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Peru Magunella, Gin e Mercu Scurot

 

Il Carnevale di Borgosesia è uno dei più importanti del Piemonte ed ha la sua apoteosi il Mercoledì delle Ceneri

 

di Mattia Perino


La tradizione carnevalesca è da sempre una parte importante della cultura popolare piemontese. La fantasia, la creatività, l’energia del popolo hanno dato origine a tradizioni secolari: il Carnevale di Torino, Ivrea, Vercelli, Santhià, Chivasso. Tra questi, rientra a pieno titolo il Carnevale di Borgosesia, cittadina in provincia di Vercelli a pochi chilometri dalla più famosa Varallo Sesia e dal suo sacro Monte, opera di Gaudenzio Ferrari. Il Carnevale di Borgosesia rientra tra i “grandi” del Piemonte in primo luogo per la maestosità delle sue sfilate di carri allegorici, attorno a cui si è sviluppata una vera e propria arte. Proprio per salvaguardare e tramandare questa tradizione ultracentenaria è nato il Laboratorio della Cartapesta, uno tra i pochissimi esistenti oggi, organizzazione che costruisce tutti i carri del Carnevale e che lavora su commissione per altri Carnevali. In secondo luogo, il Carnevale borgosesiano si distingue per una sua specifica particolarità: anziché di martedì (come prevede il rito romano), il Carnevale si conclude nel Mercoledì delle Ceneri, il Mercu Scurot (mercoledì scuro), l’appuntamento più atteso della tradizione borgosesiana. Il Carnevale si svolge nell’arco di tre settimane circa. Generalmente, ha inizio nel secondo sabato di febbraio: il sindaco consegna le chiavi della città al re del Carnevale borgosesiano, il Peru. La maschera borgosesiana indossa la "vaianna" (specie di frac) marrone, bavero, camicia e panciotto bianchi, ampia catena color oro, pantaloni alla zuava color verde, fascia multicolore, calze di lana intessute con anelli bianchi e rossi, scarpe basse di cuoio, pettinatura a zazzera, cappello a cilindro grigio chiaro. Accanto a lui, la sua donna, la Gin, che veste una gonna lunga di seta azzurra, corpetto e grembiule di seta , "scialett" a fiori, le scarpette di stoffa rossa e cappello di feltro marrone ravvivato da un nastro di seta multicolore. La domenica successiva viene servita la busecca (piatto a base di trippa e verdure). Il sabato seguente ha luogo il primo dei tre veglioni tradizionali, mentre nel giorno successivo si aprono le tre sfilate di carri allegorici, in cui i diversi Rioni borgosesiani si contendono il premio per il Palio dei Rioni. Nel fine settimana successivo, hanno luogo i due veglioni del Sabato e del Lunedì Grasso. Dopo un giorno di riposo si apre il mercu scurot, in cui viene celebrato il funerale del Carnevale ed ha luogo il rogo della maschera. 

