico. È una delle inevitabili conseguenze del nostro sistema di sviluppo economico, in cui c’è bisogno di una produzione su larga scala per massimizzare il profitto. Le attività in montagna, come tutte le piccole attività artigianali, faticano a trovare il loro spazio in questo sistema, e inoltre le condizioni di vita sono più difficili che altrove. Il sistema economico di produzione di massa ha dimostrato la sua insostenibilità ambientale e ultimamente anche quella economica e sociale. È però possibile invertire questa tendenza e creare fonti di ricchezza alternative basate sul territorio. Le borgate in montagna hanno la possibilità di scegliere un finale diverso, accettando però qualche novità.

Nel film si vede che i pochi abitanti rimasti nel paese hanno un’immagine romantica del villaggio. Per loro, soprattutto per i più anziani, tutto dovrebbe rimanere come quando erano giovani, ogni ventata di cambiamento è vista a priori come negativa. È una sensazione che si respira in molti borghi chiusi: vedere il nuovo come un intruso e magnificare il passato come il tempo della gioia e della semplicità. La situazione deve essere analizzata più realisticamente e alla luce del sistema economico moderno. Oggi ci sono gli strumenti per proporre un’alternativa, è necessario però che ci sia anche la volontà, prima di tutto negli amministratori locali, di muovere le cose. Bisogna sapere cambiare e in alcuni casi accettare anche il forestiero. La priorità dovrebbe essere quella di ricostruire le fondamenta dell’economia delle valli alpine, senza basarsi esclusivamente sul turismo di massa. Questo è un fenomeno che non deve essere rifiutato, ma che va gestito adeguatamente e soprattutto che non deve rappresentare l’unica scelta possibile per un villaggio che non vuole lasciarsi morire. Per ricostruire le basi di un’economia sostenibile è innanzitutto necessario pensare con una mentalità rivolta al futuro: nel 2008 non si può condurre lo stesso stile di vita di cinquant’anni fa. Inutile pensare ad un ritorno alla natura incontaminata, molto meglio cercare di portare innovazioni sostenibili e a basso impatto ambientale. Gli stessi trafori alpini e infrastrutture non devono essere rifiutati a priori, ma analizzati secondo costi e benefici, considerando l’economia ma anche la società e l’ambiente. La seconda necessità per ricostruire l’economia è la qualità del lavoro. Oggi molti giovani originari delle valli sono istruiti e preparati, è quindi a loro che bisogna pensare invece di immaginare un ritorno alle tradizioni senza una reale innovazione. È possibile continuare le attività tradizionali con uno spirito imprenditoriale e uno sguardo all’innovazione. Infine la terza necessità, strettamente legata alle prime due è lo sfruttamento delle nuove tecnologie, internet in testa, per permettere qualità e alti standard di vita. Oggi la tecnologia WiMAX permetterebbe a molte valli alpine italiane di usufruire internet ad alta velocità e di uscire così dal proprio isolamento. Questo non avrebbe conseguenze solo sulla qualità della vita, ma potrebbe permettere la costituzione di reti di persone per lo scambio di informazioni, competenze e capacità pratiche. Non si tratta sicuramente delle uniche azioni, ma di un segnale per contribuire a ridurre l’isolamento delle valli che spesso è la prima causa che impedisce di ricostruire un’economia florida. 

Cosa sarebbe successo alla borgata di Chersogno se gli abitanti avessero accettato la novità?  


Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla II edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Economia, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di maggio 2009, p. 13

 

 


 

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