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La Gora del Molino di Brandizzo

 

Un itinerario tra acqua, natura e architettura 


di Marianna Sasanelli


È possibile descriverla come un lungo percorso che scorre parallelo al fiume Po, nella zona meridionale di questo territorio; sulla destra sfilano le colline di Gassino e San Raffaele Cimena, mentre in lontananza, volgendo lo sguardo verso Torino, svetta severa la Basilica di Superga.

Lunghi filari di alberi costeggiano la Gora e il suo scorrere lento si confonde, dando vita ad un’area naturalistica incontaminata e di particolare pregio, con le acque della Sturella, antico ramo del Po. Siamo nei pressi della cascina Bussolata, dove le acque della Gora un tempo venivano impiegate per irrigare i campi con paratoie e fossi irrigui. Proseguendo poi ininterrotto, il suo itinerario si dirige verso il Mulino Re, un imponente luogo del lavoro ben visibile già dai campi circostanti la cascina grazie alla presenza della ciminiera. 

Chissà quali furono le impressioni quando alla fine dell’Ottocento venne posato l’ultimo mattone di questa torre, per molto tempo unico elemento verticale a competere con il campanile di San Giacomo nel cielo brandizzese. 

Il Mulino Re stupisce ancora oggi per la sua imponenza che suggerisce un passato di grande produttività. La manualistica ottocentesca del settore ci rivela che questo era contemplato tra i più grandi impianti piemontesi per la produzione di sfarinati; i suoi “colleghi” erano il Mulino Nuovo di Settimo Torinese, oggi sede dell’Ecomuseo del Freidano, ed il Mulino della Barca di Collegno. 

Quando, nel 1853, il mulino di Brandizzo viene preso in gestione dai fratelli Fourrat, l’impianto ha mantenuto invariato sin dall’epoca feudale un sistema produttivo di tipo tradizionale che comprende diversi generi di lavorazioni. Antonio e Luigi Fourrat vi apportano le prime significative innovazioni e per primi introducono il sistema all’americana applicato ai tradizionali palmenti. È però con la gestione della Ditta Felice Pia & Re che negli anni ’80 dell'Ottocento il mulino assume l’aspetto di un vero e proprio edificio industriale in grado di fornire una produzione giornaliera di quattrocento quintali. Si tratta di un impianto non più concepito, come nel passato, in funzione del mercato locale, ma strutturato per una produzione e commercializzazione a più vasto raggio del macinato grazie all’installazione di macchinari ad alto contenuto tecnologico.

In una fotografia d’inizio Novecento è possibile percepire la solennità della grande fabbrica nel paesaggio agricolo di allora; nell’immagine figurano alcune persone di fronte al mulino in un momento di riposo dal lavoro. C’è anche un ragazzino, forse un garzone lì di passaggio per ritirare qualche sacco di farina o incuriosito dall’arrivo del treno. Infatti, “al mulino arrivavano i vagoni direttamente dalla ferrovia, trasportando prima il grano e poi la farina!” 

Da tempo i binari non esistono più, ma rimane via Paolo Barra che con la sua sinuosità ricorda quel raccordo anulare di circa un chilometro direttamente innestato sull’asse principale dell’attuale linea ferroviaria Torino-Milano. 

Le immagini fotografiche raccolte, poste una accanto all’altra in ordine cronologico, evocano storie e situazioni. Si percepisce ad esempio il divertimento dei fratelli Barra mentre trasportano il vagone del treno con il loro piccolo trattore, mentre sullo sfondo, in tutta la sua altezza originaria, svetta la ciminiera del complesso molitorio. Siamo negli anni Quaranta nel Novecento, ma il paesaggio è rimasto lo stesso di quando le strade sterrate erano percorse dalla carrozza di Matilde Van Soolen, la bellissima moglie di origini olandesi del proprietario Giovanni Re. Una figura discreta e leggiadra che avvolta in splendidi abiti giungeva con la sua carrozza da Torino per recarsi presso l’abitazione annessa al complesso e dedicarsi alla vivace vita mondana del paese che l’aveva adottata. Così la ricorda oggi la quasi centenaria nonna Maria, che racconta di come Matilde si curasse delle pubbliche  relazioni del marito, allora sindaco di Brandizzo, organizzando feste, cerimonie e piccole Kermesse nel parco del mulino, curato da lei con vero e proprio gusto all’inglese. Ma, come in tutte le storie, arrivano le difficoltà, e i fasti e gli splendori dell’epoca dei fratelli Re scompaiono quando, nel 1947, un incendio devasta le strutture e provoca una grave ferita nell’attività produttiva del luogo. Ma dopo alcuni anni bui il mulino riprende la sua attività e viene trasformato nell’impianto che ancora oggi possiamo ammirare. L’edificio di macinazione viene rialzato di un piano, senza alterare lo schema compositivo dei prospetti ottocenteschi. Restano intatti l’imponente fabbricato in muratura a vista del silo, probabilmente costruito nei primi anni del XX secolo, e gli apparati idraulici dell’impianto sulla sinistra dell’edificio principale, lungo l’antica Bealera

Questo viaggio fatto di acqua, natura e architettura lungo la Gora del mulino sta per concludersi, ma non senza una sosta in uno dei luoghi più cari ai brandizzesi: la “Casa della Luce”. Oggi non ne rimane che un rudere di mattoni e calce con il tetto sfondato, ma visitandola in primavera, quando il profumo dei biancospini pervade l’ambiente acquatico che la circonda, non possiamo fare a meno di immaginarla come nei racconti di Eleuterio Pertengo, ultimo rimasto della famiglia di operai che attivavano la centrale idroelettrica. Costruita nel 1901 su richiesta di Giovanni Perotti in seguito agli scavi dell’omonimo canale, forniva l’energia elettrica all’intero abitato di Brandizzo, compreso il Mulino Re. 

Seguendo il canale Perotti, il percorso arriva al Po, altra preziosa fonte di lavoro e di svago. Ma questa è tutta un’altra storia.


Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla II edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di luglio-agosto 2009, p. 14

 

 


 

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