La struttura del Carnevale odierno risale alla seconda metà dell’Ottocento. I festeggiamenti precedenti a questo periodo erano dei semplici “giorni di baldoria” che non avevano nessuna caratteristica particolare rispetto ai carnevali di qualsiasi altra cittadina.La svolta avvenne nel 1854, anno di nascita dell’evento che costituisce il carattere unico del Carnevale di Borgosesia: il mercu scurot. La storia racconta di un tintore alsaziano, er Bomen, che prestava servizio presso la filatura aperta dai fratelli Antongini e dal loro socio Chumacher a metà Ottocento. Triste per la conclusione delle festività Carnevalesche, al mattino del Mercoledì delle ceneri, decise di inscenare il funerale del Carnevale. Si presentò da due amici dicendo: <<Mi poffer om, mi gòo roba grossa casa mia.>>(Oh povero me, ho qualcosa di grosso a casa mia!) I due amici lo seguirono fino a casa e scoprirono che la “roba grossa” di cui parlava l’amico era un fantoccio raffigurante un uomo morto, disteso sul letto. <<Ecco ‘l poffer Carlavèe!>> (Ecco il povero Carnevale!) disse il Bomen. I tre decisero pertanto di dare sepoltura al defunto. L’idea dilagò tra amici e conoscenti e nel tardo pomeriggio venne organizzato un vero e proprio corteo funebre: in testa, un banditore annunciava a gran voce il triste evento, poi seguiva il corpo del defunto, disteso su un “cataletto”, ovvero collocato dentro una cassa da morto senza coperchio circondato dagli amici dolenti, elegantemente vestiti in abito scuro e cilindro. L’inscenata piacque ai borgosesiani e venne inserita nel programma Carnevalesco a partire dall’anno successivo. Prima di quell’anno, la tradizione prevedeva che, nel giorno del Martedì Grasso, il pupazzo del Carnevale fosse cosparso di cenere pirica (per farlo “scoppiettare”) e portato in processione; lo seguivano i “burdoii dla scova”, le maschere, che portavano due strumenti: lo sciopet, un contenitore di legno che doveva essere riempito di vino ad ogni osteria e la scova (la scopa), per punire l’oste che si rifiutava di servire il bere. Il fantoccio veniva infine portato in Piazza Grande e bruciato sul rogo. L’innovazione del 1854 pertanto si inserì perfettamente nella struttura tradizionale del Carnevale; dall’anno successivo, il rogo della maschera venne spostato al mercoledì e, prima del momento finale, i borgosesiani cominciarono a dedicare il tardo pomeriggio e la sera alla processione per tutte le “cappelle votive” della città: in ogni osteria l’oste offriva loro da bere. Nei vent’anni successivi il Carnevale conoscerà un progressivo consolidarsi della sua struttura. Nel 1856 fu introdotta la figura del Peru in cimbalis (Pietro, patrono della cittadina, ubriaco) che diventerà la maschera principale della città. Per la spinta alla libertà politica del periodo Risorgimentale, nel 1861 venne indetta la prima sfilata di cari allegorici e satirici. Nel 1886, un uomo in carne ed ossa sostituì il fantoccio rappresentante il Peru e fece la sua comparsa la maschera femminile, la Gin. In quegli anni, la figura del  Peru Magunella (i Magoni sono i borgosesiani; la parola Magun deriva da magugn, il gozzo spesso rappresentato nei personaggi nati dalla fantasia popolare) si consolidò: lo stato unitario d’Italia stava affrontando la guerra d’Eritrea ed il Peru simboleggiava uno dei tanti giovani di leva ritornati in patria. Nacque una leggenda attorno al personaggio che divenne una vera e propria “narrazione popolare” quando, nel 1887, il borgosesiano Battista Mongini scrisse e musicò la poesia “La storia dolorosa del Peru Magunella”. La “storia dolorosa” è questa: il Peru, avendo finito il servizio militare in Africa, torna a casa e scopre che la sua bella lo ha tradito con un tale chiamato “Ciavatin Puttana”. Il Peru spara all’amante della Gin e decide di farla finita: si butta nel fiume Sesia. Viene tratto in salvo da un uomo che stava pescando sul Sesia con il butareu (il bagatello, un attrezzo a forma d’imbuto). Il suo salvatore lo riporta in città a bordo di una carriola ed il Peru perdona e sposa la sua amata Gin. Dal 1887, ogni edizione del Carnevale si apre con il ritorno del Peru in città dopo un anno di peregrinazione in terre lontane ed ogni anno il Peru porta con sè un ricordo dei suoi viaggi (nel 1885 giunse in città sulla linea ferroviaria inaugurata pochi mesi prima, nel 1952 con un elicottero).

La seconda metà dell’Ottocento fu pertanto il periodo in cui il Carnevale di Borgosesia si diede un’identità ben precisa. In quegli anni fu definita la divisa dei “magoni”: mantello, frac e cilindro neri con un grosso papillon bianco in vista, armati di cassü, un mestolo di legno in cui viene servito il vino durate il mercu scurot. Nel 1871 un notaio del luogo compose la prima edizione del “Testamento olografo del Peru Magunella”: un vero e proprio atto notarile in cui il Peru dichiara di voler rendere pubbliche le sue “ultime volontà”, un elenco di brevi riferimenti satireggianti a fatti privati e pubblici accaduti nel Borgo nell’annata decorsa. Nel corso del Novecento il Carnevale Borgosesiano è diventato un vero e proprio “laboratorio” d’idee: la corte del Peru si è ampliata con personaggi come il Gran Ciambellano, il Giullare, il Frate, i Menestrelli. Si è sviluppata una vasta produzione di canzonette e leggende, entrate a far parte del repertorio popolare. Ad ogni edizione, ciascun Rione crea un carro allegorico nuovo, che faccia riferimento ad un fatto particolarmente importante che ha caratterizzato l’anno decorso. Il Carnevale ha resistito alle pressioni della Chiesa, ha colorato le vie del borgo durante il periodo nero del fascismo; nemmeno le due Grandi Guerre hanno potuto fermare un evento che non è semplicemente una consuetudine, ma piuttosto un qualcosa di intimo nella cultura popolare Borgosesiana, cui la cittadina dedica un impegno costante per tutto l’anno, impegno dettato dall’orgoglio per una tradizione che resiste nel tempo e che non ha mai deluso le aspettative. 


Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla I edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente, ed è stato pubblicato du Piemonte Mese di febbraio 2008, p.16

 


 

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