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Il Parco della Burcina


Il biglietto da visita del Biellese è questa straordinaria riserva naturale 


di Rachele Totaro


Gli occhi di Felice Piacenza sembrano posarsi sulla Valle dei Rododendri e poi scavalcarla, per osservare l’intero Biellese e oltre, verso il Monviso. Dagli anni ’50, il busto in bronzo dell’imprenditore funge da nume tutelare del Parco della Burcina, 57 ettari tra Pollone e Biella, eccellenza paesaggistica e turistica di un territorio che, sul capitolo “accoglienza”, ha ancora tanto da imparare. 

Eppure, basta recarsi nei pressi del Parco ad aprile-maggio per osservare una processione di auto e bus provenienti da tutto il Nord-Italia, pieni di viaggiatori con la fotocamera digitale al collo e gli occhi bene aperti per ammirare la fioritura dei rododendri, forse il patrimonio più celebre del parco: nuvole rosate, bianche e azzurre sembrano posarsi sul “Brich [colle] Burcina” e aspettare gli ospiti, per accoglierli in uno scenario degno di un quadro impressionista. I turisti non accorrono per vedere: arrivano per sognare.

Il sogno, d’altra parte, ha accompagnato la storia del Parco a partire dalla sua nascita. Intorno al 1850, Giovanni Piacenza comprò dal Comune di Pollone quei boschi selvaggi e quei campi incolti che, un tempo, erano stati il vanto dei Savoia. Tra i rovi e i rami secchi aveva visto la possibilità di creare uno spazio nuovo, diverso e accogliente, fatto di natura e (soprattutto) cultura, ambienti autoctoni e luoghi plasmati dall’uomo a suon di innesti e importazioni. Un verde melting pot ante litteram, le conifere alpine che incontrano le sequoie californiane e i rododendri dell’Himalaya, il giardino all’italiana, elegante e formale, che incontra la spontaneità inglese. Certo, qualcuno aveva storto il naso pensando alla commistione tra piante tanto diverse, qualcuno lo storce ancora oggi, ma le strade della mescolanza (dell’integrazione?) sono infinite e, soprattutto, a quale sognatore è mai importato del giudizio degli altri?

Non a Giovanni, non al figlio Felice, che, proseguendo il progetto del padre, se ne fece vero artefice. Si deve a lui se la vocazione di “giardino” continua a vedersi sotto forma pittorica (macchie di colori che sembrano – e sono - frutto del lavoro di un seguace di Monet, più che della creatività di Madre Natura), ma si fonde armonicamente nello scenario naturale di boschi e prati; si deve a lui, soprattutto, se nella Burcina si va per passeggiare, fare un pic-nic o preparare un esame. Felice capì che la bellezza va vissuta, non solo contemplata da lontano: per questo si impegnò per creare un parco a misura d’uomo, “popolare”, da vivere all’interno. I quadri sono belli quando si ammirano in un museo, ma diventano indimenticabili quando si aprono a chi li guarda, accoglienti e reali. 

Anche il Comune di Biella, che nel 1935 divenne proprietario del Parco, ne era consapevole. Tutte le opere di ampliamento, ristrutturazione e creazione di nuove infrastrutture sono state accomunate dal desiderio di offrire ai cittadini uno spazio per riposarsi dal lavoro, “in un ambiente inimitabile per le sue meravigliose bellezze, in cui la natura e l’uomo hanno concorso a gara”. È significativo come ancora adesso, a pochi metri dall’ingresso, ci sia una fabbrica, vero e proprio simbolo biellese, vicina e così lontana non appena si varca una soglia immaginaria e tangibile allo stesso tempo, come se le alte conifere bastassero a creare una barriera invincibile, a lasciar fuori gli affanni e la fatica. 

Ed è anche per non perdere la forza di quel progetto che, nel 1980, la Regione ha istituito la “Riserva naturale speciale Parco Burcina”, atto alla tutela, alla conservazione e alla valorizzazione.

Cosa trova chi oggi visita il Parco? Tanto verde, innanzitutto: sono centinaia le piante, gli arbusti e i fiori presenti, spesso identificati da una targhetta che rende possibile il riconoscimento anche a chi non ha l’anima del giardiniere. Per ammirare la flora si può percorrere il sentiero principale: un’oretta per coprire il dislivello di 260 metri che separa l’ingresso dalla cima del colle (l’altitudine cambia dolcemente dai 570 agli 830 metri), passando dai meli ai bambù, dai liriodendri ai cipressi calvi dalle radici aeree, dai sugheri della zona mediterranea alle imponenti sequoie, in una passeggiata che è anche un piccolo viaggio intorno al mondo. 

Seguire il sentiero principale, ma meglio ancora sarebbe perdersi nella miriade di stradine secondarie e scoprire una piccola cascina, un ponte mimetizzato o una banda di scoiattoli rossi intenta a saltare da un ramo all’altro, totalmente ignara del termine “vertigini”.

Se la flora è l’aspetto più conosciuto e osannato della Burcina, infatti, ignorare la fauna sarebbe un errore da matita blu. La posizione del parco, tra la pianura e la montagna, la ricchezza di piante diverse, la tranquillità offerta dal divieto di caccia, rendono il territorio la casa ideale per scoiattoli, tassi, volpi, caprioli, ghiri e tanti uccelli. “Una casa o un autogrill”, precisa ridendo il guardia-parco Pino De Santo, ricordando come molti animali si servano delle risorse ambientali durante le migrazioni, ignari e incuranti dei confini tracciati dall’uomo. E che migrazioni: un uccellino, inanellato a Pollone, è stato ritrovato in Svezia. In tempi difficili per il traffico aereo, le ali più affidabili sono le proprie…

L’aneddoto permette di scoprire un’importante iniziativa che ha luogo nel Parco e che rientra nel Progetto Pr.I.S.Co. (Progetto Inanellamento Sforzo Costante): uno studio della popolazione passeriforme attraverso la cattura, l’inanellamento e l’analisi di parametri diversi, dalla produttività al grado di sopravvivenza dei giovani. Finora sono state individuate 32 specie: un record, per un territorio dall’estensione piuttosto modesta, e un’ulteriore testimonianza del buon rifugio offerto agli animali selvatici. “E il sogno sarebbe quello di poter fare lo stesso lavoro di catalogazione con i pipistrelli…” chiosa De Santo. Un sogno, ancora: ma i fondi sono pochi e non è difficile prevedere che, con la crisi, saranno ridotti ulteriormente.

Intanto, indifferente alle contingenze economiche, la statua di Felice Piacenza continua a godersi lo spettacolo offerto dalla conca dei rododendri e neanche la freddezza del marmo riesce a nascondere un sorriso sornione. Ammira il risultato del suo sogno, o, forse, ripensa al proverbio più noto della zona, ironico e furbetto come chi l’ha inventato: “S'a il Mucrun l'ha 'l capel o fa brut o fa bel e se l'ha pa del tut o fa bel o fa brut”, “Se il Mucrone [il monte più alto della zona] ha il cappello [di nuvole], o farà brutto, o farà bello. Se il cappello non ce l’ha del tutto, o farà bello, o farà brutto”. 


Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla II edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di luglio-agosto 2009, p. 15


 

 


 

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