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Val Vigezzo

 

 

Terra di confine e di genti straordinarie

 

di Ilaria Testa


Val Vigezzo, Valle dei Pittori, degli Spazzacamini, del “tempo dipinto”: tanti i nomi per indicare questa terra di confine tra Italia e Svizzera, limite fra Alpi Occidentali e Centrali, passaggio tra le montagne del Sempione e quelle del Gottardo. Un corridoio che da ovest a est collega Domodossola a Locarno, nel Canton Ticino, prendendo il nome, oltre confine, di Centovalli. 

Gli esperti dicono che non si tratta di una vallata vera e propria, nel senso orografico del termine, ma di un solco che comprende una valle cui si aggancia la metà di un’altra. Parrebbe quasi non avere un inizio e una fine, vi sono due torrenti opposti, è piatta e non profondamente incisa. Queste, però, sono cose da geologi e da studiosi e a loro vanno lasciate; agli uomini, quelli che si emozionano di fronte a certi spettacoli della Natura, ciò che resta nel cuore è la sensazione di un viaggio che si snoda tra dolci declivi e prati fioriti, accanto a vigneti, piccoli laghi di montagna, boschi di castagni e piccoli paesi. Un viaggio che non è solo immaginario ma anche fisico grazie alle carrozze bianche e blu di una ferrovia a scartamento ridotto che, ricalcando i nomi delle due valli attraversate, è detta Centovallina in Svizzera, Vigezzina qui da noi.

Da tempi lontani, è il 25 novembre 1923 quando viene inaugurata, questa strada ferrata attraversa due fra le più belle valli che, grazie al loro isolamento e alla particolare topografia, hanno conservato la tradizionale cultura alpina. Dura un’ora e mezza il viaggio sul trenino che si inerpica attraversando la statale in più punti finché, verso Locarno, la valle si allarga ancora e lo sguardo si perde tra filari di viti, casette ordinate e campi coltivati. 

Restando nel versante italiano, nella Val Vigezzo appunto, chiunque è colpito, oltre che dallo spettacolo naturale, dalle caratteristiche che fanno di questo lembo della Val d’Ossola, non troppo lontano dalla Lombardia, un luogo singolare: la posizione geografica che l’ha resa incrocio e passaggio di genti e culture diverse, permeandola di internazionalità, e la creatività delle sue genti che hanno saputo inventare nuovi mestieri e, accompagnate da una buona dose di arditezza, hanno superato i confini facendo fortuna oltralpe. 

Mentre le valli vicine, spesso isolate dalla piana ossolana nei lunghi mesi invernali, tendevano a diventare piccoli mondi autosufficienti e strettamente legati alla cultura montana, Vigezzo, più bassa e più facile da raggiungere, non fu solo terra di transito, ma fu scelta come luogo di villeggiatura da politici, uomini di scienza, statisti, intellettuali che diffusero idee di innovazione e progresso. Questi infatti furono i primi a sentire l’esigenza di scuole in tutti i paesi della valle, vollero poi la luce elettrica, e la carrabile fu la prima a essere compiuta quando le altre valli erano collegate con mulattiere. 

La tenacia dei suoi abitanti fu quella che fece realizzare la linea ferroviaria e che spinse, a causa delle poche risorse offerte dalla valle, gli abitanti a emigrare abbandonando terra e famiglia. Coloro che lasciavano la valle in cerca di lavoro erano soprattutto spazzacamini, fumisti e pittori, cioè persone che praticavano una professione svincolata dall’economia di sussistenza tipica del mondo alpino mettendo la propria ingegnosità al servizio di altri paesi.  Ingegnosità che si è espressa, nel corso degli anni, in prelibatezze gastronomiche, capolavori d’alta gioielleria, tessuti con cui confezionare abiti dal disegno elegante, mobili intarsiati, piatti di alpaca o rame sbalzati, lavorazioni in pietra realizzati da artisti dello scalpello e persino finissime essenze profumate. Non è un caso che il vigezzino Giovanni Paolo Feminis, emigrato prima a Magonza e poi a Colonia (1693), abbia legato il nome della “sua” valle a un prodotto destinato a diventare un vero culto in tutto il mondo: stiamo parlando dell’acqua di Colonia, straordinaria “aqua mirabilis” preparata con alcool finissimo ed essenze naturali che solo la flora italiana, e in particolare della Val Vigezzo, ha potuto rendere così unica e apprezzata. 

 I  risultati dell’operosità degli avi sono rintracciabili ancora oggi in molti luoghi, negli eleganti edifici con la loro sobria e raffinata architettura oppure nelle chiese dei paesi, arricchite da oggetti e paramenti liturgici. Sulla tradizione pittorica, uno dei soprannomi dalla valle la dice già lunga e non è un caso che proprio a Santa Maria Maggiore sia nata la Scuola di Belle Arti Rossetti Valentini, scuola fondata nella seconda metà dell’800 per insegnare gratuitamente disegno e pittura ai giovani della valle. In essa sono conservate le opere di alcuni tra i migliori ritrattisti vigezzini emigrati e quelle dei principali pittori formatisi presso la scuola. 

In ogni paese, poi, sono visibili i segni di una pittura decorativa di abbellimento in cui si possono annoverare anche le numerose meridiane che offrono uno spettacolo di colori straordinario: la diffusione di questi antichi misuratori del tempo è stata infatti in continua crescita dai primi anni ’60, con una punta notevole negli anni ’90, del secolo scorso. 

E la pietra? È difficile non accorgersi dell’abbondanza con cui è usato il sasso. La cultura ossolana è fatta di pietra, come le sue montagne: i tetti sono in beola, le pareti dei vecchi edifici in grosse pietre squadrate e poi strade, ponti, fontane. Fu il primo materiale usato nella vita di tutti i giorni, dalle armi di epoca preistorica agli altari per il culto, alle grosse macine che trituravano le granaglie. Tra le pietre più usate la cosiddetta laugera o pietra ollare, appartenente alla famiglia delle serpentine, che devono questo nome all’aspetto maculato che ricorda le squame del serpente. Il colore è verde grigio, la conformazione è data dalla somma di diversi materiali che, fondendosi insieme, hanno acquisito alcune peculiarità come la scarsa conduttività al calore e la malleabilità, qualità eccellenti per l’impiego come recipienti di cottura, visto che, a differenza di altre pietre, questo minerale non si crepa col calore. E quello degli scalpellini è un mestiere che ha sempre avuto grande importanza nella zona, soprattutto nel comune di Malesco, uno tra i più suggestivi che si incontrano nel viaggio della “vigezzina”. Qui, come nel resto della valle, “la storia dell'ambiente antropizzato è la storia del mestiere antico dello scalpellino”: questo lo slogan che guida il lavoro svolto da alcuni personaggi locali che, per conservare e valorizzare questo aspetto della loro cultura, hanno dato vita a un ecomuseo dedicato proprio alla pietra ollare e agli scalpellini. Per far sì che, seguendo l’esempio di illustri vigezzini nel passato, si possa ancora far parlare dell’immenso valore di questa valle… terra di confine e di genti straordinarie.

 

Questo articolo ha vinto la I edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato su Piemonte Mese di aprile 2008, p. 15

 


 

